Il Giappone compie un passo indietro sui diritti LGBTQIA+. L’Alta corte di Tokyo ha stabilito che il divieto di matrimonio tra persone dello stesso sesso è costituzionale, diventando l’unica corte d’appello del Paese a sostenere apertamente la posizione del governo dopo cinque sentenze contrarie emesse tra Sapporo, Nagoya, Osaka, Fukuoka e una precedente decisione della stessa Tokyo nel 2024.
Il verdetto arriva nel sesto e ultimo caso della campagna nazionale di contenziosi legali denominata Marriage for All, lanciata nel 2019 da oltre 30 persone LGBTQ+ che chiedono pari diritti matrimoniali. Gli otto ricorrenti, tra cui un uomo trans, chiedevano un risarcimento simbolico e il riconoscimento di una violazione dell’uguaglianza sancita dalla Costituzione. La corte ha respinto tutto: per la giudice Ayumi Higashi, il matrimonio resta “ragionevolmente” definito come un’unione tra un uomo e una donna, e la questione “deve essere discussa prima in Parlamento”. Ma il clima politico in Giappone ha recentemente visto la nomina a premier della conservatrice Sanae Takaichi, apertamente contraria al matrimonio egualitario e molto vicina allo Shinto Seiji Renmei e a Nippon Kaigi (lobby religiose ultraconservatrici).

La pronuncia ribalta la decisione del tribunale distrettuale di Tokyo del 2024, che aveva parlato di una situazione “in stato di incostituzionalità”. E soprattutto interrompe la sequenza di sentenze che, dal 2024 in avanti, avevano riconosciuto come incostituzionale l’esclusione delle coppie dello stesso sesso, citando la violazione dell’articolo 24 (libertà di matrimonio) e dell’articolo 14 (uguaglianza). A Fukuoka, nel 2024, i giudici avevano richiamato anche l’articolo 13 sulla “ricerca della felicità”.

La reazione della società civile è immediata. Amnesty International parla di “passo indietro grave e isolato”, ricordando che la stessa giudice Higashi ha ammesso nel verdetto che, senza un intervento legislativo, “una violazione costituzionale diventerà inevitabile”.
Le persone che hanno avviato i procedimenti legali impugnando il divieto hanno espresso frustrazione e rabbia:
“Vogliamo solo poterci sposare ed essere felici come chiunque altro”
Il caso ora passa alla Corte Suprema, che nel 2026 potrebbe pronunciarsi per la prima volta sul matrimonio egualitario. Nel frattempo il Giappone resta l’unico Paese del G7 senza alcun riconoscimento legale per le coppie omosessuali, nonostante il sostegno dell’opinione pubblica sfiori il 70% e molte imprese internazionali sollecitino una riforma per garantire tutele ai propri dipendenti.
Il verdetto di Tokyo non chiude la battaglia, ma la riapre su un fronte nuovo: quello della politica. Il Parlamento, dominato dall’ala conservatrice del Partito Liberal Democratico della premier Takaichi continua però a frenare.

© Riproduzione riservata.

Cosa ne pensi?