In Giappone la Corte Suprema emetterà una sentenza unitaria sulla costituzionalità del divieto di matrimonio tra persone dello stesso sesso: i sei ricorsi pendenti sono stati trasferiti al Grand Bench, il plenum presieduto dal Presidente della Corte Yukihiko Imasaki. Il Grand Bench è riservato ai casi di particolare rilevanza, soprattutto quelli che implicano l’interpretazione costituzionale. È composto da 15 giudici che dovranno comporre ed emettere un comune responso. Dall’autunno 2025 il Paese è guidato dalla premier conservatrice Sanae Takaichi. Vicina alle lobby religiose ultraconservatrici, Takaichi si era detta contraria al matrimonio egualitario.
Il percorso nelle corti

La battaglia legale era iniziata nel 2019. La campagna nazionale di contenziosi denominata Marriage for All era stata lanciata da oltre 30 persone LGBTQ+ che chiedevano pari diritti matrimoniali. Da allora, sei cause sono state istruite in altrettante sedi.
Il quadro che ne è emerso è quasi unanime, con una sola, significativa eccezione. Le corti d’appello hanno quasi sempre stabilito che il divieto di matrimonio same-sex è incostituzionale. L’unica sentenza contraria era arrivata il 28 novembre 2025 dalla Corte d’Appello di Tokyo, quando la giudice Ayumi Higashi aveva sostenuto che la definizione legale di famiglia come unità tra una coppia e i loro figli è razionale, e che l’esclusione del matrimonio same-sex è valida. Una posizione isolata, ma che ha creato il conflitto giurisprudenziale necessario e sufficiente a portare la questione davanti alla Corte Suprema. Poi nel marzo 2026, il Grand Bench ha annunciato che delibererà se il divieto di matrimonio violi la Costituzione entro l’inizio del 2027. La sentenza sarebbe vincolante a livello nazionale e potrebbe indurre il Parlamento ad agire, sebbene una successiva legge nazionale non sarebbe comunque un atto dovuto. La Corte Suprema giapponese può dichiarare una legge incostituzionale, ma non ha il potere di annullarla formalmente né di imporre al Parlamento una scadenza per sostituirla. Un meccanismo di equilibrio dei poteri che conosciamo anche in Italia, dove le numerose sentenze della Corte Costituzionale e della Cassazione sui diritti LGBTI+ non costituiscono obbligo per il legislatore (il parlamento).
Il nodo costituzionale, le firme e la solitudine del Giappone

In Giappone l’intoppo è nella Costituzione stessa. Il testo definisce il matrimonio fondato sul consenso reciproco di “entrambi i sessi“: una formulazione del dopoguerra che i tribunali progressisti stanno reinterpretando, ma che i conservatori leggono come un ostacolo insuperabile per via giudiziaria. La Corte Suprema esaminerà la costituzionalità del matrimonio egualitario entro l’inizio del 2027. Ma mentre i giudici si preparano, il movimento non aspetta. Marriage for All Japan ha esteso la propria campagna a tutte e 47 le prefetture del Paese, raccogliendo circa 40.000 firme in una petizione chiusa da pochi giorni che chiedeva testualmente:
“Facciamo in modo che il matrimonio tra persone dello stesso sesso diventi realtà in Giappone! Il governo e il parlamento non devono limitarsi a “osservare” la situazione, ma agire subito per legalizzare il matrimonio tra persone dello stesso sesso senza attendere una sentenza della Corte Suprema.
La campagna è sostenuta da sit-in, striscioni arcobaleno, mostre pubbliche, lettere indirizzate ai singoli giudici e lo slogan “L’amore vince“.
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Il Giappone rimane l’unico Paese del G7 senza riconoscimento legale delle unioni same-sex, nonostante i sistemi locali di partnership coprano ormai la maggior parte della popolazione e il sostegno dell’opinione pubblica si attesti intorno al 70%. Il Parlamento, dominato dall’ala conservatrice del Partito Liberal Democratico della premier Takaichi continua a frenare ogni iniziativa legislativa.
Lo scorso maggio 2026 un tribunale aveva emesso una sentenza a favore del riconoscimento delle identità non binarie.
