Il luogo in cui non siamo stati: intervista a Matteo B. Bianchi

A distanza di 22 anni dall’accaduto, Matteo B. Bianchi racconta l‘attraversamento del dolore, l’elaborazione della perdita del compagno, morto suicida lasciandosi alle spalle ricordi, traumi e una moltitudine di interrogativi. "La vita di chi resta" è un memoir autentico e coraggioso. Abbiamo intervistato l’autore.

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Il luogo in cui non siamo stati: intervista a Matteo B. Bianchi - Matteo B Bianchi - Gay.it
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In La vita di chi resta (Mondadori, 2023), Matteo B Bianchi racconta cosa significa attraversare il dolore di una scomparsa e perdere per sempre chi si ama, il compagno morto suicida che ha lasciato dietro di sé interrogativi aperti, traumi e ricordi. Si supera un dolore di questo tipo? O si può solo attraversare? Cosa significa restare, continuare a vivere, quando la persona che amiamo ci lascia così? La vita di chi resta è un memoir di sorprendente autenticità, che sceglie la forma del frammento per aderire a un profondo bisogno di trasparenza.

Abbiamo intervistato Matteo B. Bianchi. 

Ciao Matteo. La vita di chi resta è un romanzo nato da un gesto coraggioso, che rende pubblica una questione parecchio intima. Adesso che il libro è uscito, che tante persone lo stanno leggendo facendolo in parte proprio, qual è la tua paura più grande?

Io non ho mai percepito questo gesto come un gesto di coraggio, semmai come un qualcosa di necessario. Capivo che nessuno stava affrontando questo argomento e da scrittore sentivo che fosse il mio compito farlo. Prima di pubblicarlo avevo due paure: la prima era come l’avrebbero presa i sopravvissuti come me e, soprattutto, come avrebbero reagito alle presentazioni. Mi chiedevo se ero in grado di affrontare questo aspetto. Tranne in qualche occasione un po’ più difficile, per il resto ricevo messaggi di ringraziamento di persone che si vedono finalmente rappresentate. Di questo sono contento, era quello che speravo. Avevo paura che qualcuno mi chiedesse aiuto, che questo libro aprisse dei canali con gente disperata che magari cercava di appoggiarsi a me, e io non sono un terapeuta. L’altra cosa che mi fa arrabbiare e mi fa paura è quando nelle interviste mi fanno domande inopportune. Quando capisco che vanno a cercare l’aspetto scandalistico e sensazionalistico mi arrabbio molto.

Tra l’altro il tuo libro ha il pregio di non essere affatto morboso.

Esatto. C’è un motivo se io non ho insistito su certi elementi e se tu ti concentri proprio su quelli, significa che non hai capito il senso e che vuoi proprio mettermi in difficoltà. È scorretto.

Hai detto che scrivere questo libro è stato “necessario”, allora ti chiedo: scrivere una storia di questo tipo in prima persona è un atto necessario? La terza persona avrebbe snaturato il testo?

Non credo l’avrebbe snaturato. Ho aspettato più di ventidue anni prima di scrivere la prima riga del libro e nella mia testa avevo considerato diverse ipotesi, compresa quella di utilizzare la terza persona, magari ambientando il libro e dando vita a personaggi fictional. Io, però, credo che mettersi in gioco in prima persona abbia delle conseguenze. Tutto appare più onesto, più vero, estremamente più autentico. Anche per questo ho aspettato tanto, perché mi stavo mettendo in gioco io con il mio nome, con la mia faccia, con la mia storia. Avevo un bisogno di autenticità, che doveva essere ascoltato, capito anche in modo emozionale. Avrei potuto anche scrivere qualcosa di non narrativo: un’inchiesta, un reportage, un saggio. Io però sono convinto che la narrativa sia molto più forte, perché coinvolge ed emoziona di più. Dal momento che avevo bisogno di bilanciare l’aspetto narrativo e il bisogno di autenticità, la prima persona è stata necessaria, sì.

Il libro è scritto in frammenti e durante la narrazione rifletti anche sul tuo stile di scrittura. È stata una scelta presa a valle?

No, è stata spontanea. Ho iniziato a scrivere il libro in questa forma, in capitolo brevissimi. L’ho fatto in modo inconsapevole, pensavo fosse una sorta di prima stesura. Poi ho capito che era la forma giusta per questo tipo di narrazione. Non c’è stata molta rielaborazione, anche la struttura che gli ho dato, che va avanti e indietro nel tempo è rimasta più o meno la stessa anche nelle stesure successive, perché in qualche modo funzionava. Mischiare i diversi piani temporali mi sembrava alla fine la formula più efficace, perché mi permetteva di illuminare alcuni momenti nel tempo, dargli visibilità e poi farli scomparire. Non volevo elaborare troppo. Nel libro ci sono pochissime descrizioni, pochissimi riferimenti geografici: racconto il meno possibile, cerco di essere il più essenziale possibile. Dico quello che è necessario dire, non molto di più. Quando ho capito che quella sarebbe stata la formula, non immaginavo quale sarebbe stato l’effetto sul lettore. Pensavo che avrebbe letto pochi frammenti alla volta, anche perché il tema è molto doloroso, invece ha creato un’esperienza di lettura immersiva. La gente lo inizia e lo finisce in una o al massimo due sedute di lettura. Questo per me è stato inaspettato.

Nel romanzo scrivi: “Cerco un conforto nella letteratura. La mia ancora di salvezza nel mondo”. La letteratura è stata consolatoria? Qual è stato il suo ruolo nell’elaborazione del lutto e nel processo di scrittura?

Mentre scrivevo il mio libro stavo leggendo La cronologia dell’acqua di Lidia Yuknavitch. Un libro dove l’autrice si mette in gioco completamente e racconta cose imbarazzanti su di sé. Mi riconoscevo molto in quel bisogno di onestà, in quel desiderio di non nascondere niente. Un libro del genere è stato molto rassicurante, perché io stavo facendo la stessa cosa a modo mio. Nel corso del tempo, diversi libri hanno avuto un ruolo fondamentale. Avevo diciannove anni quando è uscito Ballo di famiglia di David Leavitt e quando ho chiuso il libro, ho deciso che sarei voluto diventare uno scrittore. Ci sono libri che hanno avuto un effetto impattante. Nei libri cerco confronto e conforto.

A proposito di libri, leggendo il tuo libro, mi è tornato in mente il testo di Fuani Marino, Svegliami a mezzanotte, che affronta lo stesso tema ma da una prospettiva diversa. Lei scrive “Ogni suicidio è un enigma”. Sei d’accordo? Come si raccontano gli enigmi, allora?             

Ecco, quello sì che è un libro coraggioso. Certo che ogni suicidio è un enigma, perché tutti i suicidi portano con sé delle domande. La morte porta con sé dei rimpianti, ma il suicidio si porta dietro anche delle domande che rimangono senza risposta. Tutte domande che per noi sono incomprensibili. Chi soffre così tanto da pensare al suicidio perde il contatto con la realtà, vuole solo mettere fine a quel dolore. Il suicidio non è un rifiuto della vita, ma un rifiuto del dolore. È un luogo in cui non siamo stati, per cui non possiamo conoscerlo.

Una domanda di rito: quale libro consiglieresti di leggere dopo il tuo? Quali sono i testi che gli orbitano intorno?     

Sicuramente il libro di Lidia Yuknavitch che citavo poco fa, ma anche La via del bosco di Litt Woon Long, un’autrice del Nord Europa. È un libro che per certi versi ha poco a che fare con il mio, ma che io reputo davvero sbalorditivo. Racconta di una donna che, dopo la morte del marito è inconsolabile e fa la scelta assurda di iscriversi a un gruppo di cercatori di funghi. E lei, in quel momento di elaborazione del lutto, si getta anima e corpo in questo nuovo hobby. È un assurdo mix tra un memoir e un saggio sui funghi. In questa nuova fede che trova nell’universo dei funghi io ho trovato una bellissima metafora di come abbiamo bisogno di ricominciare a credere in qualcosa per andare avanti. È un libro che nella sua assurdità ha la sua forza.

La fede è in qualche modo uno dei temi cardine del tuo romanzo, la fede in qualcosa o in qualcuno che non sia necessariamente dio. La fede anche degli atei e degli agnostici. 

Io racconto un po’ tutto: le sensitive, i libri delle medium, anche queste cose assurde. Ma in quei momenti stai talmente male che le provi tutte, cerchi qualcosa che ti faccia star bene, diventi più disposto a qualsiasi forma di consolazione o di percorso, perché sei disperato. Ho voluto raccontare anche questa cosa. Proprio perché sono una persona molto razionale, questa irrazionalità mi sembrava eloquente.

È possibile avere fede davanti alla morte?

È il momento in cui la cerchi. Io non sono religioso e il dolore non mi ha reso ipocrita: non ero religioso prima e non lo sono diventato dopo. Cercavo qualcosa che mi motivasse, che mi spingesse ad andare avanti, che mi ridesse fiducia. Queste cose le cerchi, le devi cercare. Ti rimane una vita e la vita deve avere un motivo per proseguire, sennò soccombi davanti al dolore. È un percorso.

Tu hai parlato di attraversamento del dolore e non di superamento.

Non si supera un dolore così, lo accetti. Impari a conviverci. Io avevo la sensazione che non ci fosse niente che potesse consolarmi, sentivo molto forte che avrei dovuto affrontare a pieno petto il dolore per passarci attraverso. Dovevo fare i conti con la realtà, non potevo eluderla, non potevo scappare. Dovevo farci i conti subito. Sapevo di essere in un tunnel, non sapevo se ci sarebbe mai più stata la luce, sapevo che dovevo passarci attraverso.

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