La retorica dei detransitioner: Pro Vita ignora le statistiche?

Pro Vita e Fratelli d'Italia usano le storie dei detransitioner per attaccare le persone transgender, ma le statistiche raccontano un'altra verità.

Ascolta:
0:00
-
0:00
pro-vita-e-famiglia-detransitioner
Luka Hein, detransitioner e attivista anti-trans, accanto a Maria Rachele Ruiu, portavoce di Pro Vita & Famiglia
5 min. di lettura

Se ci fosse un premio per chi riesce a sovvertire in modo così naturale le leggi della statistica, sicuramente l’organizzazione Pro Vita & Famiglia sarebbe per lo meno sul podio. Per loro, l’eccezione è sempre la regola, e casi marginali vengono elevati a esempio universale, trasformando così singoli episodi in verità inoppugnabili.

Non stupisce, dunque, che abbiano abbracciato con fervore il tema dei cosiddetti “detransitioner” – persone che, dopo aver intrapreso un percorso di transizione di genere, scelgono di interromperlo o di tornare alla propria identità di genere assegnata alla nascita -, una figura ormai centrale nelle narrative conservatrici oltreoceano.

Eppure, la realtà dei numeri racconta un’altra storia: secondo le statistiche più recenti del 2022, la percentuale di persone che si pente del percorso di transizione di genere è esigua, intorno al 2,5%. Dato che scende all’1% se parliamo di percorsi affermativi rivolti ai minori, secondo l’ultimo studio pubblicato dalla JAMA Pediatrics solo a inizio mese.

Nonostante ciò, Pro Vita & Famiglia – insieme a Fratelli d’Italia – ha scelto di presentare il fenomeno come una tappa inevitabile per chiunque si avventuri in un processo di transizione. È stato il fulcro della loro più recente conferenza intitolata “Ingannata, perché nessuno è nato nel corpo sbagliato, dove ha preso la parola Luka Hein, giovane americana di 22 anni, che ha interrotto la propria transizione iniziata a 14 anni e oggi si identifica nuovamente come cisgender.

Detransitioner: chi è Luka Hein

Luka Hein è una giovanissima cittadina USA, invitata da Pro Vita a presentare la propria esperienza con un percorso di transizione iniziato durante l’adolescenza, che dopo diverse riflessioni personali, ha scelto di interrompere. Un vissuto che la comunità LGBTQIA+ accoglie e valorizza, poiché parte delle innumerevoli e imprevedibili espressioni di genere che l’essere umano può sperimentare.

Ma c’è una svolta: Luka non solo rifiuta quella fase della sua vita, ma la condanna apertamente, al punto da diventare una feroce attivista contro i percorsi affermativi per minori.

La questione è molto più complessa di quanto possa sembrare. Nel caso di Luka, la sua storia, come spesso accade in diversi ambiti della medicina, intreccia errori umani e leggerezze di sistema, con medici che – secondo il suo racconto – avrebbero agito in modo troppo sbrigativo, consigliando una mastectomia doppia e una terapia ormonale sostitutiva quando era ancora minorenne, senza esplorare fino in fondo opzioni meno invasive o affrontare il disagio psicologico che lei stessa riconosceva.

Eppure, nonostante il suo vissuto meriti di essere ascoltato, non può essere elevato a paradigma universale, come Pro Vita e Famiglia e Fratelli d’Italia sembrano fare, utilizzandolo per demonizzare i trattamenti affermativi che, a detta della comunità scientifica, sono sicuri, essenziali e spesso salvavita.

In effetti, la retorica di queste organizzazioni ignora deliberatamente le evidenze. Numerosi studi scientifici hanno dimostrato che per molte persone transgender, i percorsi affermativi – che comprendono anche l’accesso a trattamenti medici appropriati – non solo migliorano la qualità della vita, ma riducono drasticamente i rischi di depressione, ansia e suicidio.

Eppure, l’esperienza personale di Luka – con lei stessa compiacente – viene utilizzata per minarne il valore, trasformando un caso individuale in un attacco generalizzato contro chiunque intraprenda un percorso di affermazione di genere.

L’ironia tragica – nonché l’incomprensibile volontà politica – è che, nel demonizzare tali percorsi, si ignorano i bisogni urgenti di chi, al contrario, trova proprio in questi interventi un’ancora di salvezza, quando il dolore personale di uno diventa l’arma per negare la possibilità di una vita migliore a molti altri.

La conferenza di Pro Vita & Famiglia sui detransitioner

E così, la giovane Luka Hein viene trascinata da Pro Vita in un (immaginiamo costosissimo) tour italiano che farà tappa anche a Roma, Catania, Palermo, Brescia e Rimini, fondato su slogan come “nessuno nasce nel corpo sbagliato” – un’affermazione vera, ma non nel modo in cui viene strumentalizzata – e la “medicalizzazione dolorosa” – altrettanto reale, ma ancora una volta, deformata dalla lente di Pro Vita.

Siamo alla mattina del 22 ottobre, nella sontuosa Sala Macconi di Palazzo Vecchio, a Firenze, dove l’associazione, in collaborazione con Fratelli d’Italia, organizza un convegno con un chiaro intento ideologico: demonizzare l’esperienza trans.

Mi hanno ingannata, un intero movimento mi ha ingannata perché non è possibile che io sia nata nel corpo sbagliato” – racconta Luka – “Nessuno è nato nel corpo sbagliato, è stato il più grande tradimento che ho mai subito”.

Aggiungi Gay.it come fonte preferita in Google!

Già il titolo dell’evento lascia poco spazio all’immaginazione. La narrazione che si snoda durante l’incontro non si limita solo a smentire l’approccio affermativo, ma lo dipinge come un vero e proprio “inganno”, ignorando decenni di ricerche scientifiche che invece parlano dell’importanza di un percorso multidisciplinare, centrato sulla salute mentale e fisica delle persone. Si concentrano invece su quell’esigua minoranza di casi in cui, purtroppo, il processo fallisce.

Alla politica chiediamo di tutelare la salute dei minori impedendo che possano essere sottoposti a trattamenti medici per alterare il loro normale sviluppo puberale in una fase della vita in cui non hanno piena consapevolezza di ciò che sono e saranno e alla luce dei dati scientifici secondo cui, col naturale procedere dello sviluppo, la quasi totalità delle presunte disforie di genere in minori si riassorbe in una sana e serena identificazione nel proprio sesso biologico” afferma in un facilmente confutabile intervento Maria Rachele Ruiu, portavoce di Pro Vita & Famiglia.

Non è mancato, ovviamente, il riferimento al caso dell’Ospedale Careggi di Firenze, per insinuare che i trattamenti rivolti ai minori vengano somministrati senza un’adeguata valutazione psicologica. Affermazioni che ignorano completamente la rigidità dei protocolli medici in Italia e nel mondo per la gestione della disforia di genere, che prevedono diagnosi accurate e un monitoraggio continuo da parte di un team di specialisti.

La risposta della comunità LGBTQIA+ non si è fatta attendere: contemporaneamente al convegno, nelle strade di Firenze, la contro-manifestazione organizzata dai collettivi, presenziato anche da forze politiche progressiste tra cui come il Partito Democratico e Alleanza Verdi e Sinistra. Feroce la critica di Arcigay Firenze.

Ma quella di Pro Vita e Famiglia non è l’unica conferenza anti-trans prevista in questi giorni. Il 26 ottobre, a Milano, presso il Centro Brera, le TERF di RadFem Italia e Women’s Declaration International, terranno un altro incontro dal titolo “Il gender esiste: transattivismo all’assalto di donne e bambini, che punta a delegittimare le battaglie delle persone trans e a diffondere una narrazione ostile verso questa comunità. Tra i temi in programma figurano titoli che alimentano la retorica anti-trans, come “Cambiare sesso una volta l’anno: la nuova legge trans tedesca“, e “Corpi maschili negli sport femminili”, che ancora una volta riflettono una visione conservatrice e problematica della questione.

Chi sono i detransitioner?

Partiamo da un presupposto semplicissimo: i detransitioner fanno comunque parte della comunità LGBTQIA+. Quel fenomeno raro, ma potentemente strumentalizzato, in cui alcune persone decidono di interrompere il processo di affermazione di genere e, a volte, tornare al sesso assegnato alla nascita non deve sempre avere un’accezione negativa.

Anche perché, per molti detransitioner non si tratta di un dietrofront voluto: per alcuni è una pausa, per altri una scelta obbligata da salute, economia o pressione sociale. Eppure, basta un dettaglio perché la narrativa si pieghi alle esigenze della politica.

Prendiamo i numeri: lo studio “Health Care Experiences of Patients Discontinuing or Reversing Prior Gender-Affirming Treatments“, scandaglia nel 2022 un campione di 28.000 persone trans negli Stati Uniti. Il 2,5% riporta esperienze di detransitioner, e la maggior parte di loro non per ripensamenti identitari, ma per pressioni esterne – discriminazione, mancanza di supporto familiare, stigma sociale. Un altro studio, dei Paesi Bassi, firmato da Wiepjes et al. nel 2018, riduce ancora quel numero: solo lo 0,6% delle persone trans che hanno iniziato una terapia ormonale ha scelto di fare marcia indietro. Un fenomeno che, nei numeri, rimane marginale.

Ma il margine diventa specchio deformato nel discorso pubblico. Negli Stati Uniti, i gruppi conservatori hanno visto nei detransitioner un’arma perfetta per smantellare le conquiste trans. Casi isolati, amplificati e ingigantiti dai think thank conservatori, diventano il pretesto per sostenere che l’identità di genere sia una fase confusa e che il sistema sanitario sbagli nel concedere con leggerezza terapie irreversibili, soprattutto ai giovani. È in questo contesto che nascono leggi come quelle adottate in ormai la metà degli stati USA, che mirano a negare ai minori l’accesso a cure essenziali, basandosi su poche testimonianze controcorrente.

© Riproduzione riservata.

Mi piace
Commenta
Salva
Condividi

Partecipa alla discussione

Per inviare un commento devi essere registrato.