A Kiev si marcia ancora. Ancora una volta, sotto le sirene, sotto la minaccia dei missili, sotto gli occhi di chi non ha mai smesso di credere che i diritti — tutti i diritti — siano il cuore stesso della democrazia liberale.
Ieri 14 giugno, 1.500 persone hanno attraversato il centro della capitale ucraina per il Kyiv Pride 2025. Una manifestazione breve, sorvegliata, compressa nei tempi e nei percorsi, ma enormemente più grande del suo perimetro fisico: in Ucraina il Pride è molto più di una parata, è un atto di resistenza politica, è una dichiarazione di futuro. È pura autodeterminazione.
30 minuti di parata, tra il timore delle bombe della Russia di Putin e le manifestazioni dell’ultra destra nazionalista: unioni civili e legge contro l’odio omobitransfobico le richieste chiare della comunità LGBTIAQ+ ucraina al Governo Zelensky.

Lo scorso settembre a Kharkiv, città vicina al confine russo, ormai semi-distrutta dagli attacchi della Russia di Putin, poche decine di persone avevano sfilato sotto le bombe. A Kiev la situazione è di poco più tranquilla. L’escalation drammatica tra Israele e Iran acuisce le ire del Cremlino contro “l’Occidente imperialista” e questo fa temere il peggio anche per il conflitto Russia-Ucraina. Già da tempo Kiev viene sistematicamente colpita, sebbene per ora la contraerea sia riuscita a limitare i danni. Il Pride ha sfilato nel timore che da un momento all’altro potesse piovere dal cielo un attacco russo. Questo il clima.
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I rischi per la sicurezza erano evidenti: attacchi missilistici, contromanifestazioni di estrema destra. Per questo, inizialmente, si era pensato di annullare tutto. Ma il compromesso raggiunto tra organizzatori e autorità ha reso possibile un Pride ridotto a 30 minuti (come già l’anno scorso il Kiev Pride 2024), incastonato tra due rifugi antiaerei, a mezzogiorno, quando il rischio di attacchi dal cielo era considerato più basso. A ogni angolo: cordoni di polizia, un confine costante tra i manifestanti e chi avrebbe voluto vederli cancellati dallo spazio pubblico. Il compromesso era stato spiegato poche ore prima del Pride dagli organizzatori in uno statement nel quale si legge apprezzamento per la disponibilità delle forze dell’ordine a lasciare aperta la possibilità di svolgere una manifestazione democratica, nonostante le condizioni di pericolosità.

Come spiega l’attivista Dmytro Kalini via social, tra i gruppi di estrema destra presenti al contro-Pride di Kiev c’erano i membri della “Marcia della Tradizione”, riconducibili all’area nazionalista ultraconservatrice ucraina. Questi gruppi, spesso collegati a formazioni come Tradition und Ordnung o frange di Pravyj Sektor, rivendicano la difesa dei “valori tradizionali” e hanno tentato di forzare i cordoni della polizia per impedire la marcia LGBTQIA+. La loro presenza conferma come, accanto alla guerra di difesa dall’invasione russa, in Ucraina si combatta anche una battaglia simbolica fra democrazia liberale e pulsioni autoritarie, dove il Pride diventa linea del fronte non solo contro Mosca, ma anche contro l’estrema destra interna. In questo, l’Ucraina non è poi così diversa ormai da Ungheria, Polonia, Italia, Romania, Slovacchia. Ma secondo un sondaggio del giugno 2024, il 70% degli ucraini ritiene che i gruppi LGBTQ dovrebbero godere di pari diritti civili.
E così, anche nella sua versione azzoppata dalla guerra, il Kyiv Pride ha mostrato il volto più netto di ciò che è in gioco: la differenza, abissale, tra le democrazie liberali e l’autoritarismo russo.
“L’odio verso i propri cittadini, verso la loro diversità, non è un valore tradizionale. È il tratto primitivo dei regimi totalitari”
Queste le parole del manifesto politico della manifestazione. Non è solo guerra di armi: è una guerra sulla visione del mondo. Da una parte, la Russia che nega i diritti, censura, reprime, perseguita, arresta e uccide persone LGBTIAQ+. Dall’altra, un’Ucraina che, proprio mentre combatte per la propria esistenza e resistenza, rivendica la centralità delle libertà individuali come pilastro di un futuro democratico ed europeo contro l’avanzata dei nazionalismi fascistoidi.

In piazza c’erano attivisti, studenti — come i rappresentanti del Parlamento Studentesco dell’Università Taras Shevchenko — e organizzazioni LGBTQIA+ da tutta l’Ucraina, da Kharkiv Pride a Ukraine Pride. Ma c’erano anche i diplomatici: l’ambasciatrice UE Katarina Mathernova che sui social ha scritto “Essere qui mi fa venire la pelle d’oca” e ha aggiunto “L’Ucraina sta cambiando”; l’ambasciatrice canadese Natalka Cmoc; rappresentanti di Regno Unito, Francia, Germania, Spagna.
C’erano i soldati LGBTQIA+ che combattono al fronte, affiancati dall’ONG LGBT+ Military for Equal Rights guidata dal veterano Viktor Pylypenko. Sono almeno 60 i reparti militari ucraini con personale dichiaratamente LGBTQIA+. Ma, racconta Pylypenko, i diritti di queste famiglie non esistono ancora: partner che non possono prendere decisioni mediche per i compagni feriti, né seppellirli in caso di morte. Una battaglia, quella delle unioni civili (per i militari LGBTIAQ+, ma non solo), che si era arenata nel 2023 (QUI vi avevamo spiegato tutto).
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Il Governo Zelensky si trova infatti schiacciato tra la necessità di mantenere il Paese unito e le spinte divergenti dell’estrema destra nazionalista, che da un lato sorregge lo spirito di difesa dall’aggressione russa. L’estrema destra ucraina considera Putin e il putinismo come espressione di “imperialismo russo” e nega qualunque affinità ideologica, nonostante alcune retoriche superficiali comuni (come i “valori tradizionali”). La stessa destra ultra-nazionalista che combatte per la difesa dei confini dall’aggressione russa, auspica un’Ucraina tradizionalista che reprima richieste di piena cittadinanza di comunità LGBTIAQ+ e immigrati.
Al centro della marcia ieri a Kiev c’era una richiesta precisa: riforme legali ora. Non dopo la guerra, non in un domani indefinito. Ora. Il riconoscimento delle unioni civili, l’adozione di leggi contro i crimini d’odio, il diritto di accedere agli ospedali, di decidere per la persona amata in condizioni di emergenza, di avere un posto al funerale. “Capita spesso — ha dichiarato Anna Sharyhina, presidente di Kyiv Pride — che i partner LGBTQIA+ non possano nemmeno recuperare i corpi dei difensori per seppellirli con dignità“. Ma l’ambiguità di Zelensky persiste e il disegno di legge è arenato in parlamento.

C’è stata anche una raccolta fondi: 20.000 hryvnia (circa 500 euro) sono stati donati alla Serhiy Sternenko Foundation per l’acquisto di droni destinati all’esercito. Perché qui i destini sono intrecciati: democrazia liberale, autodeterminazione e sopravvivenza militare non sono capitoli separati. Sono la stessa storia. Piovono bombe russe sulle bandiere LGBTIAQ+ ucraine e sono bombe di un regime, quello di Putin, che nel suo Paese perseguita la comunità queer con ogni mezzo. Il manifesto del Kyiv Pride 2025 non lascia spazio a retoriche attendiste:
“I diritti umani non possono essere rimandati fino alla vittoria”
L’attivista Olena Shevchenko aveva spiegato a Gay.it (VIDEO):
“Questa è una battaglia gigantesca, è una guerra geopolitica, una guerra sulle idee, che vede contrapposti i diritti umani ai valori tradizionali, i democratici ai conservatori.”
Perché la vittoria, per l’Ucraina, è esattamente questo: diventare pienamente una democrazia liberale europea, dove libertà di identità affettive e di genere, autodeterminazione e uguaglianza siano diritti garantiti oggi e sempre. Difficile immaginare di vincere una guerra contro gli oppressori russi, se non si cancellano le oppressioni interne. Un’ambiguità da cui il Governo Zelensky sembra non riuscire ad emanciparsi.

