Dal 3 al 6 giugno, il Parlamento del Ghana ospita ad Accra la 4ª Conferenza Interparlamentare Africana su Famiglia e Sovranità. Il titolo evoca valori continentali e identità culturale, e divulga una propaganda che si presenta sovranista, in difesa del modello di famiglia africano che sarebbe a rischio perché contaminato dello stile di vita individualista europeo e nordamerricano. Una vera e propria manipolazione ideologica per convincere le popolazioni d’Africa che l’omosessualità e le persone LGBTIAQ+ siano deviazioni imposte dalla supremazia colonialista occidentale.
Ma mentre la storia racconta che è stato proprio il colonialismo europeo a stigmatizzare le identità non cis e non etero nelle colonie africane e a diffondere la criminalizzazione dell’omosessualità, ciò che si consolida ad Accra in questi giorni è in realtà un asse politico transnazionale in cui gruppi religiosi conservatori statunitensi ed europei forniscono reti, narrative e risorse a parlamentari africani, che poi presentano l’agenda come difesa dell’identità locale. Un paradosso che le organizzazioni LGBTQ+ del continente denunciano da anni.
Il patto omobitransfobico tra destre cristiane occidentali e leader africani

Il ragionamento dello Speaker del Parlamento ghanese Alban Bagbin, che ha aperto la conferenza di ieri 3 giugno, è quello che percorre tutto l’evento: l’Africa deve resistere alle pressioni esterne che condizionano gli aiuti allo sviluppo all’adozione di norme culturali e giuridiche straniere. Bagbin ha invocato il principio di uguaglianza sovrana sancito dalla Carta ONU e ha respinto l’idea che modernizzazione significhi abbandono dell’identità culturale. Ha contrapposto il modello di famiglia africana allargata, comunitaria, solidale, a quello nucleare occidentale, definito «isolato, individualistico, solitario». È questa la cornice ideologica della conferenza: non omofobia dichiarata, ma sovranismo culturale. Un linguaggio presentabile nelle sedi internazionali, che però serve da copertura per legittimare leggi che criminalizzano le persone LGBTQ+. Una tecnica, come detta, suggerita, con tanto di strategie, teorie e applicazioni, dalle organizzazioni dell’estrema destra cristiana USA ed europea.
La conferenza nasce da un’iniziativa guidata da Sharon Slater e dalla statunitense Family Watch International, che già nel 2022 riunì parlamentari africani attorno a un’agenda sui “valori familiari” nello Utah, prima di spostare l’evento in Uganda, dove si è tenuto dal 2023 al 2025. Uno degli obiettivi centrali è l’adozione di una proposta di Carta Africana sui Valori della Famiglia e la Sovranità, uno strumento legale continentale da sottoporre ai capi di Stato.
Rightify Ghana, organizzazione per i diritti LGBTQ+, è netta: «C’è ben poco di genuinamente africano in questa iniziativa. Portano le conferenze per reclutare parlamentari locali, li forniscono di reti, narrazioni, bozze di leggi, e ottengono l’approvazione di disegni di legge anti-LGBTQ+. È odio importato».
La coalizione che si presenta come difesa dell’Africa dall’imperialismo culturale occidentale è stata costruita proprio da organizzazioni occidentali. Family Watch International, fondata da una mormone dell’Arizona, ha firmato nel dicembre 2022 un memorandum di cooperazione con l’International Islamic Fiqh Academy di Gedda, una delle massime autorità giurisprudenziali dell’islam sunnita. Il World Congress of Families, che nel 2019 organizzò ad Accra il summit dove fu inaugurato il modello “Trinità Santa” tra cristiani, musulmani e leader tradizionali, ha documentati legami con movimenti islamofobi e di estrema destra europea. Come scrive il giornalista Caleb Okereke su The New Humanitarian: il framework dei “valori familiari” è un contenitore teologicamente vuoto, un involucro attorno a un progetto della destra cristiana che ha bisogno di corpi musulmani in Africa per rivendicare legittimità continentale.
Le legge anti-LGBT sospinte dalla conferenza

Il tempismo parla nei fatti. Proprio in Uganda, e proprio nel periodo della conferenza sulla famiglia tenuta a Entebbe, fu approvata la feroce legge anti-LGBTIAQ+, la prima del nuovo corso omobitransfobico imboccato da molti paese africani.
Qualcosa di analogo sta accadendo proprio in Ghana, dove si sta svolgendo la conferenza. Il disegno di legge anti-LGBTQ+ è stato approvato il 29 maggio 2026, pochi giorni prima dell’apertura della conferenza. La legge prevede fino a dieci anni di carcere per chi “promuove” attività LGBTQ+.
Ghana e Uganda non sono certo casi isolati. Più di trenta dei 54 paesi africani criminalizzano i rapporti omosessuali. Uganda, Mauritania e Somalia prevedono la pena di morte. Il Senegal nel marzo 2026 ha aumentato la pena massima a dieci anni. Il Burkina Faso ha adottato nel settembre 2025 una legge analoga. Le indagini giornalistiche di Reuters hanno rivelato che MassResistance, altra organizzazione cristiana nazionalista statunitense, ha lavorato direttamente con reti islamiche senegalesi per spingere la nuova legge in Senegal. In Uganda, a tre anni dall’approvazione, la legge anti-LGBTIAQ+ è diventata un’arma di ricatto per estorcere denaro a cittadini inermi. In Senegal invece lo stigma LGBTIQ+ viene utilizzato come accusa penale per regolamenti di conti tra cittadini, mentre gli arresti per omosessualità si contano a decine.
La conferenza non riguarda solo le leggi anti-LGBTQ+. Secondo le organizzazioni per i diritti umani, la proposta di Carta Africana sui Valori della Famiglia minaccia decenni di conquiste in materia di diritti delle donne, salute sessuale e riproduttiva, libertà civiche e risposta all’HIV/AIDS. Tra i co-organizzatori figura anche Christian Council International, con sede nei Paesi Bassi e guidata da Henk Jan van Schothorst: un’ulteriore conferma che dietro la retorica della “sovranità africana” operano reti conservatrici occidentali. JustRight Ghana è esplicita: «Dietro porte chiuse, attori potenti si riuniscono per smantellare decenni di progressi sui diritti delle donne, l’autonomia corporea e la giustizia riproduttiva in tutto il continente». L’odio importato non diventa africano solo perché viene reimpacchettato nel linguaggio della cultura, della sovranità o dei valori familiari.
I protagonisti
I protagonisti della conferenza di Accra sono figure già note. Sharon Slater, presidente di Family Watch International, è indicata da diverse organizzazioni per i diritti umani come responsabile di aver esportato e finanziato sentimenti omofobi in paesi come Uganda, Kenya e Ghana. Il Southern Poverty Law Center ha classificato la sua organizzazione come hate group.
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Come riportato da Minority Africa, Andrew Asiamah Amoako, vicepresidente del Parlamento ghanese e presidente del comitato organizzatore locale, ha dichiarato esplicitamente di voler “prendere il testimone che l’Uganda ha iniziato“.
Sarah Opendi, parlamentare ugandese e organizzatrice delle tre edizioni precedenti, ha fornito il modello operativo.
Il presidente ghanese Mahama è atteso come ospite d’onore. Il suo orientamento è noto: in campagna elettorale aveva promesso di firmare la legge. A Chatham House, il 1° giugno, ha però preso le distanze, citando dubbi procedurali sul voto parlamentare. Manca solo la sua firma affinché la terribile legge ghanese entri definitivamente in vigore.
Fonti
- 76crimes.com – ‘Imported hate’ is on the agenda for today’s African anti-gay conference
- AllAfrica – How the U.S. Christian Right Built an Interfaith Coalition Against LGBTQ Rights in Africa
- GBC Ghana Online – Bagbin urges Africa to protect cultural values and sovereignty
- InformedClearly.com – Ghana Parliament Passes Stricter Anti-LGBTQ Law
- Democracy in Africa (2024) – Family Watch International, Sharon Slater and the ‘Entebbe conference’
