Il mito del “pentimento di massa” di giovani trans che intraprendono percorsi affermativi di genere viene definitivamente smontato da una ricerca recente pubblicata sulla JAMA Pediatrics, una delle riviste mediche più autorevoli sulla salute di giovani e giovanissimi.
La retorica conservatrice, spesso focalizzata su tassi ipotetici di rimpianto, non regge di fronte ai dati concreti: solo il 3% dei partecipanti a questo studio ha dichiarato di aver provato un qualche tipo di rimpianto dopo aver iniziato un percorso di transizione medica.
La ricerca ha coinvolto 220 giovani di età pari o superiore a 12 anni provenienti da Stati Uniti e Canada, ed è stato condotto con rigore scientifico per esplorare gli effetti a lungo termine di trattamenti che possono includere bloccanti della pubertà – farmaci che, è essenziale sottolinearlo, sono completamente reversibili, sicuri e servono a ritardare lo sviluppo dei caratteri sessuali secondari – e terapie ormonali più avanzate.
Numeri che contrastano in modo netto con le narrazioni catastrofiste promosse da alcuni ambienti politici e mediatici, che tendono a enfatizzare i rischi e le complicazioni legate alla transizione medica, ignorando però volutamente la realtà di decine di studi che evidenziano la loro importanza nel migliorare inequivocabilmente la qualità della vita di chi li intraprende.
Il 97% è soddisfatto dei percorsi affermativi
Il dato è schiacciante, quasi definitivo: il 97% dei giovani coinvolti nello studio si dichiara “altamente soddisfatto” delle cure ricevute. Una percentuale che stride dunque apertamente chi continua a spingere per una restrizione nell’accesso ale terapie, appellandosi a un rischio di rimpianto che appare, alla luce dei numeri, decisamente esagerato.
Perché a guardare i dati nel dettaglio, le voci di pentimento sembrano essere poco più che un’eco lontana: solo nove partecipanti su oltre 200 hanno espresso rimpianto per aver iniziato un percorso di affermazione di genere attraverso bloccanti della pubertà e/o terapie ormonali. Nove su oltre duecento. Un margine talmente ridotto che, se fosse riferito a qualsiasi altro ambito medico, sarebbe considerato del tutto trascurabile.
Eppure, nonostante questi numeri, c’è ancora chi alza la voce e grida al pericolo, ignorando che la comunità scientifica internazionale ha ormai chiuso il dibattito da tempo: le terapie di affermazione di genere non sono semplicemente utili, ma salvano vite. Il benessere psicologico e fisico delle persone transgender, soprattutto in età adolescenziale, è strettamente legato alla possibilità di ricevere cure adeguate e tempestive.

La debacle tutta italiana sui percorsi affermativi
Nonostante i dati parlino chiaro e la comunità scientifica internazionale sia unanime, il dibattito sull’assistenza sanitaria per i giovani transgender rimane però – incredibilmente e inutilmente – acceso non solo oltremare, ma anche nel nostro paese.
Un esempio lampante è la vergognosa debacle che ha investito, all’inizio dell’anno, l’Ospedale Careggi di Firenze, da anni punto di riferimento per i percorsi affermativi rivolti a giovani e giovanissimi. Un attacco non fondato sulla scienza, ma su un’ideologia che in tempi rapidissimi ha preso di mira l’intera comunità LGBTQIA+, in quella che appare sempre più come una crociata priva di sostanza.
A capitanare questa offensiva è stato, tra gli altri, il senatore Maurizio Gasparri, il quale ha puntato il dito contro l’uso dei bloccanti della pubertà, secondo lui “somministrati come caramelle“, immagine volutamente distorta e allarmista, costruita per far leva sulla paura e sul pregiudizio, anziché sui fatti.
Kristina Olson, autrice principale dello studio che ha fatto chiarezza sulla questione, ha infatti sottolineato come il concetto di “rimpianto” sia molto più sfumato di quanto voglia far credere chi agita queste paure. Non significa necessariamente che chi ha intrapreso il percorso lo consideri un errore. Il rimpianto, come ha spiegato Olson, può riguardare scelte specifiche, come il desiderio di aver optato per gli ormoni invece dei bloccanti, o l’ansia per i possibili effetti collaterali dei farmaci. Insomma, nulla che giustifichi il panico morale a cui Gasparri e compagnia cantante continuano a dare fiato.
Si rimpiangono meno i percorsi affermativi che i figli
Uno degli aspetti più sorprendenti emersi dallo studio è la comparazione tra il tasso di rimpianto nei percorsi affermativi e quello di altre comuni procedure mediche. Quell’esiguo 3% impallidisce se confrontato con altre procedure mediche ampiamente accettate: per esempio, il tasso di rimpianto per la sostituzione del ginocchio, un intervento considerato di routine, si aggira intorno al 20%.
Sorprendentemente, persino una decisione tanto comune quanto personale come quella di avere figli porta con sé un tasso di rimpianto superiore, attestandosi al 7%, secondo una raccolta di studi pubblicata lo scorso maggio. E non è tutto: il 47% delle persone che si sono sottoposte a un intervento di mastoplastica additiva ha dichiarato di essersi pentito, un dato che sfiora la metà del campione analizzato.
Eppure, nonostante le cifre parlino chiaro, l’accesso alle cure per l’affermazione di genere rimane ostacolato non tanto da barriere legislative, quanto piuttosto da resistenze di natura ideologica. Anche laddove non esistono veri e propri ostacoli legali, le difficoltà permangono.
“Vorrei che non avessimo bisogno di ricerche come questa, ma ne abbiamo bisogno. È importante che ci siano più dati a supporto di una cosa che le persone trans… sanno già […] Molte più persone transgender, sia giovani che adulte, desiderano accedere a queste cure rispetto a quelle che effettivamente riescono a farlo“, ha spiegato Chris Barcelos, professore associato presso l’Università del Massachusetts Boston, nell’interpretare i dati dello studio. Nonostante i dati positivi e le richieste in aumento, la barriera più ostica da abbattere rimane dunque solo una: il pregiudizio.
