Domenica 31 maggio Roma sarà attraversata dalla Trans Queer Liberation March, una manifestazione politica costruita dal basso e dedicata alle persone trans queer. Non un Pride, non una parata istituzionale, ma uno spazio autonomo di rivendicazione, autodeterminazione e liberazione.

Quella del 2026 sarà la quarta edizione del corteo. Un appuntamento che nasce con un obiettivo preciso: rendere visibili le persone trans queer non come oggetto di discorsi altrui, ma come soggetti politici in grado di decidere per sé, sulle proprie vite, sui propri corpi e sulle proprie istanze.

“È una manifestazione principalmente politica”, spiegano a Gay.it le persone coinvolte nell’organizzazione. “Il nome non è casuale: non è un Pride. È una scelta ben precisa, perché vogliamo che emerga il significato politico che è all’origine della manifestazione”.

Trans Queer Liberation March a Roma - Foto IG
Trans Queer Liberation March a Roma – Foto IG

A Roma torna la Trans Queer Liberation March

La scelta di non utilizzare la parola Pride è uno dei punti centrali della Trans Queer Liberation March. Si tratta della costruzione di uno spazio diverso, indipendente e specifico.

“Non siamo in conflitto con nessuna delle altre realtà, anzi, più se ne fanno e meglio è”, chiariscono glə organizzatorə. “Però non ha assolutamente nessun legame. Sentivamo il bisogno di creare uno spazio politico specifico, autonomo e indipendente”.

Anche i momenti artistici previsti durante il corteo, spiegano a Gay.it le persone coinvolte nell’organizzazione, saranno affidati a persone queer e attiviste, in coerenza con la natura fortemente politica della manifestazione.

Il comunicato stampa della manifestazione lo esplicita con forza: “Questo è il quarto anno che facciamo una manifestazione dedicata alle persone trans queer, l’obiettivo è quello di mostrare a tutt* che esistiamo, resistiamo e vogliamo lottare per la nostra liberazione”.

Al centro non ci sono sigle, appartenenze o leadership, ma le persone trans queer stesse. “Nessuna realtà che fa parte della costruzione verrà menzionata”, si legge, “per evitare che ci sia un cappello e per far passare il giusto messaggio di un corteo dove le persone trans queer sono le uniche protagoniste”.

“Vogliamo decidere noi sulle nostre vite”

La Trans Queer Liberation March nasce da una critica netta ai paternalismi, alle strumentalizzazioni e alle decisioni prese sulle persone trans senza le persone trans.

“Vogliamo essere noi a decidere quali siano le nostre richieste e come portare avanti le azioni legislative”, si legge ancora nel testo di presentazione della nuova edizione. “Pretendiamo di essere sempre il primo passaggio su tutto ciò che si deve decidere sulle nostre vite”.

È una rivendicazione di autodeterminazione piena. “Lottiamo per la nostra autodeterminazione. Siamo le uniche persone che possono avere una preparazione adeguata per stabilire quali siano i nostri diritti e come vogliamo raggiungerli”.

Il messaggio viene ribadito chiaramente anche durante l’intervista: “Siamo noi le persone protagoniste delle nostre vite, siamo noi che vogliamo gestire le nostre vite. Non servono più le scuse, non ci interessano. Le parole non bastano più, c’è bisogno di fatti. Però i fatti devono partire da noi”.

Una manifestazione costruita dal basso

Trans Queer Liberation March a Roma - Foto IG
Trans Queer Liberation March a Roma – Foto IG

La Trans Queer Liberation March viene costruita attraverso assemblee aperte, pensate come spazi di partecipazione reale. Non un evento calato dall’alto, ma un percorso collettivo in cui le persone possono portare contributi, bisogni, rabbia, desideri e proposte.

“Facciamo assemblee aperte”, spiegano a Gay.it, “dove tutte le persone che vogliono contribuire, portare qualcosa o inserirsi in questo contenitore sono importanti e valorizzate”.

Il radicamento territoriale è un altro elemento centrale, soprattutto dopo quanto accaduto nelle scorse settimane al Pigneto. “All’ultima assemblea sono venute anche realtà e comitati del quartiere”, raccontano. “Il Pigneto ha una connotazione storicamente radicale e dal basso. Questo per noi è un valore aggiunto”.

Gli attacchi alla sede di Gender X e il clima in città

La manifestazione del 31 maggio si inserisce in un clima segnato anche dai recenti attacchi alla sede di Gender X, associazione trans, non binary e queer con sede al Pigneto. All’inizio di aprile la realtà romana ha denunciato un’escalation di intimidazioni e minacce, culminate in frasi gravissime rivolte alle persone presenti.

Secondo quanto denunciato dall’associazione, un gruppo di giovani avrebbe preso di mira la sede con episodi ripetuti: colpi alla porta, danneggiamenti, tentativi di intimidazione e, infine, minacce esplicite. “Hanno chiaramente manifestato le loro intenzioni, gridandoci che se fossimo usciti ci avrebbero dato fuoco”, si leggeva nel post di denuncia pubblicato da Gender X.

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Una vicenda che ha avuto un impatto forte sul clima in cui si prepara il corteo. “Ha dato un’energia diversa da quella che abbiamo tutti gli anni”, spiegano. “Parteciperanno anche realtà del quartiere e della zona del Pigneto, realtà che non sono principalmente queer o transfemministe, ma che vengono a sostenerci. Dobbiamo mettere in luce quello che sta succedendo, reagire, non subire”.

Quanto accaduto rende visibile una violenza spesso negata o minimizzata: “Quello che rivendichiamo nelle piazze sono parole, ma quello che è successo e quello che abbiamo potuto far vedere anche con il video sono i fatti. Non sono solo parole quello che subiamo: ci sono i fatti, sentite la voce di queste persone, vedete cosa subisce una persona trans e non binaria”.

“L’Italia è un Paese pericoloso per le persone trans queer”

Alla domanda su che Paese sia oggi il nostro per le persone trans queer e non binarie, la risposta raccolta da Gay.it è immediata: “L’Italia è un Paese pericoloso, molto pericoloso”.

Ne emerge una quotidianità fatta di episodi che spesso non arrivano alla cronaca. “Molte cose non emergono, rimangono sottotraccia. Quello che emerge è la punta di un iceberg”, spiegano. “Come esperienza personale, ogni due o tre mesi ci sono aggressioni verso persone trans, anche sotto la metro, solo perché sono persone trans. Vengono picchiate, aggredite, e non se ne sa nulla”.

Il tema non riguarda solo le violenze fisiche, ma la sicurezza nella vita quotidiana: scuola, lavoro, sanità, spazi pubblici, relazioni con le istituzioni. “Ci autoproteggiamo, cerchiamo di sopravvivere e di tutelarci fra di noi”.

Anche l’accesso alla salute diventa un terreno di discriminazione. “Noi non abbiamo la libertà di cercare soltanto la professionalità o la bravura di un professionista”, sottolineano. “Dobbiamo anche cercarlo friendly per le persone trans. Viviamo separati dalla società”.

Contro paternalismi e strumentalizzazioni

Il comunicato sulla Trans Queer Liberation March usa parole durissime contro chi parla “per” le persone trans senza ascoltarle davvero.

“Basta con i paternalismi mascherati da ‘lo facciamo per voi’”, si legge. “Non lo fate per noi, lo fate per le vostre carriere e i conti in banca. Quello che vogliamo sia fatto per noi deve essere determinato solo ed esclusivamente da una nostra richiesta libera”.

La critica riguarda anche la politica istituzionale. “Non facciamo compromessi con nessun partito”, si legge. “Sappiamo cosa vogliamo e come vogliamo che sia raggiunto”.

Ciò che emerge dall’intervista è una stanchezza diffusa: “Quello che percepisco dalle persone trans è stanchezza, molta stanchezza. Abbiamo capito tutto, le parole non bastano più. Non vogliamo più scuse”.

Una comunità che vuole sentirsi unita

Accanto alla rabbia e alla denuncia, la Trans Queer Liberation March vuole essere anche uno spazio di riconoscimento collettivo. Un luogo in cui le persone trans queer possano sentirsi parte di una comunità presente, viva, capace di sostenersi.

“La cosa più bella che ogni volta ci viene detta dopo il corteo è che le persone sentono che è presente la comunità. C’è una comunità unita, una sensazione di appartenenza a qualcosa”.

Per questo il corteo del 31 maggio non vuole parlare solo alle persone trans queer, ma anche al resto della comunità LGBTQIA+ e alle realtà alleate. “Speriamo che vengano a sostenerci”, aggiungono le persone coinvolte nell’organizzazione. “Come noi andiamo a sostenere altre lotte, spero che anche quest’anno sia un’opportunità per farci sentire il loro sostegno”.

“Più ci sottovalutate, più la nostra forza aumenta”

Il messaggio finale del comunicato è una dichiarazione di resistenza e liberazione: “Abbiamo detto basta già da tempo, forte e chiaro; lo avete sentito, ma si sta continuando con le stesse modalità”, si legge. “L’errore più grande che si fa è quello di illudersi di volerci controllare e metterci a tacere”.

La Trans Queer Liberation March del 31 maggio nasce esattamente da qui: dal rifiuto del silenzio, della delega, della marginalizzazione e della patologizzazione.

“Più ci sottovalutate e patologizzate”, conclude il testo, “più la nostra forza aumenta, fino a quando romperemo gli argini e conquisteremo la nostra libertà”.

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