India, chiude Mitr: la prima clinica per persone trans travolta dal blocco dei fondi USA

Quasi 5.000 persone private di cure e terapie di affermazione di genere: l'agenda repubblicana colpisce le comunità transgender oltre i confini USA.

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Senza più fondi per pagare stipendi, farmaci e utenze, la clinica ha chiuso da un giorno all’altro. Il personale è stato licenziato in blocco e i pazienti, molti dei quali con patologie croniche, si sono ritrovati senza alternative.
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Pur consumandosi a migliaia di chilometri di distanza, le decisioni della nuova amministrazione repubblicana statunitense stanno finendo – come prevedibile –  per segnare la vita di comunità intere, privandole di servizi essenziali e di spazi sicuri faticosamente conquistati.

È il caso della clinica Mitr, la prima struttura sanitaria in India dedicata esclusivamente alle persone transgender: chiusa nei primi mesi del 2025, non per mancanza di pazienti o inefficienze gestionali, ma perché il nuovo corso della Casa Bianca ha reso l’USAID – l’agenzia per gli aiuti esteri statunitensi – un gigante immobilizzato.

Con un blocco di 90 giorni sui finanziamenti esteri, firmato dal presidente Donald Trump con la promessa di “rivedere le priorità della politica internazionale americana”, la clinica si è trovata senza risorse da un giorno all’altro. E, senza fondi, Mitr ha chiuso i battenti, licenziato il personale e lasciato senza assistenza migliaia di persone in un paese dove l’accesso alla sanità per la comunità transgender è già una corsa ad ostacoli. Ma la sua chiusura è solo l’inizio di un’ondata di contraccolpi che stanno investendo migliaia di progetti sanitari e umanitari in tutto il mondo.

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Mitr, un esperimento riuscito interrotto con un tratto di penna

Fondata nel 2021 grazie a un progetto pilota di USAID in collaborazione con la Johns Hopkins University, la clinica Mitr era diventata un modello di sanità inclusiva: non solo offriva cure di medicina generale, ma garantiva screening e terapie per l’HIV, supporto psicologico, servizi di affermazione di genere e spazi sicuri per una comunità che spesso si vede rifiutare l’accesso alla sanità pubblica o privata.

Una risposta concreta alle discriminazioni sistemiche che plasmano l’esperienza delle persone transgender in India, ma anche un punto di rottura nel panorama sociale del Paese. La clinica non era solo un presidio sanitario: era la dimostrazione pratica di un modello alternativo, capace di incrinare lo stigma e spostare l’asse del dibattito pubblico, qui, dove l’anno scorso si è assistito a una storica discussione sul matrimonio egualitario arrivata in Corte Suprema.

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Il tratto distintivo di Mitr era nell’identità stessa di chi vi lavorava: sette operatori su dieci erano persone transgender, un elemento che ne faceva più di un semplice ambulatorio, ma un luogo di cura in senso pieno, dove il rapporto medico-paziente non era filtrato dal paternalismo, ma fondato su un’esperienza condivisa e su una prossimità reale.

Nei suoi pochi anni di attività, Mitr ha assistito oltre 4.900 pazienti, di cui molti in condizioni critiche. Secondo i dati raccolti fino a giugno 2024, circa il 6% dei pazienti testati risultava positivo all’HIV, ma grazie al supporto della clinica l’83% di loro aveva potuto accedere a una terapia antiretrovirale (ART).

Poi, all’inizio di febbraio 2025, la doccia fredda. Senza più fondi per pagare stipendi, farmaci e utenze, la clinica ha chiuso da un giorno all’altro. Il personale è stato licenziato in blocco e i pazienti, molti dei quali con patologie croniche, si sono ritrovati senza alternative.

Ci è stato comunicato che i fondi erano stati tagliati perché il presidente Trump aveva ordinato il blocco dei finanziamenti alla nostra clinica” racconta a Reuters un ex dirigente di Mitr. “Abbiamo dovuto chiudere senza preavviso. Centinaia di persone transgender sono rimaste senza assistenza e senza un luogo sicuro dove curarsi”.

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Roomy, una delle pazienti, è furiosa: “Mitr era l’unico posto dove ci sentivamo trattate con rispetto. Ho il cuore spezzato”.

Trump e la guerra ai diritti LGBTQIA+: un’agenda globale

La chiusura della clinica Mitr è solo uno dei primi effetti della decisa inversione di rotta che l’amministrazione Trump ha imposto sul tema dei diritti LGBTQIA+ sia negli Stati Uniti che all’estero.

Con il suo ritorno alla Casa Bianca nel 2025, Trump ha reintrodotto restrizioni all’accesso delle persone transgender alle cure di affermazione di genere, ha limitato la loro presenza nelle forze armate, e ha spostato il baricentro della politica estera su un approccio “America First” che prevede un drastico ridimensionamento degli aiuti destinati a progetti sociali e sanitari.

Negli USA, queste politiche hanno già colpito migliaia di adolescenti transgender, privati dell’accesso a cure mediche essenziali. Ora lo stesso schema si sta ripetendo su scala globale. E a pagarne il prezzo sono le persone più vulnerabili.

Già mesi prima della chiusura di Mitr, esponenti repubblicani come il senatore John Kennedy avevano preso di mira il finanziamento della clinica, denunciandolo come uno spreco di denaro dei contribuenti americani. La retorica adottata non lasciava margine d’interpretazione: non si trattava di un semplice ripensamento sulle priorità di spesa, ma di un segnale politico chiaro, una volontà esplicita di disimpegno dagli interventi a favore delle persone transgender, dentro e fuori i confini statunitensi.

La comunità scientifica e gli attivisti sui diritti umani parlano oggi di una pericolosa regressione. “Gli Stati Uniti erano leader nella promozione della salute e dei diritti delle persone transgender”, ha commentato la professoressa Aqsa Shaikh, esperta di salute pubblica in India. “Ora sono diventati un paese che attivamente contribuisce a rendere la vita delle persone trans più difficile, non solo in America, ma ovunque”.

Un effetto domino globale: sanità e aiuti umanitari a rischio

Il congelamento dei fondi USAID sta dunque già avendo conseguenze devastanti in decine di altri paesi. Nel giro di poche settimane, quasi 10.000 progetti umanitari finanziati dagli Stati Uniti si sono trovati senza risorse. A rischio ci sono la sicurezza alimentare, la lotta alla povertà, la ricerca scientifica e, soprattutto, l’accesso alle cure mediche per milioni di persone.

Le cifre parlano chiaro: circa il 70% dei fondi sanitari globali degli USA (8,5 miliardi di dollari all’anno) viene erogato tramite USAID. Interrompere questi finanziamenti significa bloccare cure antiretrovirali per pazienti con HIV, fermare programmi di vaccinazione contro la polio, interrompere la fornitura di contraccettivi e assistenza materna in paesi come l’Afghanistan, l’Uganda o la Repubblica Democratica del Congo.

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Il rischio è quello di un effetto domino irreversibile: secondo l’agenzia UNAIDS, il numero di nuove infezioni da HIV potrebbe aumentare di sei volte nei prossimi anni se gli USA non ripristineranno i fondi. La Global Polio Eradication Initiative, che aveva portato il mondo a un passo dall’eliminazione della polio, ha lanciato un allarme: 110 milioni di bambini potrebbero restare senza vaccini nei prossimi mesi, riaprendo la strada alla diffusione della malattia.

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