Il prete omofobo che insulta il giornalista ma sfugge al processo

Da 5 anni Simone Alliva attende giustizia nei confronti di Ariel S. Levi di Gualdo, con la prescrizione che incombe e il sacerdote che scappa dal processo per diffamazione.

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Sei anni fa, era il 30 ottobre 2016, dalle frequenze di Radio Maria  il frate domenicano e sacerdote Giovanni Cavalcoli commenta con queste parole il terremoto di Amatrice: “Dal punto di vista teologico questi disastri sono una conseguenza del peccato originale, sono il castigo del peccato originale, anche se la parola non piace. […] Arrivo al dunque, castigo divino. Queste offese alla famiglia e alla dignità del matrimonio, le stesse unioni civili. Chiamiamolo castigo divino“.

Simone Alliva, penna dell’Espresso nonché nostro collaboratore, ne dà notizia. Radio Maria sospende Cavalcoli e la Santa Sede ordina restrizioni con proibizione di predicare, confessare, celebrare la Santa Messa.

Un mese dopo Alliva viene preso di mira da tale Ariel S. Levi di Gualdo, presbitero e teologo, fondatore delle Edizioni L’Isola di Patmos, spesso in onda tra i vari talk di Rete 4, riportando sue foto, generalità e l’università alla quale Simone era iscritto. In difesa di Cavalcoli, ’embargato’ dalla Santa Sede dopo le indecenti parole pronunciate a Radio Maria, il teologo pubblica tre articoli altamente diffamanti nei confronti di Alliva.

Il giornalista viene descritto come “un “religioso” della suprema “neo-chiesa del gender” che scrive forse i propri articoli aggressivi vagando da un localino gay all’altro della Capitale, facendo al tempo stesso il master post-laurea in giornalismo. […] Il suo spirito malvagio forse unito anche all’intima gioia d’aver recato grave danno, dolore e disagio a un uomo timorato di Dio che per età potrebbe essere suo nonno“.

In un altro articolo Alliva viene definito “un ideologo della cultura del gender e dell’omosessualismo“.

Nel terzo e ultimo articolo del ‘trittico’, Ariel S. Levi di Gualdo se la prende con Tommaso Cerno, oggi parlamentare e all’epoca direttore dell’Espresso, a suo dire “mecenate” di Alliva e “militante gay”, concludendo: “Se Silvio Berlusconi favoriva donne-vamp e belle ragazze nelle sue aziende private o per la candidatura nelle liste di Forza Italia, per tutta risposta le numerose prefiche gay sul libro paga de L’Espresso si stracciavano le vesti al grido di meretricio berlusconiano! Se però Tommaso Cerno sistema poco più che adolescente uno dei suoi ragazzotti gay a L’Espresso, questo non è meretricio gay, è cosa veramente buona e giusta“.

A questo punto Alliva querela per diffamazione padre Ariel Allevi di Gualdo, presso il Tribunale di Roma, ed è qui che inizia una via crucis giudiziaria, come rimarcato sull’Espresso dal suo avvocato Francesca Rupalti:

“La richiesta di tutela da parte del giornalista ha incontrato molte difficoltà, dopo un primo trasferimento per incompetenza territoriale dalla Procura di Roma a quella di Siracusa, il mio assistito ha dovuto opporsi anche alla richiesta di archiviazione avanzata dalla Procura di Siracusa. La motivazione fu che il reato, se pur sussistente, veniva considerato di particolare tenuità, come se gli insulti più grevi e gli accostamenti più bassi, contenuti in ben tre articoli, potessero essere considerati poco più di uno scivolone o comunque un comportamento su cui si potesse sorvolare. In altre parole, che la dignità lesa di un cittadino, attaccato nella sua persona per proprio lavoro, non fosse tale da scomodare un procedimento penale. Per fortuna il Gip accolse l’opposizione alla richiesta di archiviazione presentata da Alliva, disponendo il rinvio a giudizio di Ariel Levo di Gualdo”.

Tutto è bene quel che finisce bene? Affatto, perché dopo 5 anni il processo non è mai avanzato oltre la prima udienza.

“Dopo innumerevoli rinvii per ricerche, ove l’imputato per anni non veniva reperito presso il proprio indirizzo di residenza, nonostante sia addirittura stato visto anche in programmi di prima serata di livello nazionale, per la seconda volta assistiamo alla presentazione di rinvii per legittimo impedimento basati su motivi di salute decisamente discutibili”, denuncia oggi l’avvocato sull’Espresso.

Per evitare il processo Ariel Allevi di Gualdo lamenta prima una congiuntivite, poi si definisce indisponibile causa rimpolpamento degli zigomi, dopo un’aggressione avvenuta nel 2016. La prescrizione incombe, sottolinea l’avvocato Rupalti, con i numerosissimi rinvii che pregiudicheranno in ogni caso Alliva, che si è già trovato a sopportare spese di partecipazione al processo che non troveranno probabilmente ristoro.

Questa storia non riguarda solo me, ma riguarda chi fa questo mestiere“, ha commentato il giornalista all’Espresso. “Sono giunto alla conclusione che denunciare non serve. Dopo quelle pubblicazioni ho avuto difficoltà con l’Università, a causa di una campagna portata avanti da Gualdo di boicottaggio della mia presenza. E poi naturalmente di opportunità lavorative: non è bello presentarsi ai colloqui e sapere che dall’altra parte chi cerca informazioni su di te legge per prima cosa “omosessualista e genderista”. Poi c’è la paura. In pochissimo tempo il mio volto era diventato visibile in ambienti cattolici estremisti che erano a conoscenza anche della mia sede universitaria. È una forma anche di censura, indiretta. Una reazione di questo tipo a un articolo di pura cronaca ti paralizza, ti fa domandare se è il caso di continuare ad occuparti del tema. Sono passati cinque anni. Io mi sono presentato a tutte le udienze del processo rimandate per mancata notifica o legittimo impedimento. Gualdi mai. Ho speso più soldi di quanto potessi permettermene. Voli, alloggio, avvocato. In questi cinque anni non ho mai cercato la ribalta mediatica. Sono calabrese, sono stato uno dei ragazzi di Locri. Mi sono formato scrivendo di legalità, in anni di ricerca vera e piena di giustizia, tra il Centro Studi Pio La Torre e la mia terra di origine. Oggi scrivo di diritti civili e giustizia. Sono cresciuto con l’idea che quest’ultima si possa cercare in Tribunale. I soggetti istituzionali, lo Stato sono l’unico garante. Sbagliavo. Oggi scrivere è un rischio. Denunciare è una tassa economica non indifferente. Ed è qualcosa che mette in pericolo chi scrive e chi legge. Se un semplice processo di diffamazione, documentale, palese diventa un calvario lungo 5 anni vuol dire che ci troviamo di fronte un sistema giustizia malato che dissuade il giornalista dal “raccontare i fatti a ogni costo”“.

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