Chi era Quentin Crisp: icona gay tardiva e controversa
Viveur, dandy, storyteller, attore, visse mille vite. Riscopriamo l’opera e l’ironia di Quentin Crisp, icona gay del Novecento inglese che rifiutò ogni politicizzazione ed etichetta
Federico Colombo
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Quentin Crisp, il funzionario nudo
Quando Il funzionarionudo, l’autobiografia romanzata di Quentin Crisp, fa per la prima volta la sua apparizione nelle librerie britanniche, il mondo – soprattutto quello anglofono – è alla vigilia di una grande rivoluzione culturale. È il 1968, l’omosessualità nel Regno Unito è appena stata depenalizzata, e questo testo, probabilmente senza saperlo, coglie già un po’ quello Zeitgeist, lo spirito irriverente e sedizioso di un’epoca decisiva, riuscendo soprattutto, però, ad anticipare le tensioni estetiche che poi esploderanno negli anni a venire con il glam rock.
Prima ancora di Ziggy Stardust, Quentin Crisp cammina per le vie della galassia con i capelli tinti all’henné, le unghie dei piedi laccate, gli stivali con il tacco o i sandali aperti e le guance incipriate di rosa. Un’ora e mezzo, al giorno, ogni giorno, per truccarsi, per prepararsi a un mondo che non è mai stato pronto a lui.
Quentin Crisp – scrittore o, meglio, raconteur e creatura della notte – autore, tra le altre cose, di «Il funzionario nudo» (Accento, 2024)
Quentin Crisp nasce nel 1908 con il nome di Denis Charles Pratt: suo padre è un contabile, sua madre una governante. Da sempre effeminato, per suo stesso dire, Pratt lascia casa molto presto e abbraccia il suo nuovo nome in segno di una cesura netta con quello che è stato. Comprendendo e dichiarando subito la sua omosessualità, Crisp vive come un Picaro ingentilito: nel 1930 si trasferisce a Londra e molti anni più tardi trova un po’ di quiete a Manhattan, dove per sua stessa volontà sono state sparse le ceneri. Quiete, però, non è una parola che si ben si addice a Quentin Crisp, che, a questo proposito, infatti dichiara che la vita non è che una corsa a perdifiato tra la nascita e la morte, una cosa divertente capitatagli sulla via che porta alla tomba.
«Voglio essere me stesso»
È uno scarabocchio, la vita, un incidente. È il segno di un andirivieni inesausto, disperato e contento, volto a onorare l’unico patto possibile, quello stipulato con sé stesso. A chi gli chiede cosa vuole fare della sua esistenza semovente, lui risponde: «voglio essere me stesso». In questo, in effetti, è un maestro. A niente, mai, ha dedicato così tanta attenzione. A niente si è mai rivolto con così tanta pervicacia, se non al trucco e all’esercizio di fedeltà nei confronti della sua natura e di un certo ideale di felicità. Ne è consapevole sin da giovane: non può aspirare né al denaro né alla fama, perciò non gli resta che concentrare i suoi sforzi verso la felicità.
Al cuore della felicità c’è la sua assolutezza. È automaticamente lo stato di coloro che vivono nel presente continuo con tutto il proprio corpo. Nessuno sforzo è richiesto per definire o persino per conquistare la felicità, ma serve un’enorme quantità di concentrazione per abbandonare qualsiasi altra cosa.
Quentin Crisp con i capelli tinti di lillà ha dichiarato di impiegare un’ora e mezzo al giorno, tutti i giorni, per truccarsi e per imbellettarsi.
Eppure, nonostante lui lo racconti con un’ironia tagliente, con quel wit tutto britannico, mai gentile né assolutorio, non è sempre stato facile rimanere attenti all’obiettivo. Gli scherni sono iniziati subito, a scuola, e sono proseguiti per tutta la vita. Crisp abita Londra – i club, i mercati, gli uffici, le strade – così com’è, non arretra mai davanti agli abusi, non cambia strada né abitudini. Scende per le vie di Soho e poi a Beaufort Street, dove si trasferisce nel 1940, andando incontro a percosse e finendo addirittura, più volte, con la faccia sul cemento. Come successo una volta nei pressi di Finsbury Town Hall: accerchiato da un gruppo di assalitori, pestato da ogni lato, finito carponi sul marciapiede, poi di nuovo scaraventato più in là. Ogni volta, in casi come questi, Quentin Crisp si rialza, le guance rigate di lacrime nere, e dice: «Devo aver infastidito in qualche modo lor signori». E, così, va, consapevole che la sua stessa esistenza è illegale e che il suo corpo, libero e imbellettato com’è, irrita persino molti uomini gay, offesi dall’immagine di un’«omosessualità sfacciatamente effemminata».
Quando non è fisicamente violenta, poi, la reazione del mondo di fronte al suo corpo è almeno ostracizzante. Non è infrequente che Crisp venga allontanato da cinema e teatri, da ristoranti e locali di ogni tipo. Persino dal fronte: allo scoppio della Seconda guerra mondiale, desideroso di arruolarsi, Crisp è costretto a indietreggiare. L’esercito non può accettare pervertiti e pederasti. Non c’è alcuno spazio per lui, per quelli come lui, né prima né durante né dopo la guerra.
Da reietto a diva
Prima di raggiungere una certa fama, grazie ai suoi testi e alla sua immagine, che oggi definiremmo performance, Quentin Crisp dimora in mille altre vite: vende il suo corpo a poliziotti e soldati, insegna tip tap, diventa illustratore per la pubblicità e per l’editoria libraria, poi posa nudo per gli studenti d’arte. È il lavoro che preferisce tra quelli che svolge, perché – dice – è come una professione impiegatizia. L’unica differenza sta nella nudità. Eccolo, il funzionario nudo. La mansione perfetta per uno come lui: tutto ciò che deve fare è essere, esistere per quello che è, mostrare il suo corpo senza pudori né paure. È in questo periodo che inizia a scrivere il suo testo più celebre, The Naked Civil Servant, appunto, che poi viene pubblicato, come si è detto, nel 1968 e, pochi anni più tardi, viene trasposto dapprima in un film per la regia di Jack Gold (Crisp viene interpretato da John Hurt) e poi in una pièce teatrale, che rende Quentin Crisp un raconteur, uno storyteller, di fama nazionale e presto internazionale.
La copertina dell’edizione italiana de «Il funzionario nudo», il testo più celebre di Quentin Crisp, finalmente pubblicato anche da noi, grazie alla casa editrice Accento.
Quando è all’apice del suo successo, il Nostro decide di inserire il suo nome nell’elenco telefonico, rispondendo a ogni sconosciuto che abbia voglia di chiamarlo. Spesso accetta inviti a cena, purché la cena gli venga offerta, e così diventa un simbolo della mondanità britannica: «Si potrebbe benissimo vivere soltanto di champagne e noccioline», dice. Il reietto diventa una diva. Lo sguardo intorno a lui cambia, ma questo non basta ad addomesticarlo né a renderlo più accettabile. Se prima era troppo gay, ora lo è troppo poco. A teatro, le platee sono piene di donne borghesi di mezza età, ma gli uomini gay non sembrano essere in alcun modo interessati a quello show che strizza l’occhio a Marlene Dietrich.
Anzi, Quentin Crisp è antipatico agli uomini gay, allora come oggi. Viceversa, a Crisp stesso gli uomini gay, se intesi in senso comunitario, stanno antipatici. Non vuole essere uno stendardo, non vuole rappresentare una collettività o farsi portavoce di lotte che non necessariamente sono le sue. Ed è assurdo per lui aderire a un’identità comunitaria. Ha impiegato una vita intera per diventare sé stesso. Ha lavorato strenuamente per modellare la sua personalissima identità, perché dovrebbe metterla in secondo piano, condividerla con gli altri? Quentin Crisp vuole essere sé stesso, ce lo ha detto più volte. Basta. Qualsiasi cosa voglia dire, vuole rimanere fedele al suo stile. Raccontare la sua storia, mettere in scena la sua auto-invenzione, celebrare le sue mitologie, spesso immorali e indecenti.
Quentin Crisp con Tilda Swinton in una scena di «Orlando», il film di Sally Potter tratto dall’omonimo romanzo di Virginia Woolf.
Il suo parere nei confronti degli uomini gay – e di sé stesso, ça va sans dire – è tra l’altro implacabile. Ai suoi occhi, gli omosessuali non sono che una schiatta di isterici – «tutto dell’omosessualità adoravo tranne la gaiezza» – interessati agli altri solo in qualità di falli inghirlandati di fantasie di maschilità. Per tutta la sua vita rimarrà persino ostile a ogni manifestazione di orgoglio e ai Pride ovviamente: «L’orgoglio mi sembra un ossimoro, essere gay non è normale ed è strano pensare che lo sia, anche se il mio agente mi dice che tutto è cambiato. C’è persino un personaggio gay in Roseanne. Che consolazione patetica». Negli anni Novanta, poi, in piena emergenza, osa dichiarare che l’AIDS non è che una moda passeggera. Tutti, allora, lo cercano, lo chiamano, vogliono che si sbottoni, che rilaschi dichiarazioni scomode, anche violente. Era un reietto, poi è stato una diva, e infine una maîtresse del pensiero scomodo.
Ambasciatore camp, prima che il camp diventasse rilevante, ultimo esemplare dell’eccentrico inglese, nonché erede, ancora più flamboyant, del più dandy tra i dandy, Oscar Wilde, Quentin Crisp negli anni Ottanta lascia Londra e si trasferisce a New York, conservando sempre lo stesso spirito e le stesse abitudini. Anche lì, diviene un’istituzione della mondanità. Continua a scrivere commedie e spettacoli, ma si direbbe che tira a campare presenziando a tutti gli opening possibili. Viene invitato da David Letterman più e più volte, mentre Sally Potter – incredibile regista – lo sceglie per interpretare il ruolo della regina Elisabetta I nel film Orlando, adattamento del romanzo di Virginia Woolf.
Nel ruolo della queen – termine che in italiano significa curiosamente anche «checca» – è talmente a suo agio che per la sua festa dei novant’anni lascia che tutti gli invitati intonino per lui God save the Queen. È l’ultima tra le feste in suo onore; morirà di lì a poco, lasciando alle sue spalle una quindicina di libri, due rimpianti – non aver conosciuto Elizabeth Taylor e non essere diventato cittadino americano – e un solo grande insegnamento: pulire casa è una perdita di tempo, lo sporco dopo quattri anni di accumulo non cresce più.
Il funzionario nudo è uscito in Italia solo qualche mese fa, a distanza di oltre cinquant’anni dalla sua prima pubblicazione nel Regno Unito, grazie a Matteo B. Bianchi, scrittore e direttore editoriale della casa editrice Accento. La traduzione è di Sara Reggiani, la prefazione di Michele Masneri.
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