L’8 maggio l’Alta Corte di Osaka ha stabilito che il sistema di registrazione familiare del Giappone, il koseki, sistema nazionale obbligatorio per la registrazione di nascite, decessi e matrimoni, viola le tutele costituzionali di uguaglianza del Paese offrendo solo le opzioni di genere “maschio” e “femmina”.

Una sentenza storica a favore del pieno riconoscimento delle identità non binarie. La mancanza di un’opzione di genere non binario nel sistema nazionale, in conclusione, viola le tutele antidiscriminatorie dell’articolo 14.

Identità non binarie, il Giappone a un bivio

Il caso è nato nel dicembre del 2024, quando una persona non binaria di 50 anni residente nella prefettura di Kyoto ha presentato una petizione al tribunale per la famiglia per modificare il proprio genere nel koseki, in modo da rispecchiare la propria identità, chiedendo di sostituire la dicitura “figlia maggiore” con un termine neutro.

La sua richiesta è stata inizialmente respinta dal Tribunale per la famiglia di Kyoto, decisione confermata nella sentenza dell’8 maggio dal giudice Masahiro Oshima, la quale ha però stabilito che il sistema deve essere applicato in modo coerente a livello nazionale e che l’esclusione della persona non binaria vìola le norme giapponesi a tutela dell’uguaglianza.

Sebbene l’organo giudiziario – uno degli otto tribunali regionali superiori del paese – abbia affermato che modificare l’indicazione di genere del ricorrente nel koseki non sarebbe in questo momento opportuno, ha stabilito che la mancanza di opzioni per l’indicazione di genere non binario dovrebbe essere riconsiderata a livello nazionale. Qualora in futuro si dovesse stabilire che un’opzione non binaria debba essere introdotta, la richiesta del ricorrente dovrebbe essere riconsiderata. Come riportato dal quotidiano giapponese Asahi Shimbun, scrive ThemUs, il tribunale ha stabilito che è “opportuno aprire la strada a correzioni in una forma che sia in linea con l’identità di genere dell’individuo“.

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Il tribunale ha inoltre affermato che l’identità di genere è “direttamente collegata all’esistenza personale di un individuo, rendendola un bene giuridico di fondamentale importanza“, come riportato dal Japan Times. Gli attivisti giapponesi hanno definito la sentenza come un passo significativo verso il riconoscimento dell’esistenza delle persone non binarie da parte della legge giapponese. “L’esistenza del genere non binario non è stata riconosciuta legalmente“, ha sottolineato l’avvocato Shun Nakaoka al Japan Times. “Ma la dichiarazione dell’Alta Corte sull’identità di genere è un enorme passo avanti verso il suo riconoscimento legale”. La sentenza non ha immediatamente modificato il sistema, ma ha stabilito un precedente costituzionale che potrebbe aprire la strada ad un’attesa riforma nazionale.

A fine 2025 l’Alta corte di Tokyo ha stabilito che il divieto di matrimonio tra persone dello stesso sesso è costituzionale, diventando così l’unica corte d’appello del Paese a sostenere apertamente la posizione del governo dopo cinque sentenze contrarie emesse tra Sapporo, Nagoya, Osaka, Fukuoka e una precedente decisione della stessa Tokyo nel 2024. Per la giudice Ayumi Higashi il matrimonio resta “ragionevolmente” definito come un’unione tra un uomo e una donna, e la questione “deve essere discussa prima in Parlamento”. Ma alla guida del Paese c’è la premier Sanae Takaichi, apertamente contraria al matrimonio egualitario e molto vicina allo Shinto Seiji Renmei e a Nippon Kaigi (lobby religiose ultraconservatrici).

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