Ucraina, perché il primo Kiev Pride dall’inizio dell’invasione russa è durato solo 30 minuti

A Kiev si sfila tra pesanti misure di sicurezza, con l'ombra di una doppia minaccia: gli imprevedibili attacchi russi e la frangia violenta dell'Ucraina ultraconservatrice. La folla viene dispersa dopo neanche mezz'ora.

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Sabato scorso, i Pride di Roma e Torino hanno ufficialmente inaugurato la travolgente onda arcobaleno in Italia con un inizio promettente: superati i record di presenze del 2023, con oltre un milione di persone a Roma e circa 150.000 nel capoluogo piemontese.

Mentre l’Italia celebra con grande entusiasmo, nel resto del mondo ci sono però manifestazioni che non possono godere della stessa atmosfera festosa. In alcuni luoghi, non ci sono decine di carri colorati a sfilare per il centro cittadino, né vivaci after party. Non ci sono i rappresentanti delle istituzioni accanto ai portabandiera, perché sono impegnati a difendere i confini nazionali una violenta, inquietante minaccia esterna.

Sono i Pride che si svolgono in territori di guerra, dove l’orgoglio riscopre la sua componente più essenziale: la lotta.

Esempio emblematico, il Kiev Pride. Sotto la pioggia battente e desaturato dall’ombra lunga della guerra, il corteo nella capitale ucraina ha visto la partecipazione di poco più di 500 persone. Tra loro, anche un plotone militare in permesso, per chiedere all’Europa di non dimenticare l’Ucraina nella sua lotta per l’autodeterminazione.

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L* partecipanti si sono radunat* a una fermata della metropolitana in centro città alle 10 di mattina. La posizione – strategica per consentire alle persone di trovare immediato rifugio nel caso in cui la situazione si fosse fatta tragica – è stata rivelata solo poche ore prima dell’inizio del corteo.

È il prezzo da pagare per rivendicare l’orgoglio in tempi di guerra: il costo umano del conflitto in corso in Russia era palpabile, evidenziato dai tributi fotografici dedicati ai soldati LGBTQIA+ caduti, tra cui l’artista e attivista Artur Snitkus, recentemente ucciso nei combattimenti vicino a Donetsk.

Alcuni manifestanti AMAB hanno riportato controlli di documenti effettuati dalla polizia, e un volontario ha raccontato su X di aver ricevuto una convocazione per presentarsi all’ufficio di leva.

Tema centrale della marcia è stato l’assenza di riconoscimento legale per i matrimoni omosessuali, una problematica di rilievo per i membri LGBTQ+ delle forze armate, i cui partner sono privi di qualsiasi diritto legale in caso di decesso o infortunio.

Carenza di diritti che potrebbe rappresentare un ostacolo concreto per il processo di adesione del paese all’Unione Europea, obiettivo prioritario per il governo nell’attuale contesto dell’aggressione russa. Il presidente Volodymyr Zelenskiy è stato più volte oggetto di critiche per non aver promosso l’uguaglianza di diritti, adducendo l’impossibilità di modificare la costituzione durante il conflitto bellico.

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L’ultima marcia del Kiev Pride si era tenuta nel giugno 2021, con la partecipazione di circa 8.000 persone. L’evento era stato poi cancellato per due anni a causa dell’invasione russa del 2022. Gli ucraini, tuttavia, hanno preso parte a marce in tutto il mondo, dagli Stati Uniti all’Italia, passando per la Francia, la Germania, chiedendo sostegno sia per l’Ucraina che per la comunità LGBTQ+.

Oggi, l’arcobaleno torna timidamente a Kiev. Il team di coordinamento ha lavorato a stretto contatto con le autorità e l’amministrazione locale per organizzare il corteo, nonostante la doppia minaccia degli attacchi russi e delle possibili incursioni degli ultraconservatori.

Gli sforzi non sono però bastati a dissuadere un pugno di militanti ultranazionalisti dall’organizzare una contromanifestazione a suon di termini offensivi urlati in faccia ai partecipanti e spintoni. La folla è stata dispersa dalla polizia solo 30 minuti dopo l’inizio del corteo e scortata ai treni per paura di rappresaglie. Secondo alcuni, tuttavia, le misure non hanno fatto altro che isolare ulteriormente la manifestazione, impedendo alla società civile di unirsi e solidarizzare.

Su X, Robert Lutsenko, uno degli organizzatori dell’evento, aveva già anticipato l’avvertimento della polizia sulla possibilità che gruppi ultraconservatori e anti-LGBTQIA+ avrebbero potuto ostacolare la manifestazione. Non è la prima volta che accade: già nel 2015, il Kiev Pride si era già macchiato di sangue quando 10 partecipanti e diversi agenti erano rimasti feriti in un deplorevole attacco omobitransfobico.

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È la dicotomia paradossale di una popolazione in lotta contro il paese invasore, ma anche contro sé stessa. A due anni dall’inizio del conflitto, talvolta descritto come una lotta esistenziale per l’adesione ai valori liberali europei, l’Ucraina fa i conti con le sue innumerevoli contraddizioni interne, spaccata a metà tra chi accoglie a braccia aperte la ventata progressista che avvicina il paese all’UE, e il profondo spirito tradizionalista di una frangia ancora consistente della popolazione.

Nel 2023, il Nash Svit Center ha documentato 52 episodi di violenza, discriminazione e altre violazioni dei diritti delle persone LGBTQ+. Di questi, 10 si sono verificati soltanto nei mesi di aprile e marzo, ma molti casi probabilmente non vengono denunciati.

Eppure, in mezzo al tragico concatenarsi degli eventi, la comunità LGBTQIA+ ucraina continua a resistere, a rimanere visibile e ad ottenere piccoli, grandi risultati. 

Abbiamo fatto solo pochi passi e accettato questo doloroso compromesso per motivi di sicurezza – spiega Anna Sharygina, coordinatrice del Kiev Pride in un sofferto post su Instagram – Il nostro obiettivo è far rivivere la tradizione e organizzare una marcia del Pride di Kiev potente e inclusiva il prossimo anno. Non ci fermeremo“.

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