C’era una volta New York, la New York che sopravvive nell’immaginario collettivo; quella New York “formula perfetta” con cui Fitzgerald parlava di Hollywood e dell’industria cinematografica; quella New York miscuglio d’ogni sorta, creatività, potere, denaro, azzardo, arrivismo, fama e tanto, tanto caso.
New York come Praga dei primi del ‘900 o Parigi di buona parte dell’800, New York che negli anni ’70 e ’80 è il centro del mondo e culla che accudisce, sculaccia e alleva innumerevoli personalità che le avrebbero permetto di tracciare un solco indelebile nel mondo dell’arte e nella cultura pop.
Una New York irripetibile che ha visto emergere il genio di Robert Mapplethorpe, appunto la “formula perfetta”.

E chissà se quella New York è esistita davvero o vive solo negli aneddoti, nel potere di corruzione della Storia che ha il cinema, nelle memorie e nella nostalgia, che è moneta corrente oggi. Intanto a noi resta il “corpo materiale dell’artista” – come dice Patti Smith in “Just Kids” – che è la sua Opera, unico luogo in cui è possibile “ritrovare la verità” al di là del chiacchiericcio.
Un chiacchiericcio che racchiude tanta vita e che suggella il mito, ma che può allontanare dalla messa a fuoco della grandezza dell’arte e, in questo caso, del potere magnetico e manipolatorio delle immagini.

Robert Mapplethorpe è morto a 42 anni, stroncato da complicazioni dovute all’AIDS. Oggi torna con una mostra a Venezia alle Stanze della Fotografia, più di 30 anni dopo la personale voluta da Germano Celant nella stessa città, e sarà possibile vedere tutti i passaggi del nucleo creativo del fotografo americano.
Qui proponiamo una nostra selezione di suoi scatti.









– ©Robert Mapplethorpe Foundation











