La più grande democrazia del mondo trema davanti a una tela. Non una bomba, non un attacco informatico, non una dichiarazione di guerra. No: una Statua della Libertà trans, dipinta con grazia e potenza da Amy Sherald, ha mandato nel panico il prestigioso Smithsonian. E così la mostra American Sublime al National Portrait Gallery di Washington è stata cancellata. Non sia mai che Liberty venga mostrata con rossetto, torchio e pronome they/she.

Di Amy Sherald, artista americana celebre anche per il ritratto ufficiale di Michelle Obama, avevamo già parlato su Gay.it nel 2022.
Sherald ora ha detto no. Ha detto no all’ipocrisia, no alla censura travestita da “prudenza istituzionale”, no a un video-pannicello che avrebbe “contestualizzato” l’opera Trans Forming Liberty alle sensibilità “di tutti”, cioè anche di chi crede che le persone trans siano un’ideologia da correggere a suon di decreto. Così l’artista:
“Quando ho capito che un video avrebbe sostituito il dipinto, ho deciso di annullare”
“Ho intrapreso questa collaborazione in buona fede […] Purtroppo, è diventato chiaro che le condizioni non supportano più l’integrità dell’opera così come concepita”

L’opera incriminata ritrae Arewà Basit, artista trans-fem non binaria, nei panni di una Lady Liberty possente e malinconica, fiera e fragile, come lo sono le icone vere. Sheran dice dell’opera (TheArtNewspaper):
“Questo dipinto esiste per offrire spazio a qualcuno la cui umanità è stata politicizzata e scartata”
Ma il messaggio, evidentemente, è troppo indigesto per l’America che vuole “unire il paese” censurando tutto ciò che esiste fuori dal binarismo armato di stelle e strisce. È la guerra alla woke culture, che ultimamente fa proseliti anche presso ampie schiere di sedicenti liberal-progressisti. È di questi giorni la notizia che l’Oklahoma introdurrà un test “di purezza ideologica” per individuare e fermare gli insegnanti “woke”.
Sherald, che con i suoi ritratti umanizza corpi neri e storie negate, ha rifiutato di vedere la sua Liberty sostituita da un video con dibattito sul “valore della visibilità trans”. Perché no, non si può discutere se un essere umano meriti o meno di essere rappresentato. E così ha fatto le valigie, lasciando vuota la sala più prestigiosa della capitale, mentre i burocrati del Smithsonian balbettano dichiarazioni di stima postuma come si fa con i morti scomodi.

Dietro le quinte, aleggia lo spettro di Donald Trump, che tra dazi, guerre mondiali, deportazioni e stermini, sta governando gli Stati Uniti con un’agenda che include l’epurazione del “woke”, la rimozione delle drag queen (oltre alla persecuzione delle persone trans con circa 1000 leggi e norme) e, ora, anche la ri-decorazione della cultura nazionale: via i neri, i queer, i diversi.
E dunque, la domanda resta. Una domanda semplice: a chi fa paura una Statua della Libertà trans? A chi trema davanti alla possibilità che “libertà” non significhi più solo il sogno di Ellis Island, ma anche la sopravvivenza di chi sfida la norma col proprio corpo. A chi crede che l’arte debba intrattenere e non disturbare. A chi, in fondo, preferisce un museo silenzioso a una tela che parla troppo.
Ma le tele parlano. E quella di Sherald urla. E questa destra a caccia di egemonia culturale vuole soltanto radere al suolo tutto. Non ce la faranno mai.

