Mentre l’amministrazione Trump riprende in mano il lessico come strumento del potere, accademici, archivisti e attivisti digitali statunitensi si mobilitano in silenzio per contrastare l’operazione di rimozione sistematica dei dati governativi relativi all’identità di genere e all’esistenza delle persone transgender.
L’allarme è scattato quando, a febbraio 2024, una serie di database pubblici, tra cui lo Youth Risk Behavior Surveillance System (YRBS) — una delle pochissime fonti ufficiali capaci di tracciare i comportamenti a rischio tra gli adolescenti LGBTQ+ — è improvvisamente scomparsa dai server del CDC, il Centro per il controllo e la prevenzione delle malattie.
A partire da quel momento, in ambienti accademici e militanti si è diffusa una consapevolezza nuova: che i dati non sono mai neutri, e che il loro controllo, la loro conservazione o cancellazione, fanno anch’essi parte della guerra dichiarata dall’amministrazione reazionaria USA al woke. E così, in un’aula della Harvard T.H. Chan School of Public Health, tra una fetta di torta del Pi Day e un flusso ininterrotto di documenti da salvare, ha preso forma una nuova forma di attivismo: la conservazione del sapere.
USA, le parole cancellate da Trump e l’impatto sul mondo accademico
Non è la prima volta che accade, ma questa volta l’intenzione è più trasparente che mai. Dall’inizio del secondo ciclo presidenziale di Trump — e, in parte, già dalla sua precedente amministrazione — la macchina federale è già stata più volte utilizzata come strumento di riscrittura simbolica e materiale del mondo.
Non solo con atti legislativi, ma attraverso la sottrazione silenziosa del linguaggio e delle sue evidenze: parole come transgender, Latinx, diversity, ma anche dati su salute, disuguaglianze e razza, sono stati progressivamente eliminati dai siti delle agenzie federali. Una grottesca pulizia lessicale e informativa che ha finito per ridisegnare i confini del reale, negando validità scientifica a tutto ciò che non rientra nel binarismo di genere e nelle gerarchie sociali imposte dalla nuova leadership.
La vera cancel culture è quella della destra: ecco le parole cancellate dall’Amministrazione Trump
Tra i bersagli più esposti, lo YRBS, sondaggio nazionale condotto dal CDC e considerato una delle fonti più autorevoli sul comportamento giovanile in America. Si tratta di uno strumento statistico che, nel tempo, ha permesso di mappare con precisione i rischi sanitari specifici delle popolazioni minoritarie, comprese le persone giovani transgender e non conformi al genere.
Secondo l’epidemiologa Ariel Beccia, ricercatrice presso il LGBTQ Health Center of Excellence della Harvard Chan School, quei dati sono “essenziali per comprendere le disuguaglianze nei disturbi alimentari, nella salute mentale, nell’accesso ai servizi”. Eppure, proprio la domanda sull’identità transgender è stata eliminata su ordine dell’amministrazione, con l’effetto collaterale — ma perfettamente previsto — di rendere i dati meno significativi e meno raccolti. E, nel frattempo, molte scuole e distretti scolastici, temendo ritorsioni o tagli ai fondi, hanno smesso di partecipare al sondaggio.
Questa dinamica ha un nome tra gli accademici: compliance anticipata. È il momento in cui, di fronte a un potere ostile, le istituzioni scelgono di adeguarsi preventivamente, rinunciando alla ricerca e alla documentazione per evitare di finire nel mirino politico.
Un meccanismo che, secondo Beccia, “sta erodendo la possibilità stessa di fare scienza sulla salute pubblica delle persone queer e trans”. Un fenomeno che ha conosciuto un’accelerazione drammatica quando l’intero archivio YRBS è stato oscurato, insieme ai dati della Food and Drug Administration e del Department of Health and Human Services, in seguito a un ordine dell’Office of Personnel Management volto a ottemperare agli ordini esecutivi dell’amministrazione Trump.
Solo un ordine restrittivo temporaneo, concesso dal giudice distrettuale John Bates in risposta a una causa intentata da Doctors for America, ha permesso il ripristino del sito. Ma la pagina, oggi, è preceduta da un disclaimer che delegittima i contenuti, affermando che “qualsiasi informazione su questa pagina che promuova l’ideologia di genere è estremamente imprecisa” e che “questa pagina non riflette la realtà biologica e pertanto l’amministrazione e questo dipartimento la rifiutano”.
USA, l’archivio come forma di resistenza
Ma non tutti si sono piegati. Di fronte alla scomparsa dei dati, la risposta del mondo accademico è stata quella della mobilitazione pacifica, efficace. Iniziative di data rescue, nate per salvaguardare la documentazione ambientale già nel 2017, sono state riattivate e ampliate.
All’hackathon della Harvard Chan School, studenti e studiosi hanno imparato come identificare i contenuti a rischio, archiviarli, proteggerli da modifiche non autorizzate e, se necessario, ripubblicarli su server non governativi, al di fuori degli Stati Uniti.
Nel frattempo, la University of Washington ha rilanciato le proprie attività di salvataggio dati. L’Environmental Data and Governance Initiative (EDGI) ha rimesso in funzione il tracker che tiene traccia delle modifiche ai siti governativi, riprendendo un lavoro cominciato nel 2017 durante la prima amministrazione Trump, quando oltre 1.400 pagine legate ai cambiamenti climatici furono alterate o rimosse. Una costellazione di organizzazioni, tra cui il Data Rescue Project, ha messo a disposizione strumenti, piattaforme e manuali per il pubblico.
Ma il gesto più radicale è stato forse quello compiuto da un gruppo di archivisti che, ricreando l’intera versione pre-Trump del sito del CDC, l’ha ospitata in Europa, su RestoredCDC.org, fuori dalla portata del governo statunitense.
In parallelo, il lavoro del Resource Center for Minority Data, diretto dala ricercatrice Libby Hemphill, ha dato vita a un’infrastruttura di archiviazione indipendente e resiliente: il DataLumos Repository, ospitato all’interno dell’Inter-University Consortium of Political and Social Research (ICPSR). “Sappiamo che nessun archivio è completamente al sicuro”, ha dichiarato Hemphill. “Per questo abbiamo predisposto un piano normativo non statunitense. I dati devono vivere altrove, se non possono più farlo qui”.
E mentre Trump rilancia la sua retorica più aggressiva — arrivando a sostenere che l’amministrazione avrebbe speso 8 milioni di dollari per ‘rendere i topi transgender’, riferendosi erroneamente a una ricerca su roditori transgenici — anche altri enti scientifici, come la NOAA, il Department of Education e i National Institutes of Health, sono finiti nel mirino della guerra ai dati.Una guerra che non si combatte più solo a colpi di leggi, ma nel silenzio degli archivi e nell’ombra delle pagine web che spariscono.
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