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Matrix Resurrections, la recensione: tra deja-vu e metacinema non decolla il rilancio di un’icona

Contorto e autocelebrativo, questo 4° Matrix gioca con la nostalgia e rivisita la prima trilogia con un tocco di irriverenza e autoironia. Ma il confronto non regge. Voto: 5.

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MATRIX RESURRECTIONS. Keanu Reeves e Carrie-Anne Moss
4 min. di lettura

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22 anni fa, era il 1999, Lilly e Lana Wachowski travolgevano Hollywood con un film da subito diventato ‘mitologia’, con 4 Oscar vinti e quasi 500 milioni di dollari incassati. La Matrix Mania fu travolgente, roboante, tanto sul piano prettamente cinematografico, quanto su quello puramente stilistico, inteso però come look gentilmente concesso ad un’intera generazione. Giacca di pelle e occhiali scuri ci hanno accompagnato tra la fine e l’inizio di un millennio, mentre il leggendario “bullet time” conquistava il cinema action.

Il successo fu talmente clamoroso dal tramutarsi in trilogia, con i deludenti Matrix Reloaded e Matrix Revolutions, l’ultimo dei quali vide Neo, aka Keanu Reeves, sacrificarsi per l’umanità e morire. O almeno questo è quello che tutti noi abbiamo pensato per 18 anni, perché Keanu Reeves e Carrie-Anne Moss hanno ritrovato la sola Lana Wachowski, per la prima volta in cabina di regia senza la sorella Lilly, con Matrix Resurrections, quarto capitolo di una saga che riabbraccia anche Jada Pinkett Smith, Lambert Wilson e Daniel Bernhardt nei loro rispettivi ruoli, aggiungendo al cast Yahya Abdul-Mateen II, Jessica Henwick, Jonathan Groff, Neil Patrick Harris, Priyanka Chopra e Christina Ricci.

 

 

Matrix Resurrections si presenta come un mondo in cui esistono due realtà: la vita quotidiana e ciò che si cela dietro ad essa. Anderson è uno stimato ideatore di videogiochi. È diventato celebre grazie alla realizzazione di una trilogia chiamata Matrix. Thomas non ha ancora mai del tutto capito se, quanto ideato, sia nato dalla sua immaginazione, oppure se l’abbia realmente vissuto in prima persona. Per scoprire se la sua realtà sia vera o solo immaginazione, e per conoscere realmente se stesso, Anderson dovrà scegliere di seguire ancora una volta il Bianconiglio, tornando là dove tutto era iniziato…

 

Lana Wachowski, David Mitchell e Aleksandar Hemon, sceneggiatori della pellicola, guardano nostalgicamente al primo capitolo di una saga miliardaria per provare a rilanciarla, cavalcando dichiaratamente il metacinema come il Wes Craven dei tempi d’oro con Scream. Perché tutta la prima parte di Matrix Revolutions oscilla volutamente tra la palese citazione e la divertita critica ad una Hollywood sempre più priva di originalità, perché schiava di reboot e sequel alla disperata caccia di facili denari. Come in questo caso, per l’appunto. Non a caso il personaggio interpretato Keanu Reeves è chiamato a realizzare un 4° videogioco di Matrix perché “la Warner Bros. vuole un’altra trilogia”.

La mitologia matrixiana che fu, si fa quindi farsa, dichiarando la metafora transgender nel 1999, ai più sfuggita, e abusando di deja-vu che, scena dopo scena, limitano il senso di un revival che parrebbe non aver niente di nuovo da dire, se non riempire le tasche di produttori e ideatori.

 

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Perché Matrix Revolutions, che è essenzialmente una storia d’amore che va oltre il tempo e lo spazio, paga il peso del proprio passato, di quel primo epocale film che fu. Consapevole di non poterlo replicare, Lana ne ha attinto a piene mani, letteralmente, con scene intere del primo Matrix riproposte in varie forme, mentre l’azione di questo Resurrections non decolla mai, non ammalia, non sbalordisce. Dovendo scegliere tra la pillola rossa o la pillola blu, ovvero rischiare, progettando qualcosa di inedito, o riciclare il vecchio, andando sul sicuro degli incassi, Lana ha optato per la strada più battuta di Hollywood, illudendosi di avere libero arbitrio sull’argomento. Troppo stimolante l’ipotesi di far resuscitare Neo e di ritrovare Trinity, di reinventare Morpheus (Yahya Abdul-Mateen II) e l’Agente Smith (un ottimo Jonathan Groff), di invecchiare Jada Pinkett Smith e di tramutare Neil Patrick Harris in un criptico psicologo.

 

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Ma per riuscire a giustificare la rinascita di una saga che sembrava aver abbondantemente concluso il proprio ciclo, Wachowski straripa in spiegoni, complicando spaventosamente la tenuta di una trama che fatica a rendersi serenamente fruibile. Una cascata di parole che va a scontrarsi con un’azione che nulla di nuovo aggiunge ad un genere che proprio il primo Matrix contribuì a far evolvere. Effetti speciali passati alla storia, all’epoca, qui riproposti tout court, mentre realtà e finzione si scontrano per 150 minuti, obbligando lo spettatore a non porsi troppe domande, perché in caso contrario riceverebbe assai poche esaustive risposte.

 

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Lana si diverte come mai aveva fatto prima con Matrix, nel ritrovare quel mondo ideato insieme alla sorella poco più di 20 anni fa, rivisitandolo con un tocco di irriverenza e autoironia. E se inizialmente il gioco affascina, con il passare dei minuti si accartoccia su se stesso, finendo per annoiare. Contorto e autocelebrativo, questo 4° Matrix parla ad un mondo non più forzatamente binario, abbandonando l’iconografia religiosa della prima trilogia con Keanu e Carrie-Anne di nuovo insieme in un duplice ruolo. Non solo Neo e Trinity, ma anche Thomas e Tiffany, per quanto sempre straordinariamente innamorati, mentre Yahya Abdul-Mateen II si scopre nuovo Morpheus al posto di Laurence Fishburne e Jonathan Groff fa suo il ruolo reso iconico da Hugo Weaving.

Fondamentale il personaggio interpretato da Neil Patrick Harris, l’Analista, ovvero il terapista di Thomas che lavora a stretto contatto con il suo paziente per comprendere il significato dietro i suoi sogni e distinguerli dalla realtà, con Lana che ha poi attinto dal cast del suo Sense8 per completare l’opera.

Ma una volta usciti dalla sala, presa l’auto e tornati a casa, starete già pensando ad altro. E non esiste reazione peggiore per un film chiamato a far resuscitare nientepopodimeno che Matrix. Dal 1° gennaio al cinema.

Voto: 5

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