Deborah Lambillotte è stata molte cose insieme: donna trans, lesbica, architetta, attivista, dirigente associativa, figura europea del movimento LGBTQIA+ e, per tante persone che l’hanno incontrata, una presenza capace di aprire strade dove prima sembravano esserci solo muri.
Nata in Belgio il 4 marzo 1954 e scomparsa il 28 luglio 2016, Deborah ha attraversato una parte decisiva della storia LGBTQIA+ italiana ed europea. Ha vissuto e operato a Milano tra gli anni Novanta e i primi anni Duemila, lasciando un’impronta profonda in una città che proprio in quegli anni imparava a pronunciare ad alta voce parole come orgoglio, visibilità, autodeterminazione e cittadinanza.
A dieci anni dalla sua scomparsa, Milano si prepara oggi a restituirle un posto nella propria memoria civile. Alla sua figura sarà dedicato un incontro durante la Pride Square del Milano Pride 2026, mentre a Palazzo Marino è arrivata una proposta per intitolarle uno spazio della città.
Non sarebbe un semplice omaggio, piuttosto un atto politico, culturale e affettivo. Un modo per dire che la storia delle persone trans appartiene alla storia democratica di Milano, dell’Italia e dell’Europa.
Deborah Lambillotte, chi era: una vita tra Belgio, Milano e movimento LGBTQIA+
Di nazionalità belga e di origine ebraica, origine che rivendicò sempre come parte importante della propria identità personale e culturale, Deborah Lambillotte arrivò in Italia in una stagione ancora complessa per le persone LGBTQIA+ e, in particolare, per le persone trans.
Architetta di professione, con una carriera importante e una forte competenza tecnica, Deborah portò nel movimento qualcosa di raro e prezioso: la capacità di unire visione politica, rigore culturale, esperienza professionale e umanità concreta. Non fu mai soltanto una militante. Fu una donna capace di leggere la società, di abitarne le contraddizioni e di provare a trasformarle.
Della Deborah architetta restano oggi meno tracce pubbliche di quante ne meriterebbe la sua storia. Le fonti la ricordano come una professionista capace e riconosciuta; in una testimonianza pubblicata da Progetto Genderqueer, Paolo Rumi racconta che, dopo l’inizio del suo percorso di affermazione di genere, Deborah ebbe problemi con i soci di “uno studio grafico e di servizi per l’editoria”, dove le sarebbe stato impedito di proseguire il contatto diretto con i clienti. Il suo nome compare inoltre nel team di Italo Rota & Partners nel catalogo della mostra Il teatro dell’architettura. Italo Rota architettura in Italia 96-99. Le fonti oggi disponibili, tuttavia, non consentono di ricostruire in modo completo l’elenco dei suoi lavori o di attribuirle singole opere architettoniche.
A Milano divenne una delle figure centrali del movimento LGBTQIA+ cittadino. Fu tra le fondatrici di Arcitrans, associazione nata nel 1998 per promuovere e tutelare il diritto all’identità personale e all’autodeterminazione delle persone trans. Fu presidente per due mandati del CIG Arcigay Milano, componente del direttivo del CDM – Collettivo Donne Milanesi e di Arcilesbica Zami, di cui fu una delle prime socie trans.
Una madre politica per tante donne trans
Chi l’ha conosciuta la ricorda come una donna forte, ironica, colta, a tratti severa, ma profondamente generosa. Una figura autorevole, capace di orientare, sostenere, accompagnare.
Nel ricordo affidato a Progetto Genderqueer, il copywriter e direttore creativo Paolo Rumi, grande amico di Deborah Lambillotte, ne restituisce il lato più intimo e umano. La descrive come una presenza capace di cambiare lo sguardo delle persone attorno a sé: “Deborah aveva una luce interiore fortissima, dedicata al rispetto di sé e degli altri”, racconta Rumi. E aggiunge: “Ha insegnato anche a me ad essere me stesso e a ‘vedermi’ in modo corretto”.
Rumi ricorda anche la forza con cui Deborah riuscì ad attraversare incomprensioni e ostacoli, dentro e fuori il movimento. “Sul piano pubblico, atteggiamenti d’incomprensione o mancanza di stima non mancarono certamente”, racconta. Ma Deborah, aggiunge, “riuscì a superarli e dribblarli con la sua grande preparazione, la sua cultura e quel senso profondo di umanità che la distingueva”.
Tra la fine degli anni Novanta e l’inizio degli anni Duemila, Deborah Lambillotte fu un punto di riferimento concreto per molte giovani donne trans. Erano anni in cui, per molte donne trans, immaginare un futuro nel lavoro, nello studio o nelle professioni era ancora difficilissimo. Deborah seppe indicare altri percorsi, parlando di studio, competenze, lavoro, autonomia economica, professioni, cittadinanza piena.
Il suo impegno contribuì a contrastare uno degli stereotipi più violenti e persistenti sulle donne trans: l’idea che la loro vita dovesse essere confinata alla marginalità, all’esclusione o a un unico destino sociale. Deborah, al contrario, mostrava che esistevano altri varchi. Non prometteva strade facili, ma aiutava a vedere che una strada poteva esserci.
Provò a costruire possibilità reali. Anche attraverso interlocuzioni con le istituzioni milanesi, contribuì a promuovere una visione più avanzata dell’inclusione lavorativa delle persone trans, fondata sulla dignità, sul riconoscimento delle competenze e sull’autonomia.
La consigliera comunale Monica Romano, prima firmataria dell’ordine del giorno per intitolarle un luogo pubblico a Milano, l’ha definita “una delle madri nobili del movimento LGBTQIA+ milanese”. Non solo una figura politica e associativa, ma una donna che ha aiutato tante ragazze e donne trans a immaginarsi studentesse, professioniste, lavoratrici, cittadine.
Per Romano, Deborah fu anche “una seconda mamma”: la persona che la accompagnò a iscriversi all’università e le fece comprendere l’importanza della cultura e della professionalità nella vita di una donna, e in particolare nella vita di una donna trans. “Io, ragazza trans proveniente da una famiglia operaia, capii grazie a Deborah che le mie aspirazioni potevano non avere limiti” spiega Romano a Gay.it
Il primo Milano Pride e quella città che imparava a mostrarsi
Il nome di Deborah Lambillotte è legato anche a una tappa fondamentale della storia milanese: il primo Milano Pride, che si svolse il 23 giugno 2001 con lo slogan “Noi, anche!”.
A quella manifestazione parteciparono circa 30mila persone. Fu un momento decisivo per la visibilità LGBTQIA+ in città: il movimento usciva dai luoghi della militanza e attraversava Milano a volto scoperto, portando nelle strade corpi, storie, desideri e diritti fino ad allora troppo spesso tenuti ai margini.
Deborah contribuì attivamente all’organizzazione di quel Pride, mettendo a disposizione la sua esperienza associativa, politica e culturale. Il 2026 segna il venticinquesimo anniversario di quella prima storica parata, un anniversario che rende ancora più forte il senso della proposta di dedicarle un luogo pubblico.
Dall’Italia all’Europa: il ruolo in ILGA-Europe
La storia di Deborah Lambillotte non si ferma a Milano. Dopo il periodo italiano, tornò in Belgio nel 2002 e continuò il proprio impegno nel movimento LGBTQIA+ europeo.
Fu co-presidente di ILGA-Europe, una delle principali reti europee impegnate per i diritti delle persone LGBTQIA+. In Belgio continuò inoltre il proprio impegno collaborando con realtà come çavaria, organizzazione ombrello fiamminga, e Casa Rosa, spazio LGBTQIA+ di Gent. Il suo attivismo attraversava confini, lingue, movimenti e generazioni.
Anche per questo la sua figura è così importante: Deborah fu un ponte. Tra Belgio e Italia. Tra attivismo locale e battaglie europee. Tra movimento gay, lesbico e trans. Tra professione e politica. Tra la sua vita e le vite che ha aiutato a cambiare.
Allora le istanze trans non trovavano sempre ascolto nemmeno dentro le organizzazioni LGBTQIA+. Deborah contribuì a portare al centro parole che oggi usiamo di più, ma che all’epoca erano tutt’altro che scontate: identità di genere, non discriminazione, autodeterminazione. Per lei il genere era un arcobaleno, non una gabbia.
La sua voce: affetti, genere e libertà

In un intervento pubblico del 1999, durante il convegno “Le persone omosessuali nelle chiese. Problemi, percorsi e prospettive”, Deborah Lambillotte si presentò come “rappresentante dell’Arcobaleno lesbico, gay e transessuale di Milano e come lesbica”. In quell’occasione spiegò con grande lucidità quanto fossero fragili e arbitrarie le etichette con cui la società prova a classificare le persone.
“Forse io ho un passato molto speciale, ma sono convinta che essere eterosessuale, omosessuale, gay o lesbica, sia solo un’etichetta”, disse, raccontando che il suo desiderio di affetto era rimasto rivolto allo stesso sesso anche dopo il percorso di affermazione di genere. E aggiunse: “Per questo c’è bisogno di una legge contro la discriminazione, sia per l’orientamento sessuale sia per l’identità di genere”, perché “il genere non è solo uomo-donna, ci sono molte sfumature in mezzo”. La chiusura del suo intervento resta ancora oggi una delle sintesi più belle del suo pensiero: “Per me importante è l’affettività tra due persone e il diritto di esprimerla in tutti i modi possibili e immaginabili, senza essere discriminati”. Le parole sono riportate negli atti del convegno pubblicati da Progetto Gionata.
Rilette oggi, quelle parole sembrano scritte per il presente. Deborah mostrava quanto fossero fragili le etichette con cui la società decide chi è dentro la norma e chi, invece, viene spinto ai margini. La sua stessa storia lo dimostrava: lo stesso amore, lo stesso desiderio di affetto potevano essere considerati accettabili o diventare indicibili a seconda del modo in cui veniva letto il suo corpo.
Per questo chiedeva già allora tutele contro le discriminazioni fondate non solo sull’orientamento sessuale, ma anche sull’identità di genere. E per questo invitava a uscire dalla gabbia uomo-donna, a riconoscere le sfumature dell’identità e a mettere al centro ciò che per lei contava davvero: l’affettività tra le persone, il diritto di viverla e nominarla senza paura.
Milano ricorda Deborah Lambillotte
Nel venticinquesimo anniversario del primo Milano Pride, la città torna a fare i conti con l’eredità di Deborah Lambillotte. Venerdì 26 giugno 2026, dalle 18:30 alle 19:10, alla Pride Square – Lavater, lato Morgagni, in Piazzale Lavater, è in programma l’incontro organizzato da ACET “Deborah Lambillotte. Memoria, eredità e futuro dell’attivismo trans in Italia”, con Antonia Monopoli, responsabile dello Sportello Trans ALA Milano, Paolo Rumi, attivista LGBTQIA+, Monica Romano, consigliera comunale e co-fondatrice di ACET, Silvia Carugo, attivista LGBTQIA+ e amica di Deborah. L’incontro sarà moderato da Giuliano Federico, direttore di Gay.it.
Visualizza questo post su Instagram
A Palazzo Marino, intanto, è arrivata anche la proposta di intitolarle un luogo pubblico della città. L’ordine del giorno, presentato dalla consigliera Monica Romano e sottoscritto da altre consigliere e consiglieri comunali, chiede di avviare dal 28 luglio 2026, a dieci anni dalla sua morte, il percorso amministrativo per dedicarle una via, una piazza, un giardino, un’area verde o uno spazio civico.
Sarebbe un riconoscimento importante non solo per Deborah, ma per tutta la memoria trans e LGBTQIA+ milanese. Un modo per ricordare che quelle battaglie non sono una nota a margine nella storia dei diritti, ma una parte essenziale della storia della città.
Visualizza questo post su Instagram

