Perché il video di Imane Khelif non è una vittoria femminista?

Perché una persona intersessuale è ancora costretta a performare binarismo per essere lasciata in pace?

Ascolta:
0:00
-
0:00
imane-khelif-makeover
4 min. di lettura

Imane Khelif, medaglia d’oro nel pugilato femminile alle Olimpiadi di Parigi 2024, torna a far parlare di sé, questa volta per ragioni che trascendono il mondo dello sport. Un video, pubblicato sul profilo Instagram del salone di lusso algerino Beauty Code, immortala la sua trasformazione stilistica, un makeover che è rapidamente diventato virale sui social media.

Nel filmato – degno del più melenso tropo alla Disney Channeol Original Movie – Khelif passa dalla sua austera divisa da pugile a un raffinato caftano algerino, impreziosito da un trucco impeccabile. Al collo brilla la medaglia d’oro olimpica, mentre orecchini floreali a cerchio completano il look, offrendo un’immagine inedita della campionessa. Il controsenso è tutto nella didascalia che accompagna il post:  

“Imane non cambia il suo aspetto per adeguarsi agli standard imposti dalla società. Il suo messaggio va oltre: l’apparenza non riflette l’essenza di una persona, e l’abito non ne definisce il valore. Può essere femminile ed elegante quando lo desidera, ma sul ring ciò che conta davvero sono la strategia, la forza e i pugni: questi elementi rappresentano la sua vera natura. Così come i baffi non definiscono un uomo – dopotutto, anche gli scarabei li hanno – allo stesso modo, abiti, extension e trucco non definiscono una donna.”

 

 

View this post on Instagram

 

A post shared by Beauty code (@beauty.code.officiel)

Ma perché questa riflessione è, ai nostri occhi, un totale buco nell’acqua? Per comprenderlo appieno, occorre ricordare che Khelif è stata recentemente al centro di una polemica infondata, sollevata da un tweet del nostrano Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini, durante le Olimpiadi.

Totalmente all’oscuro dell’esistenza delle persone intersessuali e incapace di effettuare una semplice ricerca su Google, Salvini aveva erroneamente definito Khelif – persona con varianza delle caratteristiche sessuali – una donna trans, cavalcando una polemica risalente all’anno scorso. 

Nel 2023, l’International Boxing Association (IBA), presieduta dall’amico fraterno di Vladimir Putin, Umar Kremlëv, aveva infatti vietato la partecipazione di Khelif ai campionati mondiali a causa dei suoi livelli di testosterone superiori alla media. Una decisione che era stata presa anche per un’altra pugile, la taiwanese Lin Yu-ting. Tuttavia, il Comitato Olimpico ha poi ribaltato tale provvedimento, riconoscendo che Khelif non aveva alcun vantaggio biologico rispetto alle sue avversarie.

Fatti e riscontri empirici non riflettono però la monolitica retorica anti-trans che tanto va di moda nei circoli ultraconservatori, alimentata da un certo femminismo trans-esclusionario alla J.K. Rowling.  

E così, in un classico esempio di telefono senza fili, la falsa narrativa sulla presunta identità di genere di Khelif è stata rimbalzata da una testata all’altra, da un profilo social all’altro, gettando un’ombra sulla già controversa Olimpiade parigina.

Ad oggi, nonostante le ripetute smentite e la conferma che Khelif non è una donna transgender, alcune voci insistono nel definirla volgarmente “un maschio biologico” – terminologia peraltro errata e lesiva della dignità delle persone trans*. Una posizione rafforzata dal gesto plateale della pugile italiana Angela Carini, ritiratasi dal match contro Khelif dopo appena 46 secondi di combattimento.

Aggiungi Gay.it come fonte preferita in Google!

Per la cronaca, nonostante la scarsa performance, Carini ha ricevuto un premio in denaro dall’IBA ed è diventata testimonial dell’azienda che costruirà il Ponte sullo stretto, progetto tanto caro al governo Meloni. Incredibile quanto possa portare lontano l’adesione – non troppo passiva – alle retoriche d’odio della frangia ultraconservatrice internazionale.

Di fronte alle ostilità, Khelif ha però reagito con coraggio, vincendo la prima medaglia d’oro olimpica femminile per l’Algeria e intraprendendo azioni legali per difendersi dalla gogna mediatica a cui è stata sottoposta, citando figure come Elon Musk e J.K. Rowling per le loro posizioni controverse. In una dichiarazione rilasciata a Reuters, la pugile ha espresso il desiderio di “cambiare la mentalità delle persone in tutto il mondo.”

Tuttavia, per comprendere appieno il significato di queste parole, è necessario considerare il contesto socio-politico in cui Khelif vive. L’Algeria, il suo paese d’origine, non solo non offre alcuna protezione alla comunità LGBTQIA+, ma criminalizza l’omosessualità con pene fino a tre anni di carcere. In un paese in cui i diritti civili sono gravemente limitati e la violenza di genere è un problema diffuso, Khelif non ha quindi mai potuto confermare apertamente la sua identità di persona intersessuale, né avvicinarsi ai movimenti per i diritti civili che l’hanno difesa.

In ogni sua dichiarazione, la pugile ha sempre affermato di “essere una donna come tutte le altre“, impaurita e disgustata dalle insinuazioni su una potenziale identità di genere non conforme. Seppure ci appaia scorretto attaccarla direttamente su questo aspetto considerando il suo vissuto, esso ci porta a una riflessione più profonda. 

Non spetta certo a noi sindacare sull’espressione di genere di nessuna figura pubblica, eppure la recente trasformazione estetica presentata nel video appare in tutto e per tutto un tentativo di conformarsi agli standard di femminilità imposti, quasi una risposta remissiva agli haters che l’hanno attaccata con ferocia.

Una dinamica che il girlboss feminism – femminismo superficiale e performativo che anziché sfidare le norme di genere, le rinforza – presenta come un revenge glow up, in cui una donna “vince” sui suoi detrattori attraverso una banale trasformazione estetica.

La prassi è seguire la logica patriarcale e capitalista del femminismo calmierato, che una settimana ci vuole Lana-coded, quella dopo Barbie, quella dopo ancora Brat: l’importante è esacerbare una femminilità il più possibile conformata a ciò che ci viene venduto. 

Con il risultato di perpetuare una logica binaria che ignora la complessità dell’identità di genere e della lotta per i diritti civili.

Nel caso di Khelif, il suo inaspettato makeover diventa così una risposta alle aspettative sociali a cui lei sembra non aver mai dato troppo peso, interrogandoci su quanto la struttura patriarcale continui a influenzare anche su coloro che, come lei, cercano di sfidare le convenzioni.

In un mondo che ancora pretende passing dalle persone trans* e intersessuali, Khelif avrebbe potuto inviare un messaggio potentissimo anche solo tramite la sua vittoria sportiva, dimostrando che una donna è e sarà sempre abbastanza al di là della sua conformità agli standard imposti. Ci arriveremo.

© Riproduzione riservata.

Mi piace
Commenta
Salva
Condividi

Partecipa alla discussione

Per inviare un commento devi essere registrato.
Avatar
donatella_lanzarotta 18.8.24 - 10:33

Buongiorno: aggiungerei solo il link di un vecchio numero (10.09.2009) di YOU, in cui si faceva lo stesso tipo di operazione mediatica su Caster Semenya. Sono passati 15 anni e la battaglia è ancora lì: non solo "sul corpo delle donne", ma "su quale corpo di quali donne" [Link deleted]