La Fantasmagoriana è una raccolta di racconti gotici firmati da autori tedeschi, pubblicati in due volumi nel 1812. La fama di questa antologia è strettamente legata a quella di un libro ben più celebre: Frankenstein, o il moderno Prometeo. È l’aprile del 1816 – quello che passerà alla storia come anno senza estate – e la giovanissima Claire Clairmont conosce il poeta Lord Byron, ne diventa l’amante, rimane incinta e parte con lui. A maggio, la coppia di fuggiaschi è a Ginevra, accompagnata dalla di lei sorellastra, Mary Wollstonecraft Godwin – più nota come Mary Shelley – e dal consorte, Percy Bysshe Shelley. Il maltempo e le tempeste, però, li costringono al chiuso tra le pareti di Villa Diodati, dove, per trascorrere le notti, si leggono vicendevolmente alcune storie dell’orrore, tutte tratte proprio dalla Fantasmagoriana. Lasciandosi ispirare dai racconti appena ascoltati, ciascuno di loro, nelle ore successive, si dedica alla stesura di una storia altrettanto grottesca e perturbante. Così, nel corso della notte, Mary Shelley, influenzata dalle letture a voce alta e dal successivo dibattito intorno al galvanismo, si desta angustiata da un incubo. Nasce in questo modo, da un’oscura proiezione onirica, uno dei più importanti capolavori della storia della letteratura mondiale. Frankenstein, il romanzo che ha inventato la fantascienza, viene poi pubblicato nel 1818 e diventa subito, non senza critiche, un best-seller e un classico.

Grazie al romanzo di Mary Shelley, insieme al più tardivo Dracula di Bram Stoker (1897) e al Golem di Gustav Meyrink (1915), il mostro – inteso anche e soprattutto come creatura dell’artificio – diviene un simbolo fisso, anche se in costante evoluzione; un autentico archetipo. Per questo, la storia del mostro di Shelley, e il suo corpo, soprattutto il suo corpo, non smettono di parlarci e sono ancora un territorio da esplorare e una feritoia attraverso cui guardare il mondo per provare a capire il presente, per interrogarsi su ciò che ci rende umani, sul significato di dirsi vivə, mostri oppure no. Il kolossal di Guillermo Del Toro, da qualche giorno disponibile su Netflix, è l’esempio più evidente della ricorsività del mostro, che qui cambia aspetto e addirittura morfologia: non più una creatura informe che ha perso il suo paradiso, ma un semidio, un angelo senza ali alla ricerca di un posto nel mondo.
E in più, osservare il corpo-in-frammenti di Frankenstein significa, forse oggi più di ieri, inserirsi nel solco, o almeno nel discorso della queerness. Egli nasce dall’innesto, da un laboratorio. Nel romanzo, uno scienziato – uomo colto e istruito – studia per infondere l’elettricità, e dunque la vita, in un fantoccio di carne ricavata, pezzo dopo pezzo, da altri cadaveri. Alla fine ci riesce, ma è spaventato dalla sua stessa creatura, dal suo stesso figlio. Quel figlio così scalcagnato, più alto e incontrollabile del previsto, quel corpo apparentemente inadeguato e certamente anomalo lo terrorizzano e lo spingono al gesto estremo: l’abbandono. Il figlio deve così farsi spazio da solo nel mondo, cercare un nido ove riposare la pelle, costruirsi una vita nella società che lo ha partorito e poi ripudiato. Il suo tentativo è ostinato: vuole essere accettato, vuole vivere secondo le categorie del consentito e della norma, ma non ci riesce. Non trova il suo spazio e viene (re)spinto verso il margine. La sua esistenza è troppo ribelle, troppo incendiaria, per il mondo. Il suo corpo ancor di più. Allora, deve vivere sulla soglia, tra la vita e la non-vita, tra il giorno e il buio. Deve abitare il territorio della queerness. Ecco, allora, come la creatura si fa metafora queer.

Ecco, allora, come la creatura si fa metafora queer e la queerness condizione della mostruosità. Quella di Victor Frankenstein e del figlio si trasforma in una parabola legata ai temi dell’invisibilizzazione dei corpi non conformi, e la categoria del mostro un cardine del discorso relativo alle identità LGBTQIA+. Si pensi, per esempio, che la studiosa Susan Stryker immagina, in uno dei suoi scritti più belli, un incontro tra il suo corpo trans e quello del patriarca Frankenstein, emblema dell’uomo bianco potente e privilegiato e precipitato di una società etero-capitalista, che sfrutta i corpi ritenuti produttivi ed esclude tutti gli altri. My Words to Victor Frankenstein above the Village of Chamounix – che possiamo agilmente leggere in italiano qui – osserva quello trans come un corpo innaturale, costrutto medico-tecnologico, come «carne dilaniata e ricucita in una forma altra rispetto a quella in cui è nata». C’è una connessione profonda tra la carne trans e quella della creatura di Shelley, tra la rabbia della prima e l’efferatezza della seconda. Entrambe cercano un riscatto, entrambe capiscono di non essere percepite come degne di vivere attivamente nel mondo, entrambe spesso soccombono al peso dell’esclusione: il mostro di Frankenstein, come Cloe Bianco, sceglie l’autochiria, l’automutilazione suicida. Entrambe si danno fuoco, regalano il proprio corpo alle fiamme e all’oblio.
Chi non soccombe, però, chi rimane, solitamente vuole appropriarsi del vilipendio e farlo proprio, dunque accettare la mostruosità come condizione irrinunciabile e fondativa. Siamo mostrə e ne andiamo fierə, perché ogni mostrə etimologicamente è un prodigio, una creatura portentosa. Monstrum, tra l’altro, deriva dal latino monere, cioè «ammonire», «avvisare» e in greco, invece, si dice teras, un termine dal significato incerto che pare indicare, sì, l’atto dell’ammonire, ma anche quello del mostrare, dell’indicare la via. Ogni corpo mostruoso è un’avvisaglia, un messaggio, un monito: mette in guardia e informa, rende visibile ciò che non si vuol vedere, costringe a guardare in faccia ciò che è considerato torbido e perverso. Spaventa, pungola, fa implodere il sistema. Agli occhi dei benpensanti, il mostro – e il corpo queer – è un errore sistemico, un intoppo biologico e per questo, proprio per questo, fa inciampare, costringe alla scomodità, al passo obliquo.

Deve averlo bene in mente Paul B. Preciado, quando, nel novembre del 2019 a Parigi, tiene una portentosa conferenza, che comincia proprio con un monito urlato di fronte a una platea di tremilacinquecento psichiatri e psicanalisti, colpevoli di aver patologizzato il suo corpo: «Sono un mostro che vi parla». Anche Preciado, come Stryker, reclama orgogliosamente la sua mostruosità:
«Il mostro è colui che vive in transizione. Colui il cui volto, il cui corpo e le cui pratiche non possono ancora essere considerate come vere in un regime di sapere e di potere determinati»
Un mostro che disturba, certo, e che deve disturbare, ma che non può fare paura, perché il terrore dev’essere imputato a qualcun altro, il terrore nasce dal regime della differenza sessuale e non dai corpi liberi, che, anzi, esistono dando attivamente prova di quanto sia possibile compiere quotidianamente un esercizio di decolonizzazione. Come la creatura davanti al suo creatore, come Stryker davanti a Frankenstein, anche Preciado qui si mette a muso duro davanti ai suoi uditori, li guarda negli occhi e pone loro un interrogativo:
«Volete restare dalla parte dei discorsi patriarcali e coloniali e riaffermare l’universalità della differenza sessuale e della riproduzione eterosessuale oppure entrare con noi, i mutanti e i mostri di questo mondo, in un processo di critica e di invenzione di una nuova epistemologia che consenta la redistribuzione della sovranità e il riconoscimento di altre forme di soggettività politica?»
Per sostenere al meglio la sua tesi, tra l’altro, il filosofo si affida ancora una volta alla letteratura, nello specifico al protagonista del racconto di Franz Kafka, Relazione per un’Accademia, Pietro, il rosso: una scimmia che viene catturata e spedita in un circo, poi chiusa in una gabbia e costretta alla cattività. La sua unica possibilità di sopravvivenza è la libertà e, per liberarsi, si trasforma in un uomo, ma non parlerà di questa transizione come di una liberazione, ma come di un passaggio da una gabbia all’altra. Ancora una volta, essere mostri è essere in transizione, in movimento, in moto verso Urano. Nel testo di Preciado, duecento anni dopo quello di Frankenstein, il mostro prende di nuovo parola e si erge dal tavolo della medicina per provare a vivere nel mondo, disturbando e manipolando la concezione fissa d’identità.
Questo discorso intorno al legame tra mostruosità e queerness, in Italia, è portato avanti soprattutto da Filo Sottile, che nel 2020 arriva in libreria con La Mostruositrans, oggi ripubblicato in versione ampliata da Tamu con il titolo Contro la politica delle briciole. Un esile pamphlet che si rivolge a tuttə coloro che rifiutano di essere incasellatə nelle maglie del genere sessuale. Chi lo scrive si affida all’immaginario letterario-mitologico del mostro per veicolare l’importanza della rivendicazione e della consapevolezza del proprio corpo svantaggiato, però arrabbiato, straordinario, metamorfico e miracoloso. Rivendicazione e consapevolezza utili a creare, in ottica transfemminista, una rete di supporto e di alleanza tra creature mostruose per far fronte ai vuoti legali, alle mancate tutele e agli sguardi di traverso dell’eteropatriarcato capitalista.
«Siamo le creature mostre, non vogliamo dirvi che è tutto a posto, né tranquillizzarvi, non abbiamo intenzione di guarire, normalizzarci, redimerci; non siamo innocue e non vi garantiamo da avvelenamenti, contagio, contaminazione; non vi chiediamo perdono, pietà, indennità, incolumità. Non vi chiediamo di lasciarci integrare nella vostra società, veniamo a dirvi “state in guardia” e “guai a chi ci tocca”».

