Il 30 agosto di quest’anno, durante una delle campagne elettorali statunitensi più incendiarie della storia, l’ex presidente degli Stati Uniti Donald Trumpdichiarava che le scuole americane starebbero eseguendo interventi chirurgici di affermazione di genere sugli studenti senza il consenso dei genitori. Il contesto, un convegno organizzato dall’organizzazione ultraconservatrice Moms for Liberty
Un’affermazione rapidamente smentita dai fact-checker – anche se sarebbe bastato ragionarci su un momento per capire che una scuola non ha gli strumenti in infermieria per eseguire una vaginoplastica – ma non prima di aver innescato la miccia di un accesissimo dibattito social e rafforzato narrazioni già esistenti di disinformazione contro la comunità transgender e le cure di affermazione di genere. Nonostante la falsità della dichiarazione, smentita anche dallo stesso Trump in un comizio in Wisconsin il 7 settembre, l’impatto dunque rimane.
Secondo il monitoraggio della Kaiser Family Foundation (KFF) – organizzazione non-partisan dedicata alla ricerca e all’informazione sulle principali questioni di politica sanitaria – la fake news è infatti stata menzionata circa 121.000 volte tra il 30 agosto e il 25 settembre 2024 su piattaforme di social media, articoli e commenti.
Gran parte delle menzioni miravano a deridere o confutare le affermazioni, ma la loro diffusione ha contribuito a perpetuare una falsa narrativa che descrive la comunità transgender come pericolosa o soggetta a trattamenti medici controversi, soprattutto quando si parla di minori.
Una delle risposte più virali su X (ex Twitter) è stata un post satirico in cui un utente affermava: “Mia figlia mi ha appena mandato un messaggio dicendo che ha optato per l’intervento di riassegnazione di genere nell’ufficio dell’infermiera scolastica. È la quinta in fila”. Il post ha ottenuto oltre 147.000 like e 13.000 repost. Evidenziando come la disinformazione possa essere diffusa e respinta allo stesso tempo, anche in modo umoristico. Ma mai completamente neutralizzata.
Disinformazione e cure di affermazione di genere: una realtà distorta
Ed è proprio uno studio della KFF, intitolato “Health Misinformation Monitor: Falsehoods About Transgender People and Gender Affirming Care“, a rivelare un quadro preoccupante sulla disinformazione, concentrandosi, nello specifico, su quella che riguarda la comunità transgender e i percorsi affermativi.
Bloccanti della pubertà, terapie ormonali sostitutive, interventi chirurgici che, dal punto di vista medico scientifico, sono semplicemente la neutrale risposta a un’esigenza, vengono distorte in una narrazione politica e mediatica che le dipinge come pericolose, sperimentali, quando non addirittura forzate sui minori, trovando terreno fertile in un pubblico poco informato.
Se dovessimo fare un esempio calzante per il nostro paese, potremmo parlare di bloccanti della pubertà, utilizzati non solo per i giovani transgender ma anche per trattare la pubertà precoce in bambini cisgender senza alcuna controversia. Nonostante ciò, farmaci come questi ci sono stati presentati come un trattamento sperimentale, “somministrati come caramelle!“, ma solo quando associati alla transizione di genere. Stigmatizzazione che, quando arriva nelle aule istituzionali, ha inevitabilmente impatto sull’accessibilità dei percorsi di affermazione.
I dati sulla transizione: una realtà lontana dalle narrazioni politiche
Uno degli aspetti più illuminanti dello studio della KFF è la presentazione dei dati reali su come la transizione di genere varia da persona a persona. Facciamo una doverosa premessa: negli Stati Uniti – ma anche in Italia, dove la legge che regola i percorsi affermativi è ferma a quarant’anni fa – il concetto di medicalizzazione dell’esperienza trans è portato all’estremo. Una persona trans è dunque valida, nei confronti della legge, solo se vuole diventare del sesso opposto. La biologia, branca scientifica, si fonde con il genere, che è sociologia.
Ma l’esperienza trans non implica medicalizzazione. Ce ne parlano tante persone che sperimentano l’incongruenza di genere in miriadi di maniere differenti, e non tutte desiderano ricorrere a terapie ormonali o interventi chirurgici. Per questo è ora di rivalutare la nostra visione dell’esperienza trans* come diversificata, multiforme, non binaria.
Secondo il sondaggio KFF/Washington Post, l’88% degli adulti transgender ha intrapreso almeno un’azione per allineare la propria identità di genere, ma la maggior parte di queste non è medica. Il cambiamento dell’abbigliamento, della pettinatura o del nome è molto più comune della terapia ormonale o degli interventi chirurgici. Solo il 31% delle persone transgender ha utilizzato trattamenti ormonali mentre solo il 16% ha subito interventi chirurgici. La transizione, talvolta è dunque un processo sociale piuttosto che medico. Tanto che la maggior parte delle procedure chirurgiche di affermazione di genere riguarda persone cisgender.
Il mito del rimpianto: numeri reali e disinformazione
Nonostante ciò, le false affermazioni politiche cercano di alimentare paure immotivate, presentando la transizione come qualcosa di imposto o esagerato. Tema caldissimo è infatti quello della “de-transizione” spesso utilizzato come argomentazione fallace nel dibattito sui percorsi affermativi.
Ma cosa significa? Arriviamo all’altra narrazione utilizzata per gettare fango sulla comunità transgender, quella secondo la quale la maggior parte delle persone che le intraprendono finiranno per pentirsene. Eppure, un’attenta revisione della letteratura accademica a riguardo smentisce.
Secondo i numerosi studi citati dalla KFF, meno dell’1% delle persone che si sottopongono a interventi di affermazione di genere prova rimpianto, un dato paragonabile a quelli riscontrati in molti altri interventi chirurgici non legati alla transizione di genere. Parliamo dunque di un fenomeno raro e non rappresentativo.
Nonostante ciò, tra il 28 agosto e il 25 settembre 2024, lo studio ha registrato circa 41.000 menzioni dell’hashtag #detransitioning su social media, articoli e commenti, spesso associato a narrazioni che sostengono che identificarsi come transgender sia una fase temporanea o confusa.
Persone che tornano indietro e raccontano la loro esperienza per essere, anche loro, rappresentate all’interno della comunità LGBTQIA+, vengono strumentalizzate dai think tank conservatori, che trangugiano pedestremente l’informazione e la risputano sui social media, con gli hashtag giusti, negli ambienti giusti, presentando quest’esperienza come pressoché universale, specialmente tra i giovani.
Stando ai dati di uno studio pubblicato nel 2021 sul Journal of Sexual Medicine, di quell’1% di persone che scelgono di effettuare la de-transizione, il 13% dichiara di averlo fatto a causa di pressioni sociali e familiari. L’82% dichiara invece di averlo fatto a causa di riflessioni personali o dubbi sull’identità di genere. Cosa che non dovrebbe comunque suonare in alcun modo negativa, poiché l’identità di genere non è, appunto lineare.
Disinformazione e legislazione: un circolo vizioso
Nonostante l’assurdità, il fenomeno della disinformazione ha conseguenze molto concrete, soprattutto a livello legislativo. Ne abbiamo avuto il primo esempio, negli Stati Uniti, con la terrificante abrogazione della sentenza Roe. V Wade, che garantiva il diritto all’aborto in tutto il territorio USA. Oggi, è a discrezione dei singoli stati: in diversi, le limitazioni sono stringenti.
Si è arrivati a questo tragico epilogo dopo la pesantissima e surreale campagna di disinformazione multicanale da parte dei think thank conservatori, a tappeto sui media, ove possibile, ma sopratutto sui social network. La stessa cosa sta ora accadendo con i percorsi affermativi: secondo il Gender Affirming Care Policy Tracker della KFF, al momento della pubblicazione, 26 stati americani dispongono oggi di leggi che li vietano per i minori, alcuni che impongono restrizioni anche agli adulti.
Una conseguenza diretta del discorso d’odio e dell’acuirsi di una sterile guerra culturale – la culture war ormai esportata oltremare, che piace tanto alla Russia – priva di sostanza e alimentata unicamente per ottenere consensi per l’ultradestra conservatrice e populista, disperata nel nascondere la propria mancanza di contenuti – o meglio, di contenuti accettabili nelle nostre comode democrazie occidentali. Ma anche per celare quella totale assenza di soluzioni concrete ai problemi globali che non scomodino i propri interessi.
Leggi nate dal nulla cosmico, dunque, che però oggi sono reali: in Ungheria, all’interno dell’Unione Europea, non è più consentito modificare il genere nei documenti.
Normative basate su false affermazioni nonostante l’ampia documentazione scientifica che dimostra l’efficacia e la sicurezza dei percorsi affermativi inclusivi. E, talvolta, questa retorica sanguina anche su istituzioni che dovrebbero rimanere neutrali e a servizio del cittadino.
Una delle fonti di disinformazione più citate in ambito legislativo è infatti il famigerato Cass Review, rapporto commissionato dal Servizio Sanitario Nazionale (NHS) del Regno Unito, che – steso sotto l’allora esecutivo di Rishi Sunak – include un’aspra critica alle terapie affermative per i minori.
Un rapporto ampiamente criticato e sventrato da una revisione dell’Università di Yale, per la sua mancanza di imparzialità e per l’uso di criteri più rigidi rispetto a quelli generalmente adottati in altri ambiti della medicina pediatrica. Eppure, continua a essere utilizzato come giustificazione, in primis. ai ban dei bloccanti della pubertà. Contagia al di fuori del Regno Unito senza scrutinio per alimentare una retorica vuota, che si può imporre solamente distorcendo la realtà.
E così, nonostante i fact-checker, nonostante le smentite, la falsa affermazione si radica, si insinua nelle pieghe di una società già polarizzata. Diventa alimento per paure ataviche, per sospetti, per quell’ombra che dipinge l’altro come minaccia: il populismo, che si serve dell’estremismo. Le parole lanciate con leggerezza da un palco risuonano, amplificate dalla rete, diventano verità alternative per chi cerca conferme ai propri pregiudizi e facili soluzioni.
La comunità transgender, in questo, è solo il danno collaterale di una narrazione distorta che la sfrutta come arma politica in una battaglia che, purtroppo, ha ben altri fini.
