L’Avvenire apre al DDL Zan: “Identità di genere a scuola, ecco perché se ne può parlare”

Sulla proposta della legge Zan di celebrare una Giornata nazionale contro l’omofobia, la prima apertura del quotidiano dei vescovi a firma Luciano Moia.

scuola omofobia
3 min. di lettura

Un lungo articolo firmato Luciano Moia che avrà fatto andare di traverso la colazione a tutti i cattoestremisti d’Italia, con Salvini, Meloni, Pillon e Adinolfi bisognosi di sali per riprendersi dallo chos. L’Avvenire, ovvero il quotidiano dei vescovi, di quella CEI che ancor prima che il DDL Zan venisse presentato aveva già sparato a zero contro la legge, ha ieri pubblicato un’analisi dal titolo inequivocabile: “L’identità di genere a scuola: perché se ne può parlare“.

Un primo, atteso, doveroso cambio di passo rispetto a quanto scritto fino al mese scorso, quando improvvisamente, dal nulla, il principale ‘problema’ del DDL Zan era diventato l’istituzione di una Giornata nazionale contro l’omotransfobia nelle scuole.

Il deputato nonché relatore della legge Alessandro Zan, da subito, era stato chiarissimo, sottolineando come «non si prevede in alcuna parte della legge l’introduzione di fantasmatiche “ore di gender”, né si espongono studentesse e studenti a chissà quali contenuti scabrosi. Si prevede semplicemente che, in occasione della Giornata nazionale contro l’omotransfobia, possano svolgersi nelle scuole iniziative dedicate a richiamare i valori del rispetto e del contrasto delle discriminazioni e della violenza motivate da orientamento sessuale e identità di genere». Nè più nè meno, ma tanto era bastato per scatenare la destra nazionale.

Obiettivi in larga parte condivisibili“, scrive ora Luciano Moia su l’Avvenire, rimarcando come sarà decisivo capire il modo in cui verranno declinati questi propositi e, soprattutto, come potrebbe essere strutturato nelle scuole il percorso di avvicinamento a questa Giornata se la legge dovesse superare l’esame del Senato. A detta di Moia, la legge Zan, “pur con tutti i suoi aspetti problematici che abbiamo già messo in luce, potrebbe rivelarsi un’opportunità anche in chiave educativa per riflettere, anche nelle scuole, su temi ormai irrinunciabili“.

La posizione secondo cui non sarebbe corretto affrontare a scuola questi argomenti perché “divisivi” o addirittura imbarazzanti non regge in alcun modo. I nostri ragazzi non solo ne parlano, cercano informazioni, si guardano dentro per capire e per capirsi, ma arrivano a definire come “normali” scelte che interrogano e, in molti casi, spiazzano noi adulti.

E qui Moia snocciola numeri, statistiche, in arrivo dall’ultimo Rapporto Giovani della Fondazione Toniolo, che indaga sulle relazioni sentimentali della fascia d’età tra i 13 e 18 anni, dove ben il 10,3% dei ragazzi e il 4,6% delle ragazze dichiara di avere un rapporto stabile omosessuale. “Possiamo prendere questi dati come trascurabili? Possiamo fingere che non facciano emergere una tendenza o non rivelino nulla di significativo?“, si domanda Moia, che guarda ad “una questione “anche” educativa – oltre che esperienziale, ormonale, genetica, culturale, ecc. – che non può essere elusa né dai genitori, né dalla scuola“.

Non basta ribadire come un mantra l’evidente suddivisione binaria della natura umana“, insiste Moia. “Una parte dei nostri ragazzi vive anche “quelle” esperienze e ci chiede di non fingere indifferenza, di essere accolta e aiutata a capire. Ma chi ha competenze e strumenti per farlo in modo coerente e sereno?“.

D’altronde non si può scaricare ogni responsabilità su quel misterioso mostro gender che di notte si avventerebbe sugli infanti d’Italia, come da anni sbraitano i cattoestremisti d’Italia, aggiungiamo noi.

Non c’è una minima percentuale di responsabilità anche nel fatto che le famiglie, a loro volta confuse, hanno smesso di essere un riferimento educativo?“, conclude Moia. “E che nelle scuole e nelle altre agenzie educative sia così difficile organizzare progetti di educazione all’affettività e alla sessualità capaci di mescolare con saggezza la norma dell’ideale con l’umanità del bene possibile?“.

Un ponte di dialogo forse inatteso, quello presentato ieri dal quotidiano Avvenire, che dovrebbe far riflettere soprattutto quei parlamentari, deputati e senatori della Repubblica che da mesi si riempiono la bocca di retorica e menzogne, pur di affondare una sacrosanta legge di pura e semplice civiltà.

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Anonimo 29.11.20 - 12:53

Questa lettura che Federico Boni dà dell'articolo di Avvenire mi sembra a dir poco ottimista, ingenua e persino un po' miope nel volergli attribuire un significato ma soprattutto un intento diverso da quello dell'autore. Come se Boni vi avesse proiettato sopra i propri desiderata. Leggendo per intero l'articolo originale sul sito del quotidiano dei vescovi si capisce che in realtà più che un'apertura verso il DDL Zan, come scrive e auspica Boni, siamo di fronte a un insidioso tentativo di condizionare e decidere chi e come dovrebbe occuparsi di organizzare e gestire le iniziative previste nelle scuole e nelle pubbliche amministrazioni in occasione della Giornata nazionale contro l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia, istituita dalla legge. Ovviamente il giornalista di Avvenire suggerisce che a farlo siano realtà, associazioni e "agenzie educative" legate alla Chiesa Cattolica e cita per esempio la "Confederazione italiana dei consultori di ispirazione cristiana", non certo le associazioni LGBTQI+! Emblematica la sua domanda: "Ma chi ha competenze e strumenti per farlo in modo coerente e sereno? E in questo modo non si aprirebbero le porte ai propugnatori della cosiddetta cultura gender?". Oltre al fatto che l'intero articolo è infarcito di quel tipico linguaggio cattolico secondo cui ragazzi e ragazze che hanno rapporti omosessuali lo farebbero perché "affascinati dalle tendenze più trasgressive", perché "disorientati" e quindi sarebbero da "accompagnare in un cammino" (possiamo facilmente immaginare quale), si parla dell'orientamento sessuale come di "una questione “anche” educativa – oltre che esperienziale, ormonale, genetica, culturale, ecc..", e di "evidente suddivisione binaria della natura umana". Insomma, il solito armamentario cattolico secondo cui esisterebbe un'unica "norma dell’ideale" (sempre testuali parole di Avvenire) che corrisponderebbe alla norma etero cisgender e tutto ciò che esula da questa presunta norma sarebbe frutto di confusione e preferenze modificabili e orientabili. In soldoni, non ci si illuda, la Chiesa Cattolica da sempre condiziona la formazione delle giovani generazioni con la propria presenza nelle scuole sia pubbliche che private, non solo attraverso l'ora di religione cattolica, e teme di perdere questa egemonia nel momento in cui il DDL Zan venisse approvato in definitiva al Senato e le iniziative nelle scuole istituite per legge. In Vaticano hanno capito che ci sono buone possibilità che ciò accada e quindi, anziché arroccarsi su un'inutile e ottusa battaglia per l'affossamento della legge come stanno facendo i vari Gandolfini, Pillon, Adinolfi, Salvini e Meloni, vogliono trovarsi pronti e condizionare fin da ora la scelta di chi si occuperà di questi temi. Credo che anche noi attivisti LBTQI+ dovremmo fare altrettanto e farci trovare prontissim*, anziché illuderci di un dialogo con un mondo cattolico che su questi temi, così come su tanti altri, ha visioni e interessi distanti anni luce. Poi un giorno sarebbe anche interessante discutere del perché ci sia una fetta consistente del mondo LGBTQI+ che attende una sorta di approvazione/benestare da parte delle gerarchie vaticane e del cattolicesimo in generale.

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