È nel corpo che trema, nella voce che si spezza, nel trucco che si fa maschera e poi bandiera, che si gioca oggi una delle battaglie più complesse della comunità queer libanese. Qui, dove l’omosessualità è ancora criminalizzata, e dove la sola espressione di sé al di fuori dei canoni eterocisnormati può essere motivo di arresto, l’arte drag è gesto radicale, campo di resistenza, spazio di possibilità.
È su questo terreno – fragile, scivoloso, vitale – che si muove l’incontro “Queerness, arte e attivismo nel mondo arabo: I drag show come spazi di sovversione in Libano”, ospitato oggi alle 17:00 dal Napoli Queer Festival nella cornice della Sala Assoli Moscato.
Un evento che non è solo contenuto, ma postura politica. Che non si limita a raccontare un fenomeno, ma invita a spostare lo sguardo. E a farlo da sud, da est, da quelle trincee dove la marginalità non è debolezza ma consapevolezza acuminata, capace di ferire e di curare. Capace, soprattutto, di parlare a noi.
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Napoli Queer Festival incontra la resistenza queer libanese
Non poteva che accadere a Napoli. Non soltanto per la sua natura stratificata, contraddittoria, porosa. Non solo per quella capacità, tutta partenopea, di trasformare le ferite in crepe da cui filtra luce, o per la sua lunga consuetudine con ciò che è marginale, eccentrico, sovversivo.
Ma perché il Napoli Queer Festival, nell’edizione 2025, decide consapevolmente di spostare l’asse dello sguardo, disallineandosi da una narrazione mainstream della cultura LGBTQIA+ per esplorarne i margini, le fratture, le zone d’ombra. Lì dove il queer non ha il sacrosanto diritto di essere anche solo vetrina, ma tensione; non rappresentazione, ma processo.
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È qui che avrà luogo il dialogo – che è anche gesto politico e attraversamento poetico – tra Abed Al-Wahab Kassir e il gruppo di ricerca MEGAMAPS dell’Università “L’Orientale” di Napoli. Un incontro ambisce a restituire la complessità e l’urgenza di alcune delle più radicali pratiche di “artivismo” queer emerse negli ultimi anni nello spazio pubblico arabo-mediterraneo.
Al centro, la scena drag libanese: fluida, frammentata, mobile. Costretta a esistere ai margini, ma proprio per questo capace di generare interstizi, aperture, strategie di resistenza.
Il progetto MEGAMAPS – Mapping Emerging Gender Artivism in the Mediterranean Arab Public Space – finanziato dall’European Research Council e coordinato dalla professoressa Sara Borrillo, si muove in questa stessa direzione: costruire un archivio vivo e in continua mutazione, fatto di voci, corpi, azioni politiche. Una cartografia disobbediente che, a partire dalle rivolte del 2011, prova a raccontare le traiettorie del dissenso attraverso la lente dell’arte e del genere.
Kassir – attore, performer e ricercatore presso la Universidad Autonoma de Barcelona – ha fatto della scena queer araba il proprio campo di indagine artistica e accademica, incrociando studi di genere, pratiche performative e memoria collettiva.
Il drag show non è quindi solo spettacolo, ma zona temporaneamente autonoma – avrebbe detto Hakim Bey – che agisce come focolaio di una resistenza estetica e politica. Luoghi dove il corpo queer, nella sua performatività ostinata, diventa atto di esistenza. E in Libano, dove la comunità LGBTQIA+ è sotto assedio da parte dello Stato e della società, questi spazi – club, gallerie, collettivi autogestiti, festival clandestini – diventano dispositivi di sopravvivenza. Micro-utopie dove si può, per un istante, sottrarsi alla norma e rinegoziare il diritto a esistere.
Gay.it ha seguito da vicino queste traiettorie, raccontando la resilienza di una comunità che continua a sfidare l’invisibilizzazione e la repressione attraverso il linguaggio del corpo, del desiderio, dell’immaginazione.
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L’incontro: contenuti, voci, prospettive
L’evento si aprirà con l’introduzione di Borrillo, che contestualizzerà il progetto MEGAMAPS e le sue traiettorie di ricerca. Seguirà l’intervento di Kassir, un attraversamento teorico e personale in una narrazione che si muove tra analisi accademica e vissuto artistico. A discuterne saranno le ricercatrici Alessia Carnevale, Olga Solombrino e Marta Tarantino, parte del team MEGAMAPS, impegnato appunto in un lavoro di mappatura delle pratiche artistiche queer emerse nei territori post-primavera araba: Marocco, Tunisia, Libano, Giordania.
A chiudere l’incontro sarà la proiezione del cortometraggio La grande nuit di Sharon Hakim, giovane regista franco-egiziana capace di cogliere con uno sguardo dolce e feroce i chiaroscuri della condizione queer in contesti non occidentali. Un film breve, ma densissimo, che racconta molto più di quanto mostra, e che si inserisce perfettamente nel flusso emotivo e politico dell’evento.
Come in altri momenti del festival, anche qui la riflessione si intreccia con l’azione concreta. L’ingresso è gratuito, ma gli organizzatori invitano caldamente a una sottoscrizione: tutto il ricavato sarà devoluto al progetto Solidarietà Decoloniale alla Palestina del collettivo Deverso. Un’iniziativa che sostiene direttamente le famiglie palestinesi di Nablus, senza intermediari.
Perché non si può parlare di resistenza queer in Libano – o altrove – senza parlare di colonialismo, di occupazione, di rapporti di potere. Senza riconoscere che l’autodeterminazione non è un fatto individuale, ma un tessuto di lotte intersezionali, di alleanze da costruire e da proteggere.
