È scomodo dirlo, irritante se lo scrivo su Gay.it: ma l’omosessualità non esiste. Come non esiste l’eterosessualità. O meglio, esiste solo dentro il recinto disegnato dal patriarcato, questo archivio secolare che cataloga i corpi, li ordina, li disciplina. Cos’è infatti il patriarcato, senza troppi giri di parole, se non l’adesione alla legge del più forte di cui proprio i cosiddetti maschi sono le prime vittime? Cos’è il patriarcato, se non quella legge del più forte a cui anche molte cosiddette femmine aderiscono?
Il genere binario maschio-femmina è stato così coniato come moneta dell’ordine. L’orientamento come timbro da apporre sui passaporti dell’intimità, una segnaletica che facilita il controllo. Un trucco geniale del potere: bastano due caselle: uomo e donna. Maschio e femmina. E tutto il resto lo si fa derivare da lì, in un gioco di specchi che produce desideri autorizzati, comportamenti accettabili, etichette di marketing capitalista, target di azioni di controllo, identità che sembrano naturali solo perché sono obbligate. Se esistono solo maschio e femmina con i loro precisi codici di genere (stereotipi), è più semplice per il potere agire il controllo su tutti e la repressione su chi esca dai contorni dei codici binari. Così una persona imprigionata nel ruolo di maschio non può amare un’altra persona imprigionata nel ruolo di maschio. È semplice e non occorrono grandi studi di genere per capirlo.
Se un individuo è libero dai ruoli di genere, egli non sarà mai omosessuale, perché non sarà mai stato né maschio, né femmina.
La battaglia contro l’idea stessa di omosessualità (e di eterosessualità) è lontana dall’anarchia delle multiforme galassie del desiderio e dell’eros: quello si muove da sé, sbraita, eccede, a volte distrugge.
È una battaglia che riguarda la cattura del desiderio. Il capitalismo, le democrazie liberali, i regimi religiosi e le dittature hanno imparato a lavorare insieme, come una coalizione informale: sorvegliare i corpi, ridurre la complessità a un paio di formule, incasellarci tutti nello schema maschio-femmina e trasformare la sessualità in un inventario di trappole morali che ingabbiano chi è dentro ed escludono chi è fuori.
L’omosessualità, così come l’eterosessualità, è un’etichetta nata per custodire il confine del genere, cristallizzarlo, renderlo perentorio e insuperabile. L’omosessualità è una categoria che funziona solo se il binarismo rimane solido, perché serve come deviazione da controllare e normare, come eccezione che conferma l’ordine.
Eppure, altrove, in alcune culture che non hanno subito l’imprinting missionario dell’Occidente, il genere non è una fortezza, ma un paesaggio attraversabile. Si parla di società che contemplano la neutralità, la fluidità, i ruoli multipli: dall’hijra del subcontinente indiano ai muxe di Oaxaca, dalle persone two-spirit dei popoli nativi nordamericani fino ai Waria d’Indonesia. In questi mondi, la sessualità è una sfumatura peculiare e individuale che non rimanda a schemi di genere. Un’estensione dell’essere.
Il punto è semplice: se il patriarcato ha potuto inventare l’omosessualità come deviazione, è perché ha inventato prima il genere come prigione. E allora il 25 novembre, quando parliamo di violenza di genere, dovremmo guardare anche qui: la violenza è questo contenitore rigido che ci vuole maschi o femmine, normati o devianti, ma comunque disciplinati. Uscire dall’idea di omosessualità (e di eterosessualità) è un passo per abbattere i confini di ruolo di genere imposti dalla volontà di dominio. È una battaglia lunga. È appena iniziata, e già le forze reazionarie hanno scatenato la più grande guerra culturale mai vista (una guerra globale: la chiamano guerra al woke): ma hanno già perso.
Perché tutto il mondo è in transizione. E se è vero, come è vero, che il binarismo è il prodotto di un processo storico, anche il superamento di esso lo sarà. E quando il sistema di potere del binarismo di genere sarà superato, finalmente l’omosessualità non esisterà più. È matematico.

Gore Vidal ha detto “l’omosessualità non esiste; esiste da sempre l’attrazione”
Concordo con il contributo. Ho sempre pensato in termini non ortodossi, sia sotto il profilo morale, religioso, biologico o sensoriale. Anche in senso politico ritengo che l'economia debba contemperare gli interessi comuni ed individuali, come nei paesi Scandinavi, che si affacciano sul mar Baltico. A presto. Marco Antonio Maria. Xxxxxxxxxx ❤️ ❤️ ❤️ ❤️ ❤️ ❤️ ❤️ ❤️ ❤️