Un festino con una donna trans si è trasformato in un incubo per un uomo romano, segregato e picchiato per quasi due giorni in un appartamento di Tor Bella Monaca, a Roma. Dopo un processo complesso e un’indagine durata oltre un anno, la Corte d’Assise di Roma ha emesso due condanne a 17 anni. Un terzo imputato era già stato giudicato con rito abbreviato e condannato a 8 anni.
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Roma, uomo sequestrato e picchiato dopo un festino con una donna trans
Secondo la ricostruzione della Procura di Roma, scrive Il Messaggero, tutto ha avuto origine nel 2023 da un incontro sessuale a pagamento tra la vittima e una donna trans, Loris Proietti, che si prostituiva in un appartamento nel quartiere di Tor Bella Monaca a Roma. Durante il festino, i due avrebbero consumato cocaina e crack, ma la situazione sarebbe presto degenerata.
Proietti avrebbe chiesto ulteriori 100 euro per acquistare altra droga e altri 250 euro come rimborso per i “clienti persi”. Al rifiuto dell’uomo, che non aveva con sé quella somma, sarebbe scattata la violenza.
A quel punto, secondo gli atti, Proietti, insieme ad altri due uomini – Andrea D’Amico, 35 anni e il 23enne Andrea Paoletti – lo avrebbero aggredito con calci, pugni e colpi di mattarello, oltre che con asciugamani e stracci bagnati, procurandogli ecchimosi, fratture costali e lesioni giudicate guaribili in 20 giorni. Durante le ore successive, la vittima sarebbe stata bendata, legata con nastro adesivo e immobilizzata su una sedia, mentre gli aggressori lo minacciavano con frasi come: “Dacci i soldi, altrimenti non esci”.
Il ricatto e la telefonata alla madre
La situazione è precipitata quando gli imputati avrebbero deciso di contattare la madre della vittima utilizzando il telefono del figlio. La donna ha raccontato agli inquirenti di aver ricevuto una chiamata da una voce maschile che le chiedeva 1.500 euro per liberare il figlio. “Non lo lascio andare finché non mi date i soldi”, avrebbe detto uno dei sequestratori al telefono.
Per due giorni, l’uomo è rimasto prigioniero nell’appartamento, senza cibo né acqua, costretto a rimanere legato e con la bocca sigillata con del nastro nero. Gli aggressori lo tenevano con il volto rivolto verso la finestra, impedendogli di vedere chi entrasse o uscisse.
La mattina del 2 agosto 2023, approfittando di un momento di distrazione dei suoi carcerieri, la vittima è riuscita a liberarsi. Si è affacciata al balcone e ha chiesto aiuto a una vicina di casa, che ha immediatamente allertato le forze dell’ordine. Gli agenti intervenuti sul posto hanno trovato l’uomo in stato di choc e hanno arrestato gli imputati, ponendo fine alla prigionia.
Le accuse e il processo
Il pubblico ministero Claudio Villani aveva inizialmente chiesto 27 anni di reclusione per Proietti e D’Amico. A pesare sulla posizione della prima imputata, Loris Proietti, c’era la recidiva reiterata: nel suo fascicolo, una lunga serie di condanne per rapina, lesioni personali, furto, ricettazione ed evasione dai domiciliari, a partire dal 2012 fino al 2023.
Nonostante ciò, il pm aveva riconosciuto anche attenuanti generiche, che però – in base alla legge allora in vigore – non potevano prevalere sulla recidiva. La situazione è cambiata con un passaggio alla Corte Costituzionale, che nel gennaio 2025 ha dichiarato illegittimo il divieto di prevalenza delle attenuanti, aprendo così la strada a una riduzione della pena.
Dopo la pronuncia della Consulta, il pm Villani ha ridimensionato la richiesta a 20 anni di reclusione per entrambi. La Corte d’Assise di Roma, nella sentenza emessa lo scorso 4 novembre, ha infine stabilito la condanna definitiva a 17 anni di carcere per Loris Proietti e Andrea D’Amico.
La sentenza della Corte d’Assise di Roma chiude così un caso drammatico che ha tenuto banco per mesi e che ha mostrato quanto sottili possano essere i confini tra vulnerabilità e abuso. L’uomo sequestrato è riuscito a salvarsi solo grazie alla propria lucidità e al coraggio di chiedere aiuto, mentre il sistema giudiziario ha riconosciuto la gravità dei reati, comminando pene severe ai responsabili.
Il processo, al di là del suo epilogo penale, richiama anche l’attenzione su un contesto sociale in cui droga, marginalità e sfruttamento continuano a intrecciarsi con la violenza, lasciando spazio a episodi che rivelano la fragilità di chi vive ai margini e di chi ne diventa vittima.


