L’11 marzo 2026 l’Assemblea nazionale del Senegal ha approvato una legge anti-LGBTIQ+ che raddoppia le pene per gli “atti contro natura”: da 5 a 10 anni di carcere, con multe fino a 10 milioni di franchi CFA (15mila euro). La norma, fortemente voluta dal primo ministro Ousmane Sonko, introduce anche il reato di “apologia” dell’omosessualità, punibile con 3-7 anni, abbastanza ampio da colpire attivisti, giornalisti, avvocati e operatori sanitari. Il testo deve essere ancora promulgato dal presidente Bassirou Diomaye Faye. Nel frattempo gli arresti continuano, le organizzazioni LGBTIQ+ si sono dissolte e chi può pensa a fuggire. Abbiamo parlato con A., una donna lesbica che vive a Dakar.
Dal suo appartamento alla periferia di Dakar, A. esce molto poco in questi giorni in cui continua l’ondata mediatica, politica, giudiziaria e popolare contro l’omosessualità in Senegal.
«Sono molto prudente, esco solo la sera, quando c’è poca gente in giro, e comunque vado solo in negozi aperti. Sono lesbica, mi definisco tom boy, sono abituata al fatto che qualcuno mi prenda in giro o mi insulti per strada. In genere rispondo per le rime, gli mollo anche una sberla, ma adesso è troppo pericoloso. Quello che temo soprattutto è di essere stata in contatto con qualcuno degli arrestati: mi troveranno nei loro gruppi WhatsApp, oppure qualcuno farà il mio nome»
Ma avevate delle organizzazioni LGBT?
«In Senegal non si può. Per ottenere l’autorizzazione del Ministero a esistere come associazione o come ONG, non puoi presentarti come LGBT. Si erano però formate delle associazioni sul tema della difesa della donna dalle violenze e sul tema dell’aiuto alle persone sieropositive, e ci trovavamo anche per parlare di diritti LGBT e per aiutare le persone. Adesso abbiamo fermato tutto, ci siamo dispersi. Da quando è cominciato il cosiddetto “affaire Pape Cheikh Diallo” (conduttore televisivo al centro dell’inchiesta di chi vi abbiamo parlato ieri ndr) hanno cominciato a rintracciare e arrestare le persone sulla base di quello che trovano nei loro telefoni. Inoltre la potente associazione islamista e apertamente omofoба Jamra ha consegnato alla magistratura e alla polizia un dossier con gruppi e nomi di quella che è, secondo loro, la rete da smantellare.»
A. vive con la sua compagna e con quello che definisce il loro bambino che, ovviamente, non può essere riconosciuto legalmente. Le chiedo chi sia il padrebiologico.
«Anche io sono stata praticamente obbligata a sposarmi con un uomo, per di più un amico di mio padre. Adesso non ci vediamo più, è in Camerun, e il bambino è come se avesse due mamme. Per fortuna mia madre, sua nonna, ci aiuta molto.»

Cerchiamo con A. di fare il punto sull’ondata di arresti e su cosa succederà dopo l’approvazione della nuova legge. Le chiedo se può aiutarmi a rintracciare un avvocato degli arrestati.
«Ma figurati, non parlano, non ho visto nessuna intervista: c’è una pressione sociale incredibile contro di loro. Comunque ti posso dire che sono certa che tutte le accuse di trasmissione volontaria del virus HIV siano false, e in alcuni casi hanno persino pubblicato che era sieropositivo qualcuno che non lo era.»
A conferma arriva quella che sembra la prima sentenza emessa dopo l’esplosione del caso. Anche se si tratta di uno degli arresti più recenti, l’iter giudiziario si è concluso prima, probabilmente perché l’imputato ha confessato. Paragonata con la campagna accusatoria e con le nuove pene più severe previste dalla legge, non ancora in vigore, la sentenza è persino mite. Thierno Seydou Pam è stato assolto dall’accusa di trasmissione volontaria del virus HIV e condannato a tre anni per “atti contro natura”. Con la nuova legge sarebbero stati almeno cinque.
La pubblicazione dei dettagli della vicenda è piuttosto inquietante, per vari motivi: la totale mancanza di protezione della privacy; lo stato di prostrazione dell’imputato, che ha raccontato agli inquirenti tutti i dettagli della sua vita privata; e soprattutto l’uso delle chat e delle relazioni, anche solo virtuali, su WhatsApp come prova degli “atti contro natura”. Finora, nei paesi in cui sono in vigore leggi che puniscono tali “atti”, gli imputati finivano spesso assolti per la difficoltà di raccogliere prove testimoniali. Questa notizia apre uno scenario nuovo e inquietante.
La vicenda si incrocia con alcune considerazioni che A. esprime nella nostra lunga conversazione via chat. Le ho chiesto perché le cose peggiorino in Senegal invece di migliorare o almeno stabilizzarsi. A. non ha uno sguardo particolarmente politico e non mi parla della concorrenza populista tra le associazioni islamiste e il partito del primo ministro Sonko. Mi parla di internet.
«Tutto è più esposto, tutto è virale, tutto circola. Prima la questione omosessuale era nascosta, ora è pubblica.»
A suo parere hanno contribuito anche alcuni ragazzi effeminati che si sono presentati tranquillamente su TikTok, suscitando proteste e attacchi a non finire. Sembra davvero che internet moltiplichi più facilmente le peggiori cose.

Nel 2023 destò perlomeno una certa disapprovazione l’atroce episodio dell’uomo omosessuale dissotterrato da un cimitero da una folla di fanatici omofobi. Adesso, dopo l’ondata di arresti e la nuova legge, circola positivamente il video TikTok di un ragazzo gay circondato e malmenato da un gruppo che lo scorta a una stazione di polizia, dopo che qualcuno lo aveva attirato a un appuntamento per incastrarlo.
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Le chiedo ad A. se risultano molti episodi del genere. Non si sa. Di sicuro, un giovanissimo musicista è stato accoltellato a morte pochi giorni fa da un gruppo di quattordicenni, ci racconta. Lo avevano insultato come omosessuale, sembra che non lo fosse, e lui ha reagito. I ragazzi sono stati arrestati.
L’atroce episodio è il segno di quanto sia alta la paranoia in proposito. La parola usata è goorjigen (“uomo-donna”), un termine che fino a qualche decennio fa veniva usato solo descrittivamente e quasi con rispetto, per indicare figure fluide a cui veniva riconosciuto un ruolo sociale. Vale la pena ricordarlo ancora una volta: l’omofobia viene giustificata come difesa dei valori tradizionali africani, ma non è andata davvero così. È stata introdotta dai colonizzatori e dalle più recenti ondate neo-islamiste.
Sugli sviluppi futuri A. è pessimista:
«Aspetto solo che si calmino un po’ le acque, poi cerco di organizzare la nostra fuga. Parlo di fuga perché ottenere i visti per viaggiare regolarmente in Europa è impossibile.»
Il giorno dopo, constatando che il presidente della Repubblica non ha ancora controfirmato la legge, osa sperare:
«Magari ha paura delle pressioni internazionali.»
Ma in realtà pressioni internazionali forti non risultano. Sul quotidiano senegalese Seneweb campeggia la sdegnata risposta del primo ministro Sonko alla ministra per l’Energia e l’Ambiente della Vallonia (Belgio), che aveva annullato una visita di cooperazione per protesta contro la persecuzione delle persone omosessuali. «Se ne stia pure a casa, non ci serve il suo aiuto», ha risposto Sonko. Se il presidente non firmasse, ci sarebbero manifestazioni di piazza contro di lui. In questo momento non si vede un’uscita dal tunnel.
Firma la petizione di AllOut “NO alla Legge anti-LGBTIQ+ in Senegal“
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