Premio Sakharov: l’UE avrà il coraggio di assegnarlo al Budapest Pride per la libertà di pensiero?

Certi Diritti ed Europa Radicale chiedono al Parlamento europeo di sostenere il Pride ungherese, vietato dal governo Orbán.

Ascolta:
0:00
-
0:00
Premio Sakharov 2025: l'UE avrà la forza di assegnarlo al Budapest Pride?
Premio Sakharov 2025: l'UE avrà la forza di assegnarlo al Budapest Pride?
3 min. di lettura

Oggi, a Bruxelles, le Commissioni Affari Esteri (AFET), Sviluppo (DEVE) e il Sottocomitato Diritti Umani del Parlamento europeo votano la short list del Premio Sakharov per la libertà di pensiero. È una di quelle giornate in cui l’Europa delle libertà è costretta a guardarsi allo specchio. Perché tra i candidati c’è il Budapest Pride, criminalizzato e vietato dal governo Orbán, diventato il simbolo stesso della resistenza civile contro la repressione.

Il Premio Sakharov, istituito nel 1988, porta il nome del fisico e dissidente sovietico Andrej Dmitrievič Sakharov, che lottò contro la censura e le persecuzioni dell’URSS, pagando con anni di isolamento e di sorveglianza. Ogni anno il Parlamento europeo lo assegna a chi difende la libertà di pensiero e i diritti umani. Tra i vincitori: Nelson Mandela, Malala Yousafzai, le donne iraniane in lotta contro il velo obbligatorio.

L’appello arriva da “Certi Diritti” ed Europa Radicale“, che parlano di “atto politico necessario”. Claudio Uberti e Nicola Bertoglio lo dicono senza giri di parole:

“Quando uno Stato vieta il Pride, non reprime solo una manifestazione: cancella l’identità, la visibilità, la possibilità stessa di esistere delle persone LGBT+. Il Parlamento europeo non può restare in silenzio”

La loro voce si unisce a quella di Chiara Squarcione e Federica Valcauda, che ricordano come il Pride ungherese sia stato colpito nel nome della “protezione dei minori” – un linguaggio tossico e paternalista che, dietro la parola “minori”, cela la volontà di annientare la libertà. “Nessun bambino è minacciato da chi chiede pari diritti“, dicono, “ma l’intera società è in pericolo quando si sospendono le libertà fondamentali“.

Nel marzo 2025, il Budapest Pride è stato formalmente vietato in quella che, ricevendo molte critiche, su Gay.it chiamammo “svolta neofascista”. Eppure, duecentomila persone sono poi scese per le strade della capitale magiara lo scorso giugno, assestando un duro colpo alla deriva illiberale del premier Orban, che soltanto pochi mesi dopo ha nuovamente fallito anche il divieto del Pécs Pride. Una folla di corpi liberi e disobbedienti ha scelto di esserci, di farsi vedere, di non arretrare.

 

Visualizza questo post su Instagram

 

Un post condiviso da GAY.IT 🌍🪐✨ (@gayit)

Aggiungi Gay.it come fonte preferita in Google!


Sostenere la candidatura del Budapest Pride al Premio Sakharov oggi, significa riconoscere che la libertà non è una parola astratta, ma una pratica concreta, quotidiana, fragile. Che la disobbedienza civile è doverosa contro le spinte autoritarie e le torsioni illiberali delle nostre democrazie. Che l’Unione Europea è credibile solo se difende i suoi valori anche dentro i propri confini, non solo altrove. È una scelta identitaria prima che politica.

Il divieto di Pride, dopo la legge anti-propaganda LGBT di matrice russa approvata anche in Ungheria, è stato sbandierato per avvicinare sempre più un paese membro UE alla Russia di Putin, in un momento in cui la leadership di Orbán accusa un grave calo di consensi in vista delle elezioni dell’aprile 2026. È l’ennesimo schiaffo dell’Ungheria ai Trattati che dovrebbero reggere l’Unione. Una violazione diretta della Carta dei diritti fondamentali: l’articolo 11 tutela la libertà di espressione, il 12 quella di riunione e associazione. E poi c’è l’articolo 2 del Trattato sull’Unione Europea – Amsterdam 1997, Nizza 2001, Lisbona 2009 – che dice, in modo solenne e forse ingenuo, che l’Unione si fonda su dignità, uguaglianza, diritti umani.

Eppure basta una legge di Orbán per spazzarli via, per riscrivere d’autorità il senso stesso di “Europa”. E Bruxelles, come troppo spesso, resta a guardare. Ma la questione, qui, è nuda: vietare un Pride non è un atto amministrativo, è un atto di esclusione, un modo per dire che certe vite non meritano spazio, parola, cittadinanza. È un precedente tossico, un’infezione che corrode lo spazio comune, che trasforma il silenzio delle istituzioni in complicità e aderisce allo smantellamento del pluralismo in atto anche negli USA di Trump, con l’Italia di Meloni già trainata dall’onda nera reazionaria degli States. Ogni volta che l’Europa tace davanti a chi ne tradisce i principi, è come se li riscrivesse da capo – con la mano che li nega.

Oggi la decisione spetta ai parlamentari europei. Se il Pride di Budapest entrerà nella rosa finale del Premio Sakharov, la parola passerà poi ai vertici politici dell’Eurocamera. Ma, a ben vedere, la domanda è già scritta: da che parte sta, oggi, l’Europa della libertà?

© Riproduzione riservata.

Mi piace
Commenta
Salva
Condividi

Partecipa alla discussione

Per inviare un commento devi essere registrato.