Brasile, l’influencer di destra propone leggi anti-trans: l’estremismo social detterà l’agenda politica?

Lucas Pavanato, ventiseienne influencer brasiliano, ha costruito un seguito di quasi 5 milioni di follower sui social, grazie a contenuti virali in cui ridicolizza i partecipanti al Pride.

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Lucas Pavanato, da influencer di destra a consigliere comunale più votato di San Paolo, in brasile
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Con i suoi quasi 12 milioni di abitanti – più di un sesto della popolazione italiana – San Paolo è un organismo pulsante che incarna il potere, le contraddizioni e le speranze del Brasile. È qui, nelle sue strade brulicanti e nei suoi palazzi del potere, che si scontrano le profonde disuguaglianze del Paese e le ambizioni politiche di chi mira a dominare il panorama nazionale.

Tra questi c’è Lucas Pavanato, ventiseienne influencer brasiliano che ha costruito un seguito di quasi 5 milioni di follower sui social, grazie a contenuti virali in cui ridicolizza i partecipanti al Pride, smonta con tono sprezzante la retorica femminista e promuove una visione rigidamente tradizionalista della società.

Con una retorica perfettamente sintonizzata sugli algoritmi delle piattaforme social, Pavanato ha però ben presto saputo convertire la sua popolarità virtuale in una vittoria elettorale sorprendente: 160.000 preferenze lo hanno  reso il consigliere comunale più votato di San Paolo.

Ma dietro l’apparente freschezza del suo successo c’è l’ennesima incarnazione del Partito Liberale brasiliano, la formazione politica che ha sostenuto Jair Bolsonaro e che ne perpetua l’agenda conservatrice e autoritaria.

Cambiano il volto, l’età e lo stile comunicativo, dunque, ma non il marchio: Pavanato porta la stessa retorica aggressiva e populista dei vari Donald Trump, Giorgia Meloni, Viktor Orban e persino Vladimir Putin, che continua a usare le minoranze come bersaglio per mobilitare consenso e mascherare il vuoto della propria proposta politica.

Non sorprende, quindi, che a pochi giorni dal suo insediamento, abbia già avanzato tre proposte di legge transfobiche sulla falsariga dell’agenda politica repubblicana negli USA: una per vietare la partecipazione delle donne trans nello sport, una per bandire qualsiasi tipologia di percorso affermativo rivolto ai minori di 18 anni e l’ultima per stabilire il sesso biologico come unica determinante per l’utilizzo dei bagni. Misure destinate ad avere un impatto devastante su una delle comunità più vulnerabili di San Paolo, che conta decine di migliaia di persone.

Il caso Pavanato non è però un’eccezione, ma piuttosto l’ennesima manifestazione di un inquietante fenomeno globale, destinato a intensificarsi ed avere un impatto sempre più deleterio con la recente virata populista dei colossi digitali: l’uso dei social network come piattaforma di lancio per carriere politiche basate su consensi rapidi, superficiali e spesso acritici, alimentati da meme virali e video brevi capaci di fare leva sugli istinti più bassi del popolo digitale. Perché tutto questo dovrebbe preoccuparci?

Il futuro della politica arriva dai social

Finora abbiamo guardato ai social network come a spazi paralleli, mondi digitali dove la manipolazione della propria immagine, la costruzione di versioni idealizzate di sé e l’espressione di opinioni inconfessabili nel quotidiano sembravano confinati a una realtà virtuale, priva di ripercussioni tangibili. Tuttavia, con miliardi di utenti attivi e un’influenza sempre più capillare, piattaforme come Instagram, Facebook, X e TikTok hanno cessato di essere semplici strumenti di comunicazione o intrattenimento, diventando invece i motori di una profonda – e inquietante – trasformazione culturale e politica profonda.

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Nel momento in cui si è compreso il potenziale di piattaforme progettate per massimizzare il coinvolgimento attraverso la polarizzazione e il sensazionalismo, questi spazi digitali si sono infatti trasformati in veri e propri laboratori di radicalizzazione. È qui che ha preso forma una nuova tipologia di leader politico: l’influencer di estrema destra.

Non figure cresciute nei partiti tradizionali né personalità forgiate da anni di esperienza istituzionale, ma protagonisti arrivati dall’ecosistema online, capaci di raccogliere consensi a qualsiasi costo per trasformare i propri follower in elettori.

Una dinamica alimentata dalla stessa architettura dei social media, intrinsecamente progettati per premiare contenuti che generano reazioni immediate con il minimo sforzo. Indignazione, paura e rabbia si rivelano così strumenti molto più potenti del pensiero critico. L’estrema destra, con la sua abilità nel ridurre questioni complesse a slogan semplicistici e divisivi ed utilizzare, si adatta perfettamente a questo ecosistema. Meme, video brevi e post sensazionalistici costruiscono una narrativa che individua nemici comuni tramite convenienti sineddochi – minoranze, movimenti progressisti, attivisti – e promette soluzioni tanto drastiche quanto irrealistiche.

La radicalizzazione, però, non è un fenomeno istantaneo. Gli algoritmi amplificano continuamente contenuti simili a quelli già visualizzati, intrappolando gli utenti in bolle ideologiche che restringono la loro visione del mondo e la polarizzano ulteriormente. La Radicalisation Awareness Network (RAN) europea la definisce “spirale della radicalizzazione”,  particolarmente insidiosa per le generazioni più giovani, che risultano spesso più vulnerabili alla manipolazione emotiva e ideologica. Uno studio pubblicato sulla prestigiosa rivista Nature ha dimostrato che l’esposizione prolungata al discorso d’odio non solo aumenta la tolleranza verso atteggiamenti estremisti, ma può persino spingere alcuni individui a commettere atti di violenza.

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Da questo bacino di indignazione e consensi facili, molti di questi influencer trovano nella politica un passo naturale. Armati di un seguito fedele e di un’agenda già definita, riescono a bypassare i percorsi tradizionali di legittimazione politica, costruendo un’immagine da outsider capaci di “sfidare il sistema”. Ma questa loro ascesa non è un segnale di rinnovamento: è il sintomo di una politica che sacrifica la complessità  per la viralità, anche se il prezzo da pagare è la diffusione dell’odio.

 

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