Sulla complessità dei nostri tempi e la difficoltà di organizzare la convivenza civile. Tra il Roma Pride e il Milano Pride. Tra i pride istituzionali e i pride cosiddetti antagonisti. Tra le posizioni reazionarie del governo Meloni e l’urgenza di cambiare le narrazioni sui minori gender variant. Tra politica e rappresentanza. Tra posizioni pro-Palestina e astensione delle comunità queer ebraiche dai pride. Ho ritenuto utile portare a lettrici e lettori di Gay.it un confronto ampio sui temi LGBTIAQ+ più urgenti con Simone Alliva, giornalista, scrittore, già collaboratore di Gay.it, oggi firma de L’Espresso e attento osservatore e membro della nostra comunità. Suoi i libri “Caccia all’omo” (2020) e “Fuori i nomi!” (2021), entrambi pubblicati da Fandango. Sue alcune inchieste che hanno segnato il punto sulla cultura e la violenza omobitransfobiche che permeano la società italiana. E sue alcune recenti inchieste sulla corrente deriva a destra del nostro paese. Una chiacchierata di ampio respiro. Ho chiesto a Simone Alliva di non risparmiarsi. “Non c’è bisogno sempre di cercare la sintesi e la brevità, che prima o poi ci intossicheranno”, gli ho detto. Ne è uscita una chiacchierata lunga e spero stimolante.
Minori con varianza di genere nell’Italia dell’estrema destra di governo
La triptorelina utilizzata per bloccare l’adolescenza precoce è stata finora molto amata da migliaia di genitori imbarazzati dalle proprie figlie che a 9 anni avevano già il seno (probabilmente a causa degli ormoni presenti nelle carni di animali allevati intensivamente in Italia), ma la triptorelina per dare tempo ad adolescenti gender variant di capire sé stess* è diventata improvvisamente un casus belli, su cui il governo vuole dire la sua, senza invitare al tavolo nessun soggetto della società civile trans. Cosa ci dice tutto questo?
In politica quando qualcosa accade è perché è già successo. L’assalto alla comunità trans è qualcosa in atto da tempo. Una miscela esplosiva tra il vuoto mediatico, il dibattito politico e l’impossibilità nelle nostre scuole di educare alla sessualità. Negli anni abbiamo assistito a una rappresentazione mediatica che ha creato un vincolo tra le identità transgender, la criminalità e la pericolosità sociale – come del resto è accaduto in passato anche all’omosessualità. La politica di destra ha poi assorbito battaglie del movimento anti-diritti che mettono in risalto i pericoli della medicina di genere giovanile. Dal Regno Unito sono arrivate fino a qui le paranoie dell’autrice di Harry Potter che è riuscita a proiettare con ansia sulle persone trans paure di violenza sessuale. E poi ci sono i cittadini che non hanno una cultura su sesso, biologia, scienza, e credono sempre più che ciò che i ragazzi chiamano genere sia in realtà solo un problema dovuto a depressione, ansia, autismo, disfunzioni familiari, pressione dei coetanei o social media. Se ci pensi tutte queste spiegazioni sono per la nostra società più accettabili, più comode rispetto alla realtà: cioè quella che un bambino può mettere in dubbio la propria identità.
Considero una prima conquista la possibilità di parlare di bambini trans e partirei da qui. Ma osservo una profonda spaccatura nella comunità: alcune (molte?) persone LGBTIQ+ non sono disposte a condividere questa battaglia.
Se la comunità Lgbt sul tema sia spaccata su questo non lo so. Ma so che la comunicazione sulla cosa è totalmente sballata. La cosa – il dito, non la luna- sono i percorsi degli adolescenti con varianza di genere, non la triptorelina. Tutto invece è sbagliato anche nell’informazione. Noi giornalisti per doveri deontologici non dovremmo neanche citare il nome commerciale dei farmaci. Invece qui ormai è tutto rotto. Chi dovrebbe avere la competenza per raccontare e forse risolvere, distorce. Io mi fido della sanità pubblica. Vorrei che si parlasse di questo: della competenza della sanità pubblica di poter avviare dei percorsi per aiutare questi bambini con varianza di genere, che esistono. Non è vero che i bambini con varianza di genere vengono bombardati da questo medicinale. Ma è vero che ci sono dei casi rarissimi in cui questo bloccante (che viene già somministrato ai bambini affetti dal cancro) può salvare la vita. Se posso entro nel dettaglio.

Prego
Questo medicinale viene raccontato come un farmaco mostrificante che viene dato ai bambini. In realtà il bloccante è un salvavita che i professionisti della salute attivano in casi estremi, se e quando si riscontrano pericoli di vita. Rallentano la crescita puberale. E quando si tolgono i bloccanti, la crescita riparte. Non parliamo di testosterone o estrogeni. Parliamo di un farmaco che viene somministrato quando il processo di definizione identitaria di quel minore diventa un problema, molto serio, per la sua salute. Non vale così per tutti, ma può capitare. Ma questa se posso è solo una piccola parte della storia.
Cosa intendi?
La transizione di minori non può coincidere solo con un farmaco. Assistiamo a un dibattito lunare, una trappola che ha fatto prigioniera una parte della comunità. Ma tu hai mai sentito parlare di quale farmaco somministriamo a un malato terminale? No, parli di un percorso. Ecco, se questo fosse un paese serio, con un’informazione reale e non fatta dalle card di instagram o dai comunicati di Gasparri o le interviste di Anna Maria Bernardini de Pace sulle persone trans*, parleremmo dei percorsi terapeutici per i bambini con varianza di genere. Ma voglio aggiungere un’ultima cosa sulla questione.
Vai pure
L’ispezione al Careggi ha più a che fare con la presa in carico di queste persone, che con l’uso di un bloccante. Punta a vietare che il minore con varianza di genere diventi destinatario di servizi della sanità pubblica. Questo è il problema: l’attacco al fatto che esistano queste persone e che ci sia una risposta per aiutarle. Parlano dei bloccanti come se chi entrasse là dentro sotto i 18 anni venisse punto da una siringa di ormoni, non è così. C’è un tema farmacologico. Ma nessuno lo affronta.
Hai citato l’avvocata Annamaria Bernardini De Pace che ha detto: «I genitori dei bambini indotti al cambio di genere vanno denunciati». Secondo l’avvocata non è vero che chi ha la disforia di genere presenta tendenze suicide: «Ne ho parlato con psicologi che me lo hanno escluso. E comunque ci sono molti altri modi per risolvere eventualmente questo problema senza ricorrere al blocco della pubertà»
Lasciami lanciare una piccola provocazione: ma di fronte a un bambino con varianza di genere che vede il corpo cambiare verso una direzione che non è la sua, entra in depressione perché ha una riconosciuta incongruenza di genere, l’alternativa al farmaco è bombardarlo di benzodiazepine perché non si ammazzi. Quella è l’alternativa clinica. Se ti trovi con rischio suicidio agisci o sulla causa o sul sintomo. Io da giornalista vorrei sapere chi sono questi psicologi a cui si è rivolta Bernardini de Pace. Quali sono gli studi e poi le chiederei: scusi, i suoi figli li ha vaccinati? Qual è la sua propensione sulla medicina? Cosa pensa del rapporto minori – farmaci? Così, anche per capire da che punto parte la sua analisi. Se siamo sullo stesso piano o meno.

La persecuzione delle famiglie omogenitoriali e le dicotomie della sinistra
La persecuzione tramite procure e tribunali delle famiglie omogenitoriali attuata da questo governo trova gioco facile nel vuoto legislativo: la destra attua un’idea di società ben definita, a sinistra non sembra invece esserci unità su questi temi o sbaglio?
Bisogna prima mettersi d’accordo su cosa siano la sinistra e la destra in questo paese. Declinare le due cose. Mi sembra che ci sia un’estrema destra. E un annacquato centro sinistra, che con una mano candida Alessandro Zan all’Europarlamento e lo riesce a mandare a Bruxelles. Con l’altra fa eleggere Marco Tarquinio, un cattolico dichiaratamente antagonista alle lotte Lgbt che faceva i caroselli ai family day. Poi ci sono quelli che qui a Roma chiameremmo “de sinistra-sinistra“. Si dicono alleati della comunità Lgbt, poi i loro comportamenti dicono altro. Non faccio nomi, ma cognomi sì: Marino, ex sindaco di Roma. Eletto in Europarlamento, non ha voluto fare spazio a Marilena Grassadonia per una resa dei conti politica nei confronti della sua Roma. So che i patti tra Avs e Verdi erano chiari: Mimmo Lucano eletto avrebbe scelto la circoscrizione del Sud. Ignazio Marino si sarebbe preso quella lasciata vacante da Lucano al Nord, dando spazio a Grassadonia, che sarebbe stata la prima attivista lesbica dichiarata ad andare in parlamento europeo. Così non sarà. Ma un alleato fa spazio nella comunità, non occupa un posto. E poi c’è la sinistra culturale. Pochi giorni fa sui social, una serie di intellettuali di sinistra hanno attaccato il Roma Pride e la presenza della segretaria del Pd. Per loro loro la presenza di una segretaria lesbica era inaccettabile: “La solita sinistra che si occupa di diritti civili e non sociali“. Ancora questa dicotomia diritti civili, diritti sociali. Non sanno cos’è un Pride, le persone che lo attraversano, le battaglie che portano. Ricordi Nanni Moretti nel 2002 che urla da Piazza Navona “con questi dirigenti non vinceremo mai”? Neanche con questi intellettuali improvvisati.
Tutti i sondaggi dicono che la maggioranza degli Italiani è d’accordo con matrimonio egualitario inclusa adozione, e pieno riconoscimento delle famiglie omogenitoriali: c’è un problema di rappresentanza politica LGBTI+?
Se ci pensi Alessandro Zan sarà a Bruxelles. Alla Camera ci sarà Ivan Scalfarotto, uno che si fa i selfie con Pro-Vita. Direi che c’è un problema di strategia.

La debolezza del movimento LGBTI+ italiano e come cambiano i pride
Perché il movimento LGBTI+ italiano è così debole secondo te?
Il movimento non è una categoria omogenea ed eloquente, forse questa potrebbe essere una risposta. Io non me la sento e non voglio dare consigli di pratica politica a chi fa attivismo, faccio il giornalista, non aderisco alle cose che vedo, le racconto. E vedo realtà territoriali che fanno tutto ciò che non fa lo Stato. L’assistenza alle persone Lgbt su tantissimi campi: dalla scuola alla sanità. Persone Lgbt che si occupano di altre persone. Questa è la grandezza di questa comunità che fa da sé. Fanno quello che per anni si è chiamato Stato sociale e che, ora che sta sparendo, viene chiamato welfare. Magari in inglese l’evanescenza si nota meno.
Quindi tutto bene per te?
No. Perché poi vedo associazioni Lgbt, un tempo autorevoli, per cui la più alta forma di attivismo è organizzare serate in discoteca, incoronare madrine eterosessuali cisgender ai Pride, invitare comici o presunti content creator che fanno meme su Meloni e Roccella. Non mi sembra una prova di forza. Forse fanno così perché non hanno una cultura. Neanche si informano se non tramite le card Instagram. Anche durante il ddl Zan ho sentito persone che dibattevano di bisessualità, asessualità, si sentivano escluse dalla legge. Parlavano di una legge senza conoscere il senso di quella legge. La verità è che non basta essere una persona Lgbt per fare battaglie politiche, serve sapere cosa sia un diritto e un sistema normativo, come evitare le fallacie, come costruire un buon argomento, qual è la letteratura in merito e quali sono le questioni principali. Sarebbe consigliabile studiare qualche manualetto di argomentazione. C’è stato un tempo in cui gli attivisti erano preparatissimi. Adesso molte associazioni si affidano a quelli che hanno la dote culturale di accendere la telecamera del telefono e costruire frasi sgrammaticate ma veementi attorno a «patriarcato», forse siamo davvero nei guai.
Credo proprio di sì. Mi viene in mente il crescente fenomeno dei pride antagonisti. C’è chi dice che sia un errore, un’altra spaccatura. Tu cosa pensi?
Qualsiasi spazio occupato è una conquista. Il Pride nasce già di per sé, per storia, come una manifestazione antagonista. E io vedo la sua forza rivoluzionaria ogni volta che ne attraverso uno, che sia un Priot Pride, che sia un Pride con le istituzioni presenti. Ma questo dei Pride antagonisti è una realtà europea. Anche a Berlino, dove non c’è propriamente un Pride “posato”, ci sono comunque anche realtà di Pride alternativi. Con la realtà non c’è molto da discutere, c’è semmai da prenderne atto.

A Milano condurrai un talk nell’ambito del Milano Pride: mi pare che la Milano LGBTIQ+ abbia una vocazione più politica di Roma, o sono io troppo milanese?
Quello che sto per dire irriterà chi non deve irritare e compiacerà chi non deve compiacere, ma da giornalista obbedisco alla mia coscienza e non all’interesse di altri.
Vai avanti, su questo giornale rispondiamo soltanto alla nostra coscienza.
Seguo da molti anni i movimenti Lgbt e ne conosco le origini e le sue evoluzioni. Nella città in cui sfilano Family Day e marce per le vita, c’è qualcosa che si è rotto nel movimento romano. Uno dei Pride più belli e potenti di Roma aveva come slogan Resistenza Arcobaleno, fatto insieme all’Anpi. Era il 2019. Anno di fuoco. Preludio del tempo in cui viviamo. Poi sarà stata la pandemia. Non so, adesso è come se non ci fosse più elaborazione politica. Almeno questo è quello che vedo se per prima cosa si annuncia la madrina (figura che spero un giorno venga abolita almeno in nome del senso del ridicolo), poi si lanciano video-meme di finta satira sulla Presidente del Consiglio taglienti come una piuma e poi si parla di un festival musicale. Non voglio dare indicazioni di pratiche politiche, faccio il giornalista, le pratiche politiche le posso raccontare e criticare. Mi piacerebbe vederne una in atto nella mia città. Ah, diranno: “C’è il manifesto politico“. Sì, non basta.
Milano invece riesce a dare prova di contenuti, critiche, riflessioni. Lo scorso anno ho assistito a dibattiti feroci che non parlavano solo alla comunità. Chissà perché. C’è un lavorio intellettuale su Milano che mi fa provare un po’ di invidia rispetto alla Capitale. Mi viene in mente una frase di Dino Buzzati in “Sessanta Racconti“, la leggevo ieri: “Anche il più nobile sentimento si atrofizza e si dissolve poco a poco, se nessuno intorno ne fa più caso. Triste dirlo, ma a desiderare il Paradiso non si può essere soli“. Bisogna essere in compagnia per dare forma al desiderio e se qualcuno manca all’appello, se non riesce – non vuole – non può, niente si può realizzare. Il Pride del 1994 è nato dal desiderio. Quest’anno a Roma non c’era, non l’ho visto.
Prendo atto di queste tue critiche, avanzate anche da Rachele Giuliano e Pietro Turano di Arcigay Roma. Invece: perché c’è così tanta paura della parola “lobby”? In un paese devastato dalle infiltrazioni mafiose, lo trovo infantile.
Forse dipende da come le confezioni le cose: le lobby di movimenti cattolici, dei neocatacumenali, di associazioni di categorie nel campo dell’agricoltura e della caccia, per esempio piacciono moltissimo.

La questione palestinese e le comunità ebraiche queer
Invece la lobby LGBTI non esiste, sicuramente non quella italiana. Deponiamo la parola lobby, parliamo di sistema. Fare sistema è sempre stato difficile per il popolo italiano, quello dei campanilismi, ma anche delle brillanti individualità. È una caratteristica che ha le sue luci, le sue ombre. Ma per una comunità sotto assedio come la nostra questa sembra una condanna. Le comunità ebraiche queer si sono astenute da alcuni Pride perché non si sentivano al sicuro. Non è un bel segnale.
Ero sinceramente intenzionato a rimanere l’unico scribacchino in Italia a tenersi al di fuori di questa disputa stupida e degradante. Non avrei voluto sfiorarla neanche con la punta dei piedi quest’acqua, perché è un attimo e ti ritrovi trascinato in un vortice di irrazionalità e cattiveria che si autoalimenta.
E invece eccoci qua.
Ti dico quello che vedo: siccome qualcuno dice “Fermate il genocidio a Gaza“, qualcun altro non vuole sfilare. Non ho capito. Perché di fronte a questa dichiarazione ci si sente chiamati in causa? La frase in questione è “Stop al genocidio a Gaza“. E allora perché viene negata questa frase? Perché ci si sente accusati, vilipesi, attaccati da questo semplice appello, che non è una posizione politica, è la declinazione di un essere umano. Vogliono forse negare che la gente sta morendo su quella striscia di terra? Vogliamo davvero negare questo, in questo momento storico? I pride non vogliono negarlo. Alice Redaelli, presidente di Arcigay Cig Milano proprio su queste colonne ha spiegato la posizione del Milano Pride: chiedere il cessate il fuoco e la liberazione degli ostaggi tenuti da Hamas. Ed è una posizione che mi convince. Io spero di vederle a Milano le bandiere di Israele. Accanto a quelle della Palestina.
Mi permetto di aggiungere: anche io.
Sono moltissimi gli ebrei che manifestano contro le politiche di Netanyahu e non bisogna dimenticarli. Ed è un errore mettere tutti dentro a un calderone soltanto per le proprie origini, come se mi attribuissero all’estero le colpe delle politiche di Giorgia Meloni. Ma ci pensi? Kubra Gumasay in “Lingue e essere” parla del privilegio dell’individualità “Se io, visibilmente musulmana, attraverso con il rosso, con me attraverseranno con il rosso 1,9 miliardi di musulmani”. Su questo bisogna lavorare. Bisogna sperare nei comportamenti individuali, ci si salva così: ciascuno di noi con qualcuno di noi. Se tu devi stabilire chi ha iniziato, entri una spirale di vendetta che non può che portare alla distruzione. Una spirale nella quale la questione Israelo-Palestinese è impantanata da decenni. Non saremo né io, né tu e temo neanche i pride a risolverla.
No, ma il pride viene chiamato in causa come strumento.
Ecco. Il pride serve a illuminare delle richieste: cessate il fuoco mi sembra una richiesta che dovrebbe essere universale. Tutto il resto sono strumentalizzazioni politiche che non riguardano neanche le vittime.
Grazie Simone, ci vediamo al Milano Pride.
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