Crescere gay a Rozzano negli anni ’90, e sopravvivere

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Tra boss patiti per Nino D'Angelo, saloni di bellezza in casa, la musica di Ambra e le supereroine dei cartoni: storia di un'infanzia nel bronx milanese.

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Sono cresciuto a Rozzano, cap 20089, un paese piccolo ma poi non così tanto alla periferia sud di Milano, oltre la zona Barona, nei pressi di Corsico, Assago e Buccinasco. Posti da cui vengono un sacco di rapper, tipo Fedez e Marracash. Rozzangeles non so se ce l’avete presente: si fa riconoscere anche da lontano, perché le hanno piazzato in mezzo – tipo segnaposto – la gigantesca torre della Telecom, una roba altissima e pure un po’ inquietante, che di notte sparisce, di lei restano solo le luci e sembra una specie di ufo, che si vede a chilometri di distanza.

Rozzano è Milano ma non è Milano. È un’altra roba. Difficile da immaginare se non ci hai vissuto (esserci stati non basta). Rozzano è fatta soprattutto di grandi palazzoni di case popolari dai colori spenti e tutti scrostati. Appartamenti tutti uguali – 2, 3 o 4 locali – disposti in colonne, una affianco all’altra. Otto piani oppure quattro per le palazzine più basse. Le strade hanno nomi di piante e di fiori – via garofani, via verbene, via lillà. Un po’ secondo lo stesso principio per cui le favelas di Rio son fatte di baracche colorate, che da lontano sembrano un luna park. Rozzano è stata costruita negli anni ’60 e ’70. Tirata su dal niente, in mezzo ai campi e alle risaie. Me lo dicevano i miei nonni: guarda lì, quando siamo venuti era tutto verde. Ancora adesso ce n’è tanto, di verde. Ma non te ne accorgi. Perché a Rozzano praticamente hanno scolato negli anni tutto il disagio possibile. Famiglie meridionali perlopiù, fatte di operai quando va bene, oppure di spacciatori e prostitute. Famiglie complicate, trasferite in blocco in questo ghetto del nord, creato ad hoc, con l’imperdonabile errore di aver ammassato i problemi in un unico punto. Senza dar loro quindi la possibilità di circoli virtuosi innescati da frequentazioni altre, diverse, migliori. Famiglie che hanno creato una subcultura specifica fatta di codici di cui poco si sa all’esterno. Un concentrato di pregiudizi e rancori che, se sei un ragazzino gay, appassionato magari di riviste, libri, arte, musica e altre cose non propriamente “da maschio”, significa una sola cosa: sei frocio e ne pagherai continuamente le conseguenze.

In mezzo a tutto ciò ho vissuto per tipo 22 anni. A Rozzano sono stato neonato, bambino e adolescente. E ne ho passate di ogni. Chiariamoci: crescere da omosessuali è una fatica dappertutto. Ma a Rozzano, ecco, vorrei prendermi questo piccolo vanto: di più. Perché Rozzano è una specie di Sud senza il calore del Sud. È il peggio delle piccole periferie della Sicilia, della Puglia e della Campania, trapiantato però al Nord, in mezzo alle possibilità e alle esigenze di Milano. In mezzo al freddo della pianura padana, della nebbia che impone ritmi e standard e che sa benissimo emarginare, stigmatizzare, escludere. Tra le tante cose a Rozzano vige per esempio una grande rigidità di genere: i maschi sono fatti in un modo – motorino, calcio, figa – le donne in un altro. E non ci sono vie intermedie. Ogni tentennamento viene immediatamente riconosciuto e sanzionato. Pubblicamente, in strada, ovunque, perché il codice è pervasivo e condiviso. Le cose stanno in un modo chiaro, preciso. Non c’è spazio per le sfumature. Perché c’è bisogno di certezze a Rozzano.

Quando sono nato mia madre aveva 18 anni, mio padre 21. Dopo 3 anni si sono separati e io sono andato a stare con i nonni, perché mia madre doveva lavorare il più possibile. Già solo i due palazzi di mia madre e di mia nonna, coi loro abitanti e le loro storie, sarebbero sufficienti per intrattenervi a lungo. Da mia madre al piano terra c’erano, nella casa a destra, un giovane meccanico che aveva perso una mano con i botti di capodanno e a sinistra un incubo antropomorfo di nome Franco, un napoletano avanti con gli anni che portava avanti loschi traffici, con la faccia gonfia per gli stravizi, che aveva passato mezza vita in carcere. Ricoperto di tatuaggi osceni e mal disegnati, era dedito alla bottiglia e alla musica di Nino D’Angelo, che quando beveva teneva a volume massimo, assordante, senza che nessuno gli dicesse nulla. La moglie, obesa, si prostituiva, la portava direttamente lui in tangenziale a battere. Franco periodicamente usciva di testa: si barricava in casa, minacciava di farsi saltare per aria col gas. Arrivavano i carabinieri. Per un po’ si calmava, ma durava poco. Alcune volte si tagliava, c’era sangue per le scale. Il portone del palazzo doveva sempre restare aperto per consentire i suoi giri: quando si provava a sistemarlo lui lo sfondava. Per anni è stato così, poi per fortuna Franco è morto e tutto si è un po’ calmato. Io avevo paura di questa gente. Perché mio padre è un poliziotto e quando siamo andati a vivere lì aveva tentato di interferire con questo regime di crimine e connivenza. Per farci spaventare avevano fatto allora arrampicare qualcuno sul balcone della cucina mentre eravamo in casa solo io e mia mamma, come segnale di avvertimento. E se è vero che i traumi vengono fissati nel corpo e nella mente già dalla primissima infanzia, beh, a occhi e croce quell’occasione ebbe per me un buon potenziale. Nello stesso palazzo abitavano anche altre figure, tipo Gisella, una prostituta tossica, sfigurata e senza denti, sempre mezza nuda ma abbastanza gentile. O la Donata e suo marito: una coppia tipo Rosa e Olindo, avviluppata in un asfissiante regime di morbose abitudine, pieni di invidie e desideri di rivalsa.

Nel palazzo di mia nonna pure c’era gente interessante: giovani spacciatori che mi stavano simpatici perché, di fatto, boni, donne semi-ritardate continuamente gravide, operai in pensione taciturni o al massimo bestemmianti, eccentriche parrucchiere che esercitavano in casa, tipo una di nome Mila, che aveva dato vita a un vero e proprio salone di bellezza, con tanto di riviste e postazioni con poltroncina e specchio. C’erano soprattutto le amiche di mia nonna, con cui guardavamo le telenovelas del periodo, come Topazio, La donna del mistero, Manuela. In queste donne rumorose, fisiche, affettuose io ho trovato un riferimento sicuro, un rifugio divertente in cui poter parlare una lingua comoda, distesa, familiare. Le signore in questione – a me tutt’ora note solo attraverso il loro cognome, perché così mia nonna le chiamava – mi accompagnavano a scuola, mi ospitavano nelle loro case, mi regalavano i giochi da femmina, noncuranti dei dictat maschili, ad esempio di mio nonno, che tentavano di sanzionare ovvero censurare le mie inclinazioni.

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Le scuole – asilo, elementari, medie, liceo – hanno scandito fasi diverse della mia storia. Alla materna le cose ancora andavano bene: tutto era piuttosto carino, ero abbastanza integrato. La scuola era proprio sotto casa, e a volte la mattina ero contento di vedere e far vedere agli altri mia madre affacciarsi a sbattere il tappeto. Un volta, durante un intervallo, alcune mie compagne mi chiesero chi avrei voluto baciare: nella mia serafica ingenuità feci il nome di un mio compagno maschio, un biondino basso, il più intelligente della classe, che già sapeva leggere e che venne prontamente chiamato nella casetta a forma di fungo al centro del salone comune per soddisfare il mio desiderio. Lui si rifiutò, ma senza grandi clamori.

Alle elementari però iniziarono i casini: venivo sistematicamente minacciato di botte. Tipico era quel “ti aspetto fuori” che mi faceva un sacco paura. Perché io a menare non ero buono e a Rozzano saper menare è importante. È più importante che avere i soldi, perché i soldi lì tanto non li ha nessuno, ma le mazzate se le sai dare fa la differenza. Gli insulti che mi prendevo erano in napoletano o siciliano – ricchio’, con la o finale allungata, ululata. Vivevo quindi perlopiù recluso, odiavo stare con gli altri, sopratutto coi maschi. Che volevano giocare a pallone, attività per la quale io ero totalmente negato e che mi inquietava per i falli aggressivi, bellici, rabbiosi dei terroncelli rozzanesi. Stavo perlopiù in casa, in cameretta, a guardare i telefilm con i miei zii – che erano poco più che adolescenti – oppure a giocare con le action figures, tutte rigorosamente donne: tipo Wonder Woman, Catwoman, Poison Ivy o la fotoreporter delle tartarughe ninja. In quel periodo avevo solo un’amica, che dicevo essere la mia fidanzata. Ballavamo e ascoltavamo le canzoni di Ambra. Il primo disco, quello di T’appartengo. A san Valentino le regalavo i baci perugina col peluche. Oppure dei cuoricini in argento.

Le medie le ho fatte in una classe di disagiati veri, alcuni seguiti dagli assistenti sociali. Ragazzi con storie di abusi, padri in galera, fratelli rovinati. Uno di questi in particolare mi terrorizzava: aveva crisi di rabbia e mi riempiva di pizzicotti e schiaffi sul collo. Diventava tutto rosso sulle guance e mordendosi le labbra sfogava su di me i suoi impeti di misteriosa e immotivata ira. Una che credevo essere abbastanza mia amica e che una volta ebbi l’ardire di sfottere per qualche scemenza, mi fece aspettare fuori da una sua conoscente più grande, una lesbica, che vicino alla chiesa, sotto la statua dell’arcangelo Gabriele posta in cima all’edificio anni ’70, mi spiegò in modo assai convincente che non mi dovevo più permettere, assestandomi un calcio volante dritto in pancia. Corsi veloce a casa. Completamente sconvolto per la vergogna. Ero stato menato e pure da una femmina.

Crescendo poi è andata un po’ meglio: il liceo l’ho fatto a Milano e da lì si può dire ch’è iniziata, lentamente, la mia liberazione. Ho conosciuto persone, ho imparato ad avere degli amici. Mi sono innamorato e ho parlato di me alle gente. Ma ciononostante, ogni volta che camminavo per le strade di Rozzano, la paura di essere visto e insultato e menato rimaneva tutta. Ancora oggi, quando torno a Rozzano, per andare a pranzo dai miei, proprio tranquillo non sono. Spesso ci vado col mio ragazzo e quando ci vestiamo per partire e andare a prendere il tram che porta laggiù, alla fine del lungo, lunghissimo viale dei Missaglia, oltre il sempre più grande complesso commerciale del Fiordaliso, io ad esempio sto attento a come ci vestiamo. Perché so che i colori, per dirne una, a Rozzano contano. Certi outfit non passano inosservati. Il codice non deve essere violato. E lo so perché tipo quando in seconda media andai a scuola con dei pantaloni scozzesi tinta celeste che mi ero fatto regalare da mio padre, diedi scandalo al punto tale che, messi quella volta, non potei più indossarli di nuovo. Un mio compagno me lo disse chiaramente: sono da gay. Io chiesi perché. Lui non seppe rispondermi. Si vede, disse.

Così, insomma, sui vestiti come pure su tutta un’altra serie di faccende, anche se è passato un sacco di tempo, la paura rimane. Metabolizzata, incorporata, sta lì. Mi sono salvato, a mio modo. Sono andato via, ho trovato zone del mondo più adatte a me, ho capito i rapporti tra le cose e ho messo tutto in prospettiva, certo, va bene. Ma come fai a dimenticartela Rozzano?

(Jonathan Bazzi)

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