In Senegal una serie di arresti e notizie circolate sui media locali e sui social network tra il 7 e il 9 febbraio mescola accuse gravissime, retorica apertamente omobitransfobica e il sospetto di una nuova operazione repressiva contro le persone LGBTIAQ+.
“Si tratta di un pasticcio nel quale una legittima inchiesta internazionale su reati gravissimi viene strumentalizzata dalle autorità locali per arrestare uomini gay e propagandare stigma anti-LGBTIAQ+” racconta la nostra fonte europea attualmente in Senegal, che ha aiutato Gay.it a districare la matassa.
Cosa sappiamo con certezza
L’unico quadro confermato da fonti giornalistiche internazionali riguarda un’indagine giudiziaria avviata in collaborazione tra autorità senegalesi e francesi. Secondo quanto riportato da Associated Press, l’inchiesta ruota attorno a un network criminale transnazionale riconducibile a un cittadino francese di 73 anni, Pierre Robert, attualmente detenuto in Francia, accusato di sfruttamento sessuale di minori, produzione di materiale pedopornografico e trasmissione deliberata del virus HIV.
In questo contesto, le autorità del Senegal avrebbero proceduto all’arresto di almeno 14 senegalesi nell’area metropolitana di Dakar, nell’ambito dell’esecuzione di una commissione rogatoria internazionale. Le accuse citate dalle fonti internazionali sono estremamente gravi e riguardano violenza sessuale su minori, traffico, sfruttamento e messa in pericolo della vita altrui. Questo è, allo stato attuale, il nucleo dei fatti verificabili.
Le notizie diffuse dai media locali

Parallelamente, diversi media senegalesi molto seguiti, in particolare portali di grande popolarità come Seneweb, hanno pubblicato articoli che parlano di 14 “presunti omosessuali” arrestati, fornendo nomi, età e professioni, e utilizzando una terminologia che fonde le accuse penali con la criminalizzazione dell’omosessualità in quanto tale.
Secondo la narrazione di alcuni media, 14 persone sarebbero state arrestate nell’ambito di un “festino perverso“, durante il quale sarebbero stati sequestrati profilattici, strumenti per giochi sessuali, sostanze stupefacenti e lubrificanti, le cui foto sono state diffuse su media e social come presunte prove di degrado e stigma.
Nell’inchiesta l’HIV compare come elemento di accusa preciso e circoscritto, legato alla presunta trasmissione deliberata del virus in casi di abusi sessuali e sfruttamento di minori attribuiti a un network criminale. Nei media popolari, però, l’HIV viene spostato dal piano giudiziario a quello ideologico, usato per rilanciare l’equazione omosessualità uguale pericolo sanitario, una retorica stigmatizzante che serve a legittimare paura e repressione.
In Senegal l’omosessualità è criminalizzata dall’articolo 319 del Codice penale, che punisce gli “atti contro natura” tra persone dello stesso sesso con fino a cinque anni di carcere e multe. La norma consente arresti e persecuzioni anche in assenza di violenze. Nel luglio 2025 la proiezione di un film a tematica queer nell’ambasciata d’Olanda era stata cancellata direttamente dal governo
Un’ulteriore prova del clima che circonda questa vicenda arriva da una notizia diffusa da Dakar Buzz poche ore fa, del tutto scollegata dal presunto traffico di minori, ma significativa sul piano simbolico. A Pikine-Guédiawaye due uomini, Amadou B. e Gora D., sono stati condannati a cinque anni di carcere e a pesanti ammende esclusivamente per “atti contro natura”, dopo essere stati denunciati dal fratello di uno dei due. Nessuna accusa di violenza, sfruttamento o minori: solo una relazione consensuale tra adulti, trattata come crimine morale.
La retorica omobitransfobica

In questo contesto prende forma una retorica omobitransfobica aggressiva, pronta a confondere in modo strumentale l’esistenza delle persone LGBTIQ+ con reati gravissimi come il traffico e l’abuso di minori.
Le pubblicazioni, riprese e amplificate da pagine social e account molto influenti, descrivono gli arresti legati alla presunta tratta di minori come parte di una lotta contro un presunto “fléau” (flagello) morale che minaccerebbe la società senegalese. In alcuni casi, il linguaggio utilizzato è apertamente ideologico e moralizzante, con richiami alla “protezione della gioventù” e alla necessità di “combattere” l’omosessualità come se fosse una piaga sociale.
La lista dei nomi delle persone arrestate, che Gay.it omette, e l’inquadramento di esse come “omosessuali”, non risultano confermati da fonti internazionali indipendenti, né compaiono nelle ricostruzioni delle agenzie di stampa. Al momento, questi dettagli provengono esclusivamente da media locali e da circuiti informativi popolari che somministrano alla popolazione notizie da “gogna anti LGBTIAQ+“.
Il timore è che, a fronte del possibile e deprecabile reato di traffico di minori, l’inchiesta sia attualmente manipolata mediaticamente, sospinta dall’opinione pubblica omobitrasnfobica, verso una stigmatizzazione a priori delle persone LGBTIQ+. Con l’intento tutto politico di associare omosessualità e identità di genere non cis a reati moralmente indifendibili.
Il contesto Senegal
Il Senegal è un paese in cui l’omosessualità è penalmente perseguita e dove, ciclicamente, si verificano retate, arresti e campagne mediatiche che colpiscono persone LGBTIAQ+ sulla base di accuse spesso costruite o amplificate. Nel 2023 la salma di un uomo gay fu riesumata e bruciata dalla folla che ne reclamava il rogo purificatore.
© Riproduzione riservata.
