Michele Masneri ci parla di Alberto Arbasino, del libro a lui dedicato, del loro rapporto e di molto altro

Le mie aspettative erano folli, pretendevo che mi scegliesse come figlioccio o erede spirituale, e invece lui se ne guardò sempre bene. Arbasino rimpiangeva un’Italia spensierata e un po’ mitologica in cui tutti gli uomini erano bisessuali e fluidi e disponibili.

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«Addio fiori scale orologio immobile giochi perduti; non sarò ragazzo mai più e neanch’io lo vorrei, però mi è piaciuto molto». Inizia con questa citazione in esergo – tratta da Le piccole vacanze di Arbasino – Stile Alberto (Quodlibet, pp 162, 14,50€) di Michele Masneri, scrittore e giornalista del Foglio. E sarà vero che per non dirsi più ragazzi bisogna fare i conti con i propri maestri e i padri che abbiamo o scegliamo. In questo caso la prova è immensa perché immensa era l’intelligenza e la figura di Alberto Arbasino (1930-2020). Masneri, nel suo ultimo libro, racconta la propria vita tramite gli incontri, prima letterari poi umani, con lo scrittore di Fratelli d’Italia.

«Il taccuino di un inseguimento, gli appunti di un’avventura letteraria che ha coinciso con un’educazione sentimentale», così Masneri presenta il suo Stile Alberto. Un’ottima iniziazione per chi non conosce le opere di Arbasino e uno splendido “feticcio” per chi ne è cultore.

Proprio lo scorso anno è stato pubblicato presso Adelphi, Steve Jobs non abita più qui, una raccolta di reportage, frutto di un «tardivo Erasmus» di Masneri negli Stati Uniti della Silicon Valley e di Trump. Ed è forte il richiamo al più vasto, per argomenti, America Amore di Arbasino.

Ho intervistato Michele Masneri per parlare del suo libro, di cosa Alberto Arbasino ha rappresentato per l’Italia dagli anni ’50 in poi e del loro rapporto umano e intellettuale. Tutto comincia con la caduta di un libro. Da lì, la fascinazione di Masneri e dalla sua anche la nostra.

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In copertina: Francesco Vezzoli, Omaggio a Paolo Di Paolo (Arbasino piange gli occhi di Maria Callas), 2021

Inizierei dall’oggetto-libro. Il giudizio parte dalla copertina e la forma è sostanza per citare (molto) liberamente Calasso. L’opera di Francesco Vezzoli, le foto di Paolo Di Paolo, le cartoline, gli scatti rubati, gli interni della casa, le suppellettili… è un vero e proprio feticcio. Quanto il modo in cui questo libro viene presentato parla del personaggio Arbasino e del rapporto che con lui ha avuto l’autore Masneri?

«Il libro nasceva come libro normale di sole parole scritte, ma poi sentivo che mancava qualcosa. Volevo rendere un po’ l’idea del mio inseguimento di Arbasino, quindi mostrare l’accumularsi di materiali (appunti che prendevo quando lo vedevo, cartoline e lettere che lui mandava a me e agli amici, foto che gli scattavo io), e insieme rendere la dimensione visuale che in lui e nel suo lavoro era così importante. Così vedere le foto di casa sua, o di com’era vestito, o di quali cartoline sceglieva, mi sembrava importante. E’ venuto fuori uno strano oggetto, un libro un po’ d’arte, grazie anche a Vezzoli e Di Paolo che mi hanno molto gentilmente aiutato».

Proprio come te, anche io ho iniziato con L’Anonimo Lombardo, nella stessa edizione Einaudi. Non mi è caduta in testa, ma l’ho pescata in un mercatino. Che ricordi hai di quella prima lettura?

«Ricordo che mi colpì da morire, era il primo romanzo esplicitamente gay che lessi, e che trattava di avventure tra ragazzi molto normalmente, pur essendo ambientato negli anni Cinquanta. Oltre allo splendore della lingua, mi incuriosì da morire leggere  di un’omosessualità non drammatica, che non era posta sempre e solo come problema o tragedia. Io all’epoca ero ancora etero, diciamo etero meditabondo, pieno di dubbi e paure, e in un mondo senza social né app né Internet, fu davvero una folgorazione».

Come hai strutturato il tuo culto arbasiniano in quei primi anni?

«Si trovavano i suoi libri nei mercatini dell’usato, perché in quel tempo (gli anni Novanta) le sue opere non erano ancora riproposte da Adelphi. Erano oggetti un po’ da feticisti, perché magari se trovavi due esemplari di Fratelli d’Italia uno lo compravi per te e un altro lo regalavi a un altro appassionato. Poi c’erano gli articoli che scriveva per Repubblica, coltissimi e divertentissimi anche se non del tutto comprensibili per la quantità di citazioni altissime (e non esisteva Google per controllare). Poi c’era la sua segreteria telefonica, di cui i più esperti conoscevano il numero: si chiamava e poi si riattaccava, solo per sentire il messaggio con la sua voce, che cambiava in continuazione ed era sempre ironico, assurdo, tipo “il dottore è in sciopero”, “l’ufficio è in agitazione”…».

Dici che Arbasino era come Google, creava connessioni, era un motore di ricerca, citava tantissimo e la sua scrittura era un continuo rimando ad altro. È stata una vera e propria scuola per te. Pensi che se ci fossero stati il web e i social, quindi l’immediatezza che essi trascinano, la tua folgorazione iniziale sarebbe stata differente? Quanto ha contribuito la loro assenza alla scoperta e alla passione per questo intellettuale?

«Questa è un’ottima domanda. Sicuramente era un mondo più chiuso e piccolo, per cui tutto quello che c’era rimbombava e risuonava di più (mi rendo conto che a raccontarlo sembra la preistoria). Però non credo che oggi sarebbe diverso; si sarebbero potuti reperire più facilmente i suoi libri, trovare in Rete i suoi articoli, decifrarli con Google… certo sarebbe meno di nicchia, questo sì».

Di solito, quando si conoscono gli scrittori amati si rimane delusi o comunque si assume un atteggiamento più ragionato e freddo. Con le vostre frequentazioni, quanto è cambiata la concezione che avevi di lui come intellettuale e l’idea, che hai fantasticato nei primi anni, della persona Alberto Arbasino?

«L’incontro non è stato indolore, diciamo. E non perché io ne sia rimasto deluso, anzi. Lui era assolutamente all’altezza delle aspettative, per quanto potessero contare le mie aspettative. Erano però le mie aspettative che erano folli, pretendevo che mi scegliesse come figlioccio o erede spirituale, e invece lui se ne guardò sempre bene. Ma era tutta una cosa appunto un po’ folle, perché io da una parte avrei voluto appunto essergli figlio, dall’altra ne ero totalmente in soggezione, per cui non ho mai insistito più di tanto per frequentarlo. Né per esempio l’ho mai intervistato, anche se vedevo che lo intervistava un po’ chiunque, e non sempre dei premi Pulitzer. Però ero affascinato dal suo riserbo, che era anche mio: uno dei termini che lui aborriva era invadenza, del resto.  Lui praticava il distanziamento sociale, ante litteram».

Fratelli d'Italia - Alberto Arbasino
Fratelli d’Italia – Alberto Arbasino – Adelphi

Nel tuo libro elenchi le varie fasi del lavoro di Arbasino negli anni. A quale ti senti più legato sul piano intellettuale e quale credi sia più sincera?

«Sicuramente Fratelli d’Italia che è il suo libro grande, quello che riscrive varie volte e che ingloba tantissimo del suo lavoro. Poi a me piacciono anche molto i libri di interviste-ritratti, quelli contenuti in Lettere da Londra e Parigi o cara. Perché lui era anche un grande giornalista, un bravissimo intervistatore e profilatore di personaggi. Sono libri che mi sono serviti anche nel mio lavoro di giornalista. Il libro più sincero o intimo mi sembra Matinée, una raccolta di poesie, alcune serie e altre comiche, in cui racconta parecchio di sé».

Durante la stesura di questo libro, hai scoperto nuove sfaccettature di Arbasino che prima non conoscevi?

«Sì, diciamo che sono arrivato a conoscerlo meglio, sia rileggendo i suoi lavori che parlando con altre persone che lo conoscevano bene».

Che rapporto hai avuto e hai tutt’ora (se è cambiato) con il modo in cui Arbasino ha vissuto la sua omosessualità? C’era qualcosa che ritenevi disturbante?

«Sì, all’inizio, e frequentandolo, ho sempre trovato un po’ inquietante il modo che aveva di, diciamo così, gestire la sua omosessualità. Lui, è noto, aborriva il termine gay, i matrimoni dello stesso sesso, tutte le rivendicazioni di diritti. Amava raccontare che se proprio avesse dovuto definirsi, avrebbe usato il termine porschista, perché teneva più spesso in mano il cambio della sua Porsche che non un pene altrui. Però poi con la Porsche ha fatto un brutto incidente, quindi il dio gay si è vendicato… Scherzo, comunque lui raccontava e rimpiangeva (come Pasolini, del resto), un’Italia spensierata e un po’ mitologica in cui fondamentalmente tutti gli uomini erano bisessuali e fluidi e disponibili, senza bisogno di etichette, che avrebbero invece rovinato tutto. Sosteneva poi che per tutelarsi con la legge bastava andare dal notaio, e addirittura confondeva il coming out con l’outing. Anche il rapporto che aveva con Stefano, il suo compagno di una vita, mi sembrava davvero troppo antico, con lui sempre in disparte. Poi ho capito che non era proprio così, loro due sono sepolti insieme, erano una coppia ufficiale a tutti gli effetti, semplicemente Alberto era di una generazione (era nato nel 1930) per cui era tutto diverso da oggi. Non è che nascondesse la sua omosessualità, affatto, però non era una cosa di cui si parlava. Negli ambienti che frequentava lui, quelli aristocratici o altoborghesi o creativi, non era certo un tabù, però non era un argomento di conversazione. E del resto il suo conterraneo Valentino (vogherese, nato nel ’32), non ha mai nascosto niente neanche lui, però nemmeno era un conversation piece. Si faceva così».

Roma sembra il luogo dell’eterno ritorno. Quanto è cambiata dalle cronache di Arbasino?

«In tutto e in niente. Chiaramente la Roma di oggi, e quella degli anni Novanta quando ci sono arrivato io, non aveva niente più in comune con la Roma in cui arrivò Arbasino a metà anni Cinquanta, la Roma del dopoguerra, di Hollywood sul Tevere; i grandi divi, Liz Taylor, e i grandi scrittori come Gore Vidal. Però certe cose sono sempre uguali: un modo di vivere, la lentezza, la bellezza che ti spinge subito a non voler far nulla ma solo a trascinarti in giro per la città. E poi gli ambienti, l’aristocrazia è ancora lì e i palazzi e i salotti sono ancora lì e a comandare su questi sono oggi delle signore che sono le figlie e le nipoti delle amiche di Arbasino».

Arbasino è venuto a mancare lo scorso anno, mentre pochi mesi fa ci ha lasciati Roberto Calasso, suo ultimo editore. Adelphi gli ha dato la possibilità di lavorare nuovamente ai propri testi e di ripubblicare quelli che desiderava tramandare e tenere in vita. Che rapporto c’era tra i due intellettuali? E, riprendendo il discorso della forma, quanto questa singolare casa editrice ha contribuito a tramandare il culto-Arbasino?

«Sicuramente Adelphi è stata molto importante per ripubblicare parte dell’opera arbasiniana, che era sparsa da vari editori (da Garzanti a Feltrinelli a Sellerio) e a dargli una confezione riconoscibile ed elegante (anche se non c’è solo Adelphi, ci sono per esempio i due Meridiani Mondadori, e qualcosa, i libri politici, sono rimasti a Garzanti). Calasso e Arbasino erano comunque amici e si stimavano molto a vicenda, tanto che Alberto ha lasciato in eredità i suoi diritti d’autore alla casa editrice per dieci anni. Sarebbe bello se ne ripubblicassero anche altri, per esempio Matinée».

 

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