Perché Ilaria Capezzuto ha ucciso l’ex fidanzata Daniela Strazzullo e poi si è suicidata: è un femminicidio?

Omicidio-suicidio a Napoli, una storia d’amore tra due donne finita nel sangue: Ilaria Capezzuto uccide l'ex fidanzata Daniela Strazzullo e si toglie la vita.

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Daniela Strazzullo e Ilaria Capezzuto, omicidio-suicidio a Napoli
Daniela Strazzullo e Ilaria Capezzuto, omicidio-suicidio a Napoli
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Una storia d’amore tra due donne intensa, complicata e osteggiata, culminata nella più tragica delle conclusioni. Daniela Strazzullo, 31 anni, è morta il 23 maggio all’Ospedale del Mare di Napoli, dopo un giorno di agonia. A spararle un colpo di pistola alla tempia è stata la sua ex fidanzata, Ilaria Capezzuto, 34 anni, che subito dopo si è tolta la vita con la medesima arma. Il dramma si è consumato nel pomeriggio di giovedì 22 maggio, nel comune di Volla, in provincia di Napoli

Ilaria Capezzuto uccide l'ex fidanzata Daniela Strazzullo e si suicida
Ilaria Capezzuto uccide l’ex fidanzata Daniela Strazzullo e si suicida

Napoli, Ilaria Capezzuto uccide l’ex fidanzata Daniela Strazzullo e si suicida

Alla base del drammatico omicidio-suicidio avvenuto nel napoletano, sarebbe la fine della relazione tra due donne che per anni si erano profondamente amate. Daniela Strazzullo e Ilaria Capezzuto, come ogni coppia, avevano affrontato anche momenti di crisi profonda, riuscendo però sempre a ritrovarsi. Ma questa volta non è andata così. Venerdì 22 maggio, a Volla, in provincia di Napoli, quel legame si è spezzato nel modo più tragico possibile: con entrambe le protagoniste morte all’Ospedale del Mare.

Stando alla ricostruzione degli inquirenti, Daniela e Ilaria si erano incontrate per un ultimo confronto, nella speranza di salvare una relazione ormai in crisi. Un legame che, negli anni, aveva resistito a tutto: ai pregiudizi, alle critiche, all’incomprensione di chi le circondava, persino all’opposizione di alcuni familiari che non avrebbero accolto favorevolmente la loro storia d’amore. 

Nonostante tutto, avevano sempre camminato fianco a fianco, decise a difendere la loro relazione. Ma col tempo, quel rapporto aveva iniziato a logorarsi, diventando più fonte di dolore che di forza. Così, lo scorso venerdì, si sono sedute in auto – una Renault Captur – per parlare. Daniela al volante, Ilaria sul sedile al suo fianco.

Secondo le prime ipotesi, nel corso del loro ultimo incontro Daniela avrebbe deciso di interrompere quel rapporto, facendo così degenerare la situazione. Ilaria, a quel punto, avrebbe estratto una pistola – con matricola abrasa -, puntandola alla tempia della compagna e sparando. Scesa dall’auto, a breve distanza, la 34enne avrebbe quindi rivolto l’arma contro se stessa, suicidandosi. 

L’intervento dei carabinieri

I carabinieri erano intervenuti nel cuore della notte del 22 maggio, in via Luigi Sturzo, a Volla, dopo la segnalazione di alcune persone, che avevano allertato il 112 in seguito al rumore degli spari. Giunti sul posto, i militari avevano trovato Daniela al posto di guida della Renault Captur, gravemente ferita, agonizzante, ma ancora viva. Poco distante, in via Pinocchio, quartiere Ponticelli, le forze dell’ordine avevano rinvenuto il corpo ormai senza vita di Ilaria Capezzuto, ancora con la Calibro 9 tra le mani. 

Sin dai primi momenti delle indagini era stato ipotizzato un collegamento tra la morte della 34enne e il grave ferimento della 31enne, ma con il passare delle ore quell’ipotesi si è concretizzata in un caso di omicidio-suicidio.

Daniela morta in ospedale

Daniela Strazzullo morta in ospedale
Daniela Strazzullo morta in ospedale

Dopo il ritrovamento del suo corpo agonizzante in auto, Daniela Strazzullo era stata condotta d’urgenza all’Ospedale del Mare, in condizioni drammatiche. A poche ore dal suo arrivo, i medici avevano confermato la morte cerebrale, seguita poi dalla notizia giunta nella mattina del 23 maggio che ha segnato la parola fine, rompendo ogni speranza. 

Intanto le indagini proseguono: gli inquirenti hanno posto sotto sequestro auto e arma – che dai primi accertamenti risulterebbe essere clandestina e irregolarmente detenuta -, ed il corpo di Capezzuto messo a disposizione dell’autorità giudiziaria. Entrambe le donne sarebbero risultate già note alle forze dell’ordine, ma non per reati associativi. 

Chi erano Daniela e Ilaria

Secondo le prime informazioni trapelate – e riprese dalla stampa nazionale, tra cui L’Unità -, Daniela Strazzullo sarebbe figlia di un presunto esponente del clan Strazzullo egemone nella zona nota della Torretta (tra Mergellina e la Riviera di Chiaia). Il quotidiano Open aggiunge ulteriori particolari: nei mesi scorsi la donna avrebbe gestito alcuni ombrelloni abusivi in zona Rotonda Diaz e sarebbe finita per questo al centro di provvedimenti amministrativi della capitaneria di porto.

La 34enne Ilaria Capezzuto, che avrebbe sparato alla ex e si sarebbe poco dopo suicidata, era di San Giovanni a Teduccio, mamma di una figlia piccola avuta con l’ex compagno. La donna avrebbe avuto alle spalle piccoli precedenti penali.

Le indagini

Ad indagare sul caso di omicidio-suicidio consumatosi nella provincia di Napoli sono i carabinieri della Compagnia di Torre del Greco e del Nucleo investigativo di Torre Annunziata, che avrebbero già raccolto le prime testimonianze. Prima dei due spari ci sarebbe stata una violenta lite tra le due donne, accompagnata da urla.

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L’indagine, affidata alle Procure di Nola e di Napoli sotto la guida dei magistrati Marco Del Gaudio e Nicola Gratteri, punta ora a far luce sulla provenienza dell’arma utilizzata da Ilaria Capezzuto. La pistola, con matricola abrasa, è ora al centro dell’inchiesta: gli investigatori stanno setacciando gli ambienti criminali della periferia orientale di Napoli, alla ricerca di collegamenti e responsabili.

Femminicidio o no? Il caso riapre il dibattito sulla violenza nelle coppie lesbiche

L’omicidio di Daniela Strazzullo, seguito dal suicidio dell’ex compagna Ilaria Capezzuto, ha riacceso il dibattito tra avvocate, filosofe, attiviste e operatrici dei centri antiviolenza: si può parlare di femminicidio anche quando la violenza avviene all’interno di una coppia lesbica?

A interrogarsi sono esperte di lungo corso nella lotta alla violenza di genere, e la risposta – tutt’altro che univoca – dipende dalla definizione che si sceglie di adottare. 

La Repubblica ha riportato diverse voci, a partire da quella di Michela Murgia, che ricordava come “il femminicidio non indica il sesso della morta, ma il perché”. Nella sua visione, dunque, il femminicidio sarebbe da intendersi come l’omicidio di una donna da parte di un uomo, “in quanto donna”. Una definizione che trova fondamento anche nei lavori dell’antropologa femminista Marcela Lagarde: il femminicidio è una forma estrema di violenza sistemica e patriarcale, motivata dalla volontà di esercitare dominio e controllo.

Ma cosa succede quando la mano che spara non è quella di un uomo, bensì di un’altra donna? Per l’avvocata Milli Virgilio, esperta in casi di violenza contro le donne, la risposta non è semplice: “Se adottiamo la definizione adottata dalla Commissione parlamentare sui femminicidi, allora no: non è femminicidio, perché l’autore è una donna. Perché l’autore della violenza è identificato come un uomo. Se consideriamo che quel che conta è un motivo di genere, il contesto nel quale l’omicidio matura, la disparità di potere, se una delle due era più forte e vincolava l’altra, se c’erano precedenti episodi di violenza, allora sì, anche quello di Napoli potrebbe essere un femminicidio”.

Il nuovo disegno di legge contro i femminicidi prevede pene più severe – con l’ergastolo – per “chiunque cagioni la morte di una donna in quanto donna”, senza specificare il sesso dell’autore. Eppure, osserva Virgilio, resta difficile stabilire chi sia la “donna in quanto donna” all’interno di una relazione lesbica. Il rischio è di forzare un concetto nato per descrivere una specifica dinamica di potere maschile.

Più netta la posizione della filosofa e docente Giorgia Serughetti, esperta di teoria di genere: “Il femminicidio non è semplicemente l’omicidio di una donna, ma l’omicidio di una donna in quanto donna all’interno di una dinamica di esercizio di potere maschile. Ed è proprio questa dinamica la radice profonda della diseguaglianza tra generi che si manifesta nella violenza di genere come fenomeno strutturale”. Per Serughetti, la categoria ha senso solo se inserita in un sistema strutturale di potere diseguale tra uomini e donne.

Tuttavia, riconosce l’importanza di non sminuire la gravità della violenza tra donne: “È fondamentale leggere anche queste dinamiche con strumenti adeguati e potenziare la rete dei servizi antiviolenza per affrontarle con un approccio intersezionale”.

Il patriarcato agisce anche tra le coppie LGBT+?

Anche per l’associazione D.i.Re – Donne in Rete contro la violenza, la risposta è chiara: “Il patriarcato, e quindi le relazioni di potere, attraversano anche le coppie lesbiche. Non riteniamo comunque che in questo caso si possa parlare di femminicidio perché la donna non è stata uccisa in quanto donna: si tratta certamente di violenza, ma non possiamo definirlo femminicidio”, afferma la consigliera Luisanna Porcu.

Una riflessione più articolata arriva da Simona Ammerata, operatrice del centro antiviolenza romano Lucha y Siesta: probabilmente non è femminicidio nel senso stretto del termine, ma è comunque un prodotto del modello patriarcale, “Sia perché, come emerge, forse la relazione tra le due donne non era accettata dalla comunità, non rispondeva al modello etero-cis-patriarcale che appare come l’unico possibile. Sia perché il patriarcato ha segnato per tutte e tutti un modo di intendere le relazioni che non è basato sul consenso, sul benessere, sulla libertà”.

Secondo Ammerata, anche per questo è urgente fare educazione alle relazioni, per tuttə, fin da piccoli.

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