Libano: il deterioramento dei diritti LGBQIA+ come specchio di una crisi multidimensionale

Come la crescente ostilità nei confronti della comunità LGBTQIA+ nel Libano rivela una crisi più ampia che va dalla politica all'economia, svelando il malcontento sistemico del paese.

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Il Libano, nazione che per anni ha rappresentato una sorta di oasi di tolleranza nel delicato contesto del Medio Oriente, sta negli ultimi anni vivendo un’inquietante inversione di tendenza in ambito di diritti e benessere della comunità LGBTQIA+.

Fino a poco tempo fa, il paese offriva alla comunità una certa visibilità e spazi di socializzazione relativamente sicuri, soprattutto se paragonati alle severe restrizioni imposte in altre nazioni della regione. Tuttavia, recenti sviluppi indicano un clima di crescente ostilità, discriminazione e violenza.

Il deterioramento delle condizioni per la comunità LGBTQIA+ non è un fenomeno isolato o marginale. Al contrario, è sintomatico di una crisi più ampia che sta affliggendo il Libano su vari fronti, dalla politica all’economia, passando per le tensioni sociali.

In altre parole, l’attacco ai diritti umani è un campanello d’allarme che segnala problemi strutturali profondi nel tessuto sociale e istituzionale del paese – realtà pericolosa e tristemente simile anche in diversi contesti occidentali, più vicini di quanto pensiamo. 

La comunità LGBTQIA+ in Libano vittima di una “politica della distrazione”

L’escalation di ostilità nei confronti della comunità LGBTQIA+ in Libano non è un evento casuale o un fenomeno isolato. È, invece, un elemento di una strategia più ampia e premeditata, orchestrata da figure conservatrici e leader religiosi nel paese.

Lo scopo, quello di deviare l’attenzione pubblica dai numerosi e gravi problemi socioeconomici che affliggono il Libano, dalla crisi finanziaria alla disoccupazione, passando per la corruzione endemica e l’instabilità politica.

In un’intervista al Guardian, Tarek Zeidan, direttore esecutivo del noto gruppo per i diritti LGBTQIA+ Helem, ha incisivamente definito questa manovra come la “creazione di un panico morale“. In altre parole, si tratta di un tentativo di manipolare l’opinione pubblica generando una forma di isteria collettiva intorno a questioni morali e sociali.

Questo panico morale serve a giustificare misure repressive e discriminatorie contro la comunità LGBTQIA+, presentate come necessarie per “proteggere” i valori tradizionali e l’integrità della società.

Ma c’è di più: questa tattica di distrazione è anche un mezzo per sottrarre il focus dai fallimenti del governo in vari settori, dalle politiche economiche disastrose all’incapacità di fornire servizi pubblici di base. In questo modo, le figure al potere cercano di evitare il giudizio pubblico sulle loro politiche impopolari e spesso fallimentari, dirottando il dibattito pubblico verso temi che possono facilmente polarizzare l’opinione pubblica.

La genialità maliziosa di questa strategia sta nel fatto che non solo riesce a deviare l’attenzione dai reali problemi del paese, ma lo fa a spese di una comunità già marginalizzata e vulnerabile. In questo contesto, la lotta per i diritti LGBTQIA+ diventa un campo di battaglia su cui si giocano questioni molto più ampie relative alla salute democratica, alla giustizia sociale e all’integrità istituzionale del Libano.

Le voci della repressione

Hassan Nasrallah, leader dell’influente e potente movimento Hezbollah nel Libano, ha assunto un ruolo di primo piano nell’intensificare la retorica ostile contro la comunità LGBTQIA+.

Nasrallah ha esplicitamente affermato che le persone gay dovrebbero essere uccise, etichettando la comunità LGBTQIA+ come una “minaccia imminente per la società”. Queste parole non sono solo un attacco verbale; rappresentano un incitamento all’odio e alla violenza che ha ripercussioni reali e tangibili.

Si, perchè la diretta conseguenza dell’omofobia istituzionalizzata si è manifestata in un aumento significativo delle minacce online rivolte alla comunità LGBTQIA+. La gravità della situazione è tale che Grindr ha dovuto implementare misure di sicurezza d’emergenza per proteggere i suoi utenti in Libano. Un segnale allarmante del livello di pericolo e discriminazione che la comunità sta affrontando.

Non è un caso che queste dichiarazioni provengano da una figura di tale influenza come Nasrallah, il cui movimento Hezbollah è un attore chiave non solo nella politica libanese ma anche in quella regionale. Le sue parole servono a legittimare e istituzionalizzare l’omofobia, dando un sigillo di approvazione a coloro che vorrebbero perpetrare atti di violenza e discriminazione contro la comunità LGBTQIA+.

Come spesso accade, affermazioni simili da parte di un’alta carica dello stato contribuiscono a normalizzare un discorso d’odio che, in altre circostanze, potrebbe essere considerato estremo.

E da qui, le conseguenze. Tra gli episodi più sconvolgenti, il violento attacco a un gay bar a Beirut da parte di un gruppo di fondamentalisti cristiani, riportato da Amnesty International negli scorsi giorni.

Quanto accaduto al Madame Om è stato un segnale inquietante di come la situazione delle persone LGBTI si stia deteriorando nel Paese – ha dichiarato Aya Majzoub, vicedirettrice regionale di Amnesty International per il Medio Oriente e il Nord Africa –  Le autorità libanesi devono immediatamente cessare di creare un ambiente favorevole alla discriminazione e alla violenza contro le persone LGBTI“.

Censura e leggi sempre più stringenti: si inizia sempre così

Oltre alla crescente retorica omofobica, il Libano sta assistendo a tentativi concreti di censura e di introduzione di nuove leggi che mirano a discriminare ulteriormente la comunità LGBTQIA+. Mohammad Mortada, attualmente ministro della Cultura ad interim, è stato un protagonista in questo contesto.

Ha avviato una campagna contro il film “Barbie”, accusandolo di promuovere l’omosessualità e la “trasformazione sessuale”. Un tentativo di censura che non è solo un attacco alla libertà di espressione, ma anche un esempio di come le istituzioni statali possano essere utilizzate per imporre una visione ciseteronormativa della sessualità e del genere.

Parallelamente, un think tank affiliato a Hezbollah ha rilasciato un progetto di legge che va ancora più lontano, cercando di cancellare qualsiasi discussione o menzione dell’omosessualità all’interno delle istituzioni pubbliche, inclusi i media.

Nascondere la crisi tramite un capro espiatorio

Tutto ciò si svolge su uno sfondo di crisi economica e politica senza precedenti che sta devastando il Libano. Il paese è immerso in un crollo economico che dura da quattro anni, una situazione ulteriormente aggravata dalla pandemia di COVID-19 e dalla catastrofica esplosione nel porto di Beirut nel 2020.

Questi eventi hanno portato a una contrazione del PIL, a un’inflazione galoppante e a una povertà dilagante. Politicamente, il Libano è in una situazione di stallo, senza un presidente da quasi un anno, il che ha contribuito a un clima di instabilità e incertezza.

In questo contesto di crisi multidimensionale, la persecuzione della comunità LGBTQIA+ diventa non solo un attacco ai diritti umani, ma anche un sintomo di un sistema politico che è in grado di funzionare solo attraverso la divisione e la distrazione.

La tattica di utilizzare la comunità LGBTQIA+ come capro espiatorio o come diversivo da problemi più gravi è, purtroppo, un fenomeno non limitato al Libano, ma che anzi ci tocca molto da vicino.

Un uso cinico della comunità LGBTQIA+ come diversivo dai problemi reali e urgenti che affrontano questi paesi non è però solo disumano, ma anche controproducente. Non risolve le crisi esistenti; al contrario, crea nuove divisioni sociali e mina ulteriormente la coesione e la stabilità.

E crea un precedente pericoloso, distruggendo qualsiasi pretesa di rispetto per i diritti umani e i principi democratici, esponendo l’ipocrisia dei governi che affermano di agire nell’interesse del popolo mentre perpetuano discriminazioni e disuguaglianze.

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