A un anno dal licenziamento, Jenny, donna 35enne pisana che sostiene di aver perso il lavoro a causa della propria transizione di genere, è tornata alla carica con un nuovo esposto, questa volta per falsa testimonianza, contro tre ex colleghi dell’azienda dove era impiegata come tecnico specializzato. La scelta processuale riaccende i riflettori su una vicenda che in primo grado si era conclusa con una sentenza favorevole all’impresa, giudicata non colpevole di discriminazione dal Tribunale di Pisa.
La vicenda di un anno fa
Nel 2023, Jenny, donna trans all’epoca ancora con nome maschile, era stata assunta a tempo indeterminato come impiantista specializzata nel settore delle piscine. A fine anno, però, secondo il suo racconto, l’ambiente lavorativo era diventato insostenibile a causa di turni troppo serrati e di un presunto peggioramento dei rapporti interni. In quel periodo, la donna aveva anche avviato il percorso di transizione di genere.
Quando aveva deciso di comunicare apertamente ai datori di lavoro e ai colleghi la sua scelta di intraprendere il percorso medico, è arrivata la notizia del licenziamento. L’azienda, però, ha sempre negato che la causa fosse discriminatoria, adducendo ragioni di natura economica e sostenendo di essere venuta a conoscenza del cambio di genere solo successivamente all’avvio della procedura di licenziamento.
In tribunale, il giudice di primo grado aveva dato ragione all’azienda, ritenendo non dimostrato il nesso tra la transizione di Jenny e il provvedimento di licenziamento. Secondo le testimonianze rese in aula, infatti, l’impresa avrebbe licenziato la 35enne a seguito di difficoltà finanziarie e per la soppressione della mansione che lei ricopriva.
La nuova accusa di falsa testimonianza
Ora, a riaprire – forse – il quadro giudiziario è un esposto per falsa testimonianza che Jenny, assistita dal suo legale, ha presentato alla Procura di Pisa nei giorni scorsi contro tre persone sentite in giudizio durante la causa di lavoro. L’ex dipendente contesta soprattutto la ricostruzione del suo ruolo in azienda e la veridicità delle dichiarazioni rese dai colleghi. Così Jenny, secondo quanto riportato dal Corriere Fiorentino:
“Il livello della mia specializzazione tecnica è molto alto e l’azienda non era in crisi, tanto che da 7 dipendenti sono passati a 10 tre mesi dopo il mio licenziamento”
Inoltre, l’ex impiegata ha prodotto documenti che attesterebbero un aumento di fatturato dell’impresa proprio nell’ultimo anno, con l’obiettivo di dimostrare l’infondatezza delle ragioni economiche addotte come principale motivo del licenziamento.
Le accuse di omofobia
Jenny ricorda anche alcuni post sui social attribuiti al titolare dell’azienda, che conterrebbero espressioni critiche verso la comunità LGBT+ e, in alcuni casi, toni misogini. Questi elementi, però, non erano stati ritenuti rilevanti dal giudice in primo grado, che aveva escluso la discriminazione dall’analisi del caso. Unico segnale di vicinanza, secondo il racconto della donna, è stata la testimonianza di un collega che avrebbe confermato “un’abitudine del titolare a utilizzare accezioni omofobe nei confronti della comunità LGBT e di alcuni clienti omosessuali“.
Il seguito giudiziario
La battaglia di Jenny dunque non si ferma. Dopo aver impugnato in Appello la sentenza del Tribunale di Pisa, la donna si è ora affidata all’autorità inquirente per valutare se vi siano state dichiarazioni mendaci a suo danno.
“Sono una persona che, per via del mio coming out, ha subito un licenziamento illegittimo basato su un comportamento discriminatorio ma continuerò a far valere i miei diritti”
Sul fronte legale, dunque, la vicenda prosegue tra la causa in Appello e la nuova inchiesta penale ipotizzata dall’esposto contro i tre testimoni. Mentre l’azienda continua a respingere ogni accusa di omofobia, la palla passa ora ai giudici della Corte d’Appello fiorentina e alla Procura di Pisa, chiamati a fare luce su una storia che intreccia aspetti di diritto del lavoro e presunte discriminazioni legate all’identità di genere.
I dati della discriminazione LGBTIAQ+ sul lavoro
Un’indagine ISTAT-UNAR del 2023 evidenzia che il 41,4% degli intervistati ritiene l’essere LGBTQIA+ un notevole svantaggio per la crescita professionale, il riconoscimento e la retribuzione, mentre l’80% delle persone gay o bisessuali denuncia microaggressioni frequenti. Inoltre, il 33,3% lamenta episodi diretti di ostilità o violenza sul posto di lavoro.
