Milano Pride 2021, il programma: Arco della Pace, 26 giugno, “Riprendiamoci i Diritti”

Una ricca Pride Week, la nascita del Rainbow Social Fund, la Rainbow Ride e 4 piazze 'evento'. Ecco tutto quel che c'è da sapere sul Milano Pride 2021.

15 min. di lettura
Milano Pride 2021, il programma: Arco della Pace, 26 giugno, "Riprendiamoci i Diritti" - Milano Pride Foto di Alice Redaelli - Gay.it
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DOCUMENTO POLITICO DEL MILANO PRIDE 2021

“…È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana…”.

Art. 3 della Costituzione Italiana.

Ripartiamo dai Diritti. Dai diritti costituzionali. Dal progetto di società equa, aperta, accogliente che sostiene ogni individuo, libero e uguale, nella piena realizzazione di sé.

Nel tempo della pandemia la socialità è stata sospesa, si sono acuite le povertà e le solitudini, che hanno colpito maggiormente chi già era fragile e non tutelato. In primis, le persone della comunità LGBTQIA+, le famiglie arcobaleno, le persone transgender e gender non conforming.

Ora è tempo di ripartire, con le attività economiche, senz’altro, e con le attività culturali, sociali e politiche in presenza. Ma occorre ripartire dai Diritti. I diritti sociali ed economici non sono in concorrenza tra loro. Al contrario, l’esperienza e la storia dimostrano che una società aperta dove gli individui sono tutelati è anche una società più prospera e ricca, da tutti i punti di vista. L’evoluzione dei diritti civili e la promozione dei diritti sociali, in favore anche delle cosiddette minoranze, deve essere una parte essenziale per la ricostruzione del tessuto sociale e civile logorato dalla pandemia e per la costruzione della società futura.

Quest’anno la comunità LGBTQIA+ italiana festeggia il 50esimo anniversario dalla prima manifestazione pubblica e dalla nascita del movimento di rivendicazione dei diritti LGBTQIA* in Italia. È tempo di andare avanti con determinazione perchè le famiglie omogenitoriali, le coppie same-sex, le persone transgender, non binarie e gender non conformi, le persone della comunità LGBTQIA+ tutte, attendono ancora risposte, a livello istituzionale nazionale e locale, per tutte le volte in cui i diritti sono ancora disattesi, nella propria vita familiare, sul lavoro, nella vita pubblica, a scuola, per la propria salute.

Se il Paese deve ripartire, se Milano deve ripartire, ripartiamo tuttə insieme.

LOTTA ALLA DISCRIMINAZIONE E ALLA *FOBIA: IL DIRITTO DI ESSERE SE STESSƏ.

Ogni giorno, le persone LGBTQIA+ vengono discriminate, isolate, insultate e aggredite a scuola, in casa, in strada o sul posto di lavoro. Ancora oggi, nel nostro Paese, tenersi per mano, darsi una carezza o un bacio non sono solo semplici gesti d’affetto, ma atti di coraggio. La pandemia ha inoltre costretto tantə di noi a isolarsi con famiglie che talvolta non rispettano la nostra identità o il nostro orientamento, al punto che la propria casa non è più un luogo sicuro, di affetto e benessere.

Siamo amicə, colleghə, vicinə di casa, genitori, figlə che chiedono a gran voce di non essere più cittadinə di serie B, ma accoltə e tutelatə in modo efficace da una Legge contro l’omolesbobitransfobia, intersexfobia, afobia, queerfobia e discriminazione verso chiunque venga considerato diversə, senza compromessi. L’odio non è un diritto.

Anche a Milano si vivono questi problemi e una città che si vanta di essere capace di accoglienza ed empatia è importante che si doti di maggiori strumenti e politiche antidiscriminatorie e di sostegno per le vittime che si affianchino e si coordinino con le attività e servizi erogati dalle associazioni di volontariato che operano sul territorio.

L’istituzione di un help center antidiscriminazione multimediale (telefono, chat, email), capace di offrire supporto professionale (psicologi, avvocati) e di mettere in rete le risorse del mondo associativo, è un impegno improcrastinabile. L’azione della Casa Arcobaleno, rifugio per persone LGBTQIA+, andrebbe rafforzata e altri appartamenti aperti per espandere il numero di posti letto. Occorre altresì promuovere una campagna di sensibilizzazione ed educazione alla non discriminazione, con progetti nelle scuole (corsi,

concorsi, etc.) e una campagna di comunicazione diretta all’opinione pubblica. Chiediamo, pertanto, al comune oltre a sostenere e valorizzare le attività già svolte dalle associazioni, di attuare concretamente tutte queste iniziative; il Comune non può delegare totalmente al volontariato i compiti che sono di interesse pubblico.

OMOGENITORIALITÀ E FAMIGLIE CON UGUALI DIRITTI

Non è più tempo di attendere. La Corte di Cassazione ha più volte affermato che deve essere colmato il vuoto legislativo in materia di omogenitorialità, e ha chiesto esplicitamente al Parlamento di agire facendo presente come “spetti …al Legislatore – in qualità di interprete della volontà collettività e previo opportuno bilanciamento degli interessi in gioco – predisporre una tutela di quei bambini che hanno due mamme o due papà”.

Queste leggi sono fondamentali per la vita quotidiana di molte famiglie. Lo sono ancora di più oggi, quando certificazioni, decreti e permessi di movimento e incontro sono strettamente vincolati allo stato di famiglia. Quanti genitori non riconosciuti, fantasmi per legge, si sono visti negata la possibilità di ricongiungersi ai propri figli? Possiamo lasciare in mano al buon cuore del funzionario di turno, dell’impiegato del momento, delle forze dell’ordine, la tutela dell’integrità, della salute di tante famiglie?

Questo non può accadere in uno stato democratico! E questo accade perché le tutele non sono ancora estese a tutti i cittadini e le cittadine. Pur essendo tutti uguali, non siamo trattati nello stesso modo. La legge oggi dice che le coppie omogenitoriali sono diverse, che sono formate da cittadini di serie B. Eppure, per quanto riguarda i doveri economici, tornano ad avere piena cittadinanza. Pagano le tasse come le altre famiglie, come la vera famiglia che sono.

Ebbene, vogliamo essere considerati una famiglia non solo per i Comuni, al momento di riscuotere le tasse, ma anche per lo Stato. Ed è sullo stato di famiglia dei nostri bambini che vogliamo essere inchiodati alle nostre responsabilità, lo vogliamo vedere scritto nero su bianco.

È finito il tempo delle parole, adesso è il momento dei fatti: leggi che riconoscano pienamente ai nostri figli tutti i diritti e a noi il diritto di essere genitori sin dalla loro nascita. Genitori sì, perché questi figli li abbiamo desiderati, voluti e messi al mondo in coppia.

Inoltre, chiediamo il riconoscimento e la tutela del ruolo di co-genitore ai partner di uno dei genitori che, in una famiglia ricostituita, svolgono un ruolo di cura e accudimento dei figli, ma senza riconoscimento legale.

E ancora vediamo il pregiudizio in azione. Ancora dobbiamo prendere atto di essere considerati con sospetto e trattati diversamente dagli altri. In Italia, infatti, non ci è permesso adottare e non possiamo accedere alle tecniche di procreazione assistita consentite invece alle coppie eterosessuali. Coppie eterosessuali che si trovano come noi nell’impossibilità di procreare naturalmente.

Perché il nostro desiderio di genitorialità è ancora guardato con sospetto?

Il nostro Paese deve interrogarsi sui suoi pregiudizi, una volta per tutte. Ci sono persone omosessuali, e sono persone come le altre.

Persone al momento costrette in uno stato di clandestinità per quanto riguarda la genitorialità, costrette a migrazioni per costruire la propria famiglia. Lo Stato italiano deve vergognarsi. Uno Stato che si dice democratico non deve mettere i propri cittadini in condizione di cercare altrove il proprio diritto alla felicità e alla realizzazione di sé in una famiglia. Per questo, gridiamo una volta per tutte BASTA.

E al Comune di Milano, che solo in un primo momento ha voluto vederci e rispettarci con coraggio, chiediamo di ritrovare quel coraggio e continuare a trascrivere sui certificati di nascita dei nostri bambini i nomi dei loro genitori. Di entrambi i genitori. Che si tratti di un uomo e una donna, di due donne o di due uomini.

IL DIRITTO A UN MATRIMONIO EGUALITARIO

L’unica ragione per cui il matrimonio egualitario non esiste è che ancora esiste una grave discriminazione che investe le vite delle persone LGBTQIA+. Una catena invisibile ma che nei momenti più importanti delle nostre vite ci blocca improvvisamente. È ora di prendere consapevolezza di questa catena, vederla e romperla una volta per tutte.

Le persone LGBTQIA+ non valgono meno, non sono diverse dalle altre, perché ogni persona è diversa e tutti abbiamo eguale dignità. Ma la mancanza del matrimonio egualitario per le persone LGBTQIA+ determina una differenza.

È questo pregiudizio, questa catena, la ragione per cui alle coppie dello stesso sesso non è permesso accedere all’istituto collettivo del matrimonio.

Non esiste altra ragione se non una violenta e silenziosa discriminazione. Chiediamo di poterci sposare senza se e senza ma.

IL DIRITTO ALLA PROPRIA IDENTITÀ DI GENERE

In Lombardia, a Milano, i servizi sanitari dedicati alle persone che devono affrontare un percorso di transizione di genere sono assolutamente carenti. Il sistema è così complesso da non riuscire ad adattarsi alle esigenze della realtà locale e a dare risposte efficaci.

La maggior parte delle persone transgenere e gender non conforming oggi in Lombardia si affida a specialisti privati per poter accedere alle cure ormonali perché il servizio pubblico segue la procedura ONIG, che non è né funzionale né necessaria né tantomeno prevista per legge, con il risultato di essere incapace di assistere i cittadinə che ne hanno bisogno.

La delibera AIFA, che stabilirebbe la gratuità delle terapie ormonali ma a patto di seguire una rigida procedura, è stata definita non tenendo conto della effettiva disponibilità delle strutture sanitarie necessaire nelle varie regioni italiane, e risulta di difficile applicazione in Lombardia. La delibera va cambiata a partire dalla sua ideazione concettuale, poiché determina un passo indietro nel processo di autodeterminazione della persona transgenere, non tiene conto del microdosing e considera valide all’erogazione del farmaco solo le farmacie ospedaliere, che non sono di facile reperibilità sul territorio.

Ogni endocrinologo dovrebbe essere abilitato a prescrivere le cure ormonali per le persone transgenere, ampliando la base dei medici a disposizione, al contrario di quanto succede ora.

Il percorso psicologico dovrebbe essere reso facoltativo, non più necessario come ora, e sostituito dal principio di autodeterminazione della persona trans stessa.

Il percorso giudiziario per la rettifica dei documenti anagrafici dovrebbe essere semplificato e trasformato in una procedura comunale, come avviene già in altri Stati. L’autorizzazione di un giudice per le operazioni chirurgiche invece dovrebbe essere rimossa.

La paura che alimenta l’attuale sistema è quella delle detransizioni; ma in realtà non vi è contezza di questo fenomeno perché non sono stati fatti finora studi che permettano di avere un’idea di quanto sia alto questo rischio.

Questo sistema nel suo complesso deve essere modificato e snellito, così da poter facilitare i percorsi di transizione, supportare concretamente chi li deve affrontare e aumentare la qualità della vita delle persone transgenere e gender non conforming.

Lasciamo alle persone trans il diritto di autodeterminarsi e di assumersi la responsabilità per il proprio percorso di transizione.

Basta Transifici! Non siamo più dispostə a pagare enormi cifre per ciò che è nostro diritto: scegliere, parlare e riconoscerci per noi stessə.

Infine, pensiamo che il Comune debba intervenire, secondo le sue competenze, nella revisione della gestione delle liste elettorali presso i seggi, così da renderla più rispettosa di tuttə.

Al momento, la presenza di due liste separate e distinte per sesso (uomini e donne) costringe le persone transgender a fare coming-out al momento dell’accesso al seggio per esprimere il voto, in fase di identificazione. All’interno dei seggi, tra l’altro, la lista maschile e la lista femminile, per ragioni di praticità e afflusso dei votanti, sono normalmente poste a una certa distanza l’una dall’altra. Perciò, le persone si attendono in coda divise a seconda del proprio sesso per essere identificate dallo/a scrutatore/scrutatrice. La divisione delle liste in maschile e femminile è espressamente prevista dalla legge, quindi un intervento di modifica in questo senso dovrebbe passare per il legislatore. Tuttavia, in fase di redazione e stampa delle liste è possibile trovare delle soluzioni che, sebbene non ottimali, si muovano in una direzione di maggiore inclusività e rispetto per le persone transgender e gender con conforming.

In particolare, si potrebbero suddividere le liste in ordine alfabetico per cognome (per es. A-L, M-Z), a prescindere dal genere, per un totale di 4 elenchi (donne A-L, donne M-Z, uomini A-L, uomini M-Z). Uguale principio si applicherebbe ai registri per l’annotazione della tessera elettorale. A questo punto, si potrebbe dare indicazione ai/alle presidenti di seggio di organizzare l’afflusso degli elettori e delle elettrici in due colonne dipendenti dalla lettera del cognome anziché dal sesso. In questo modo, l’unica persona a venire a conoscenza del sesso anagrafico del/della votante sarebbe lo/la scrutatore/scrutatrice che l’identifica, e questo senza dubbio incoraggerebbe molte più persone transgender, non binarie e gender non conforming, a recarsi ai seggi per godere di un proprio diritto civile.

PIÙ DIRITTI PER TUTTƏ: FEMMINISMO, TRANSFEMMINISMO E INTERSEZIONALITA’

Il femminismo intersezionale si basa sulla presa di coscienza che le discriminazioni sono molteplici e basate su più fattori che spesso interagiscono e si sovrappongono tra loro. Il sesso, l’identità di genere, l’orientamento sessuale, le disabilità, lo stato economico/sociale, il colore della pelle, avere un corpo non conforme agli standard di bellezza, la religione, l’età, il luogo di nascita: sono tutti fattori che concorrono a creare privilegi e conseguenti discriminazioni.

È fondamentale tenere conto delle diverse oppressioni che si intersecano con quelle dovute al genere. L’omolesbobitransfobia, il razzismo, il classismo, l’abilismo, la mascolinità tossica: sono tutte forme di oppressione ed esclusione che dobbiamo affrontare tuttə insieme per poter creare una società equa ed inclusiva.

La liberazione dagli stereotipi di genere aiuterebbe tutta la collettività in quanto ci libereremmo dal sistema di schemi sociali nei quali tuttə siamo intrappolatə.

Le istanze transfemministe condannano ogni forma di esclusione delle donne trans dalla definizione di donna e dal concetto di donna. Le donne trans sono donne e vanno incluse all’interno del femminismo. C’è ad oggi una sezione estremista del movimento femminista che le esclude adducendo motivazioni per noi assolutamente non condivisibili.

Le forme di potere oppressive sono tante e diverse e l’intersezionalità è l’unico mezzo per poter abbattere i fattori oppressivi derivanti dal sistema patriarcale eteronormativo. Ad oggi si dimostra quindi necessario un transfemminismo intersezionale, che porti avanti le istanze di tutte le categorie di donne e persone discriminate. Una rivendicazione collettiva e non escludente rispetto alle categorie tradizionalmente emarginate, come le sex workers, le persone disabili o che subiscono una discriminazione per l’origine etnica.

Milano è da sempre fucina di istanze femministe dal respiro nazionale, chiediamo che continui il suo percorso di presentazione e tutela del concetto di femminismo intersezionale.

UN’EDUCAZIONE CHE PREVEDA TUTTƏ

La scuola ha lo scopo di preparare le giovani persone che la abitano alla vita moderna che le vedrà partecipi e coinvoltə. È essenziale che un’istituzione pubblica parli della e alla realtà senza basarsi su canoni irrealistici, vincoli stereotipati, teorie astratte e pregiudizi. Una realtà variopinta, ricca e multidimensionale.

Per questo, una corretta, approfondita e duratura educazione alle differenze è fondamentale nel percorso scolastico di ogni studentə. Trattare le tematiche LGBTQIA+, femministe e di genere durante l’età formativa, rendere disponibili libri di testo in biblioteca per approfondire questi temi anche in autonomia, permetterebbe alle giovani persone LGBTQIA+ di sentirsi meno isolate, di scoprirsi, comprendersi e crescere serenamente, e alle persone non-LGBTQIA+ di avere una visione completa del mondo in cui vivono e di diventare cittadinə coscienti e alleati dei loro coetanei.

Il bullismo è la prima causa di abbandono scolastico: che tipo di adultə diventeranno, se non garantiamo loro il diritto allo studio? Che tipo di cittadinə? Ma soprattutto: come possiamo anche solo immaginare che le loro vite, le loro menti, la loro salute siano tutelate? Un’istituzione pubblica – la scuola – deve fare di più.

Si deve mettere uno stop al bullismo, alle discriminazioni e alle violenze – troppo presenti nella vita dei giovanə, tanto nel quotidiano quanto online. Un’ombra lunga che pervade, permane e segna a lungo e in profondità le loro vite: una vita serena, consapevole e libera – adolescenti, giovani o adulti – è un diritto!

Promuovere una corretta informazione su identità di genere, orientamento sessuale e ruoli sociali, e far capire le istanze, i bisogni e le necessità delle persone LGBTQIA+ non è un progetto utile solo per i ragazzi in età evolutiva. Va intrapreso un percorso parallelo di informazione, sensibilizzazione e formazione che coinvolga tutto il personale scolastico, che con cura e passione contribuisce ogni giorno alla crescita dei ragazzə.

La conoscenza è la prima arma di contrasto all’odio. Formiamo giovani e adulti capaci di vivere e interagire positivamente insieme. Favoriamo un percorso di crescita collettiva.

Per una Milano che non sia solo inclusiva, ma realmente integrata: una Milano libera.

SOLITUDINI E NUOVE POVERTA’

Da alcuni anni, in diversi strati della nostra società e all’interno della comunità LGBTQIA+, si stanno ampliando fenomeni di solitudine, emarginazione e perfino povertà economica, che nel corso di questo anno di pandemia si sono acuiti ancora di più.

Nel corso del 2020 sono arrivate molte segnalazioni di persone LGBTQIA+ che, oltre alla preoccupazione per l’emergenza sanitaria, non potevano essere tranquillə all’interno delle proprie case: a causa di genitori che non accettano i propri figli, coinquilini omotransfobici o altre situazioni simili.

Inoltre, sono venute a mancare le occasioni di socialità per i membri della comunità LGBTQIA+. Oltre alla chiusura di luoghi di ritrovo, le tante realtà associative, dove le persone esercitano il proprio ruolo sociale, si confrontano e crescono nelle relazioni, non hanno potuto svolgere la propria attività di sostegno, autoaiuto e supporto in maniera completa, facendo sì che chi avesse bisogno faticasse a trovare assistenza morale e materiale.

A Milano e nei comuni della Città Metropolitana si è riusciti a fare POCO.

Il lavoro della Casa Arcobaleno, per esempio, non si è mai fermato continuando ad accogliere persone LGBTQIA+ che non potevano più vivere all’interno delle mura domestiche, non per propria scelta. Le richieste sono aumentate, con molte domande provenienti anche da fuori Comune, ma la capacità della struttura è fortemente limitata. Le realtà associative e di volontariato della provincia si sono unite per cercare di creare reti di sostegno per le persone LGBTQIA+ offrendo soluzioni di supporto a distanza, numeri di telefono, sportelli online o simili.

Ma la stabilità emotiva e sociale della comunità LGBTQIA+ non può rimanere solo in mano alle associazioni.

È compito delle istituzioni prendere coscienza di questi fenomeni e analizzarli per agire in maniera preventiva ed efficace rispetto a questa nuova emergenza che temiamo andrà sempre di più ad aggravarsi. Il Comune e la Regione devono assumersi le proprie responsabilità e svolgere il proprio compito, offrendo nuovi strumenti di supporto e sostegno sociale e psicologico a quei cittadinə che soffrono di situazioni di violenza psicologica ed emotiva.

Le amministrazioni comunali inoltre possono concedere spazi e fondi alle associazioni per garantire che il loro lavoro di supporto verso queste fasce della società possa godere di maggiore stabilità e progettualità per fornire servizi che saranno implementati e consolidati nel tempo.

La cittadinanza deve essere maggiormente informata su queste situazioni critiche per creare una consapevolezza condivisa che spinga sempre più persone ad alimentare la rete di sostegno per le persone LGBTQIA+ che hanno sempre più bisogno di sentirsi meno sole e più sostenute.

IL DIRITTO ALLA SALUTE

Era il 5 giugno 1981 quando vennero registrati i primi casi sospetti di polmonite da Pneumocystis in cinque uomini omosessuali, che si rivelarono poi essere i primi sieropositivi diagnosticati.
Tanti passi sono stati fatti in questi 40 anni di lotta al virus, tanto che oggi possiamo guardare all’obiettivo dell’Organizzazione Mondiale della Sanità di avere ZERO nuove infezioni da HIV nel 2030 con ragionevole speranza.

Grazie all’arrivo dei farmaci efficaci, l’aspettativa di vita delle persone che vivono con HIV oggi è equiparabile alle persone HIV negative. E non solo, le evidenze scientifiche, dimostrano che una persona HIV positiva che segue il trattamento, e ha carica virale non rilevabile, non può trasmettere il virus: U=U, Undetectable equals Untrasmittable. Un risultato straordinario.

Oggi abbiamo molti strumenti per proteggerci dal virus dell’HIV, abbiamo il condom, la PrEP, profilassi pre- esposizione da HIV, la TasP, terapia come prevenzione, la PEP, profilassi post esposizione. Tutti questi strumenti permettono di vivere liberamente le nostre sessualità, qualunque esse siano, e di approdare un benessere sessuale pieno e appagante, che deve essere libero dai pregiudizi, da razzismo, violenza di genere, transfobia e all’insegna dell’autodeterminazione sessuale.

Eppure, ancora molto si deve fare in termini di corretta informazione, lotta allo stigma, sensibilizzazione e promozione della prevenzione, non solo rispetto all’HIV ma a tutte le malattie sessualmente trasmissibili. Lo stigma sociale e la discriminazione alimentano ancora paura e isolamento, che, aggravate dalla pandemia globale di covid-19, ha effetti devastanti nella quotidianità e nelle nostre comunità.

Milano, se vuole essere città all’avanguardia per la salute, deve partire anche dalla salute dei più fragili, e dalla salute delle persone LGBTQIA+. Le istituzioni devono fare la loro parte, promuovendo politiche e azioni di sostegno concreto al diritto alla salute e alla corretta informazione e prevenzione.

Le associazioni, prima fra tutte il Milano Check Point, si trovano spesso a lottare da sole, andrebbero invece supportate con spazi e fondi utili per promuovere servizi di test e prevenzione, fare corretta informazione e combattere lo stigma. Le associazioni di volontariato e auto-aiuto sono presidi fondamentali per la salute

fisica e psicologica dei cittadini, e come tali devono essere sostenute dalle istituzioni come parte integrante del sistema sanitario, per non lasciare nessuno indietro.

Solo così possiamo costruire un futuro migliore, dove ognuno possa stare bene.

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