Senegal, il governo cancella la proiezione di un film LGBTIQ organizzata da Olanda e ONU: “Nessuna propaganda queer sul nostro territorio”

Sempre più diffusa l'omobitransfobia popolare nei paesi dell'Africa occidentale. Repressione queer e propaganda sovranista: cosa è successo a Dakar.

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Il governo del Senegal ha vietato la proiezione di un film LGBTI a Dakar: l'evento, che sarebbe stato seguito da un dibattito sui diritti LGBTIQ, era stato organizzato dall'ambasciata olandese e dall'ONU
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Può un film queer spaventare il governo di un grande paese e indurlo a cancellarne la proiezione? È accaduto in Senegal, 18 milioni di abitanti. L’episodio restituisce una fotografia sulla crescente propaganda anti-LGBTIQ+ in crescita nei paesi dell’Africa centrale e Occidentale a trazione sovranista.
L’11 luglio 2025 il Ministero dell’Integrazione Africana e degli Affari Esteri del Senegal ha diffuso un comunicato ufficiale con cui condanna duramente un evento previsto a Dakar e promosso dall’Ambasciata olandese e dall’Ufficio regionale dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani.
L’iniziativa prevedeva la proiezione del film documentario “MIWA (Noi siamo qui)” incentrato sulla vita delle persone LGBTIQ+, in particolare donne lesbiche e uomini trans dell’Africa occidentale, seguito da un dibattito pubblico sui diritti LGBTQIA+. Nel comunicato, il governo senegalese ribadisce chenessuna forma di propaganda e promozione del fenomeno LGBTIQ”  è accettabile sul territorio nazionale, e richiama le missioni diplomatiche e le ONG al rispetto di “valori, culture religiose e sociali su cui si fonda la Nazione senegalese“. Il governo ha inoltre dichiarato che si riserva “il diritto di prendere tutte le misure appropriate contro organizzatori e partecipanti“, a prescindere dal loro status.

Di cosa parla il film documentario

A quanto risulti a Gay.it, l’opera “MIWA (made in West Africa) We are here” è un documentario di attualità che dà voce a persone lesbiche, bisessuali, trans e queer in Africa occidentale. Il film esplorerebbe esperienze di identità, resilienza e autodeterminazione in un contesto spesso ostile, attraverso interviste e testimonianze dirette. La polemica è stata innescata dal deputato Guy Marius Sagna, che ha denunciato l’iniziativa come un tentativo di imporre valori stranieri e ne ha chiesto l’immediata proibizione. Il suo appello è stato amplificato dall’imam Ahmadou Makhtar Kanté, che ha innescato – secondo quanto riferito da Zambian Observer – una forte reazione pubblica e sui social media, inducendo il governo a intervenire rapidamente.

L’ambasciata olandese annulla l’evento

Secondo quanto riportato dal quotidiano NRC, l’Ambasciata d’Olanda ha annullato l’evento dopo aver ricevuto l’avvertimento ufficiale da parte delle autorità senegalesi. Il Ministero degli Esteri olandese ha poi confermato la decisione, precisando che le attività dell’ambasciata si svolgono “nel rispetto delle normative locali“.

Sagna ha successivamente lodato il governo per aver bloccato l’iniziativa, che egli stesso ha definito una minaccia per “la sovranità morale del Senegal” (APA News). Finora, il Bureau régional dell’Alto Commissariato ONU per i Diritti Umani non ha commentato pubblicamente l’accaduto. Secondo Reuters, i rappresentanti ONU a Dakar si sarebbero detti “sorpresi” dalla reazione così dura.

Senegal e comunità LGBTIAQ+

In Senegal, l’omosessualità è criminalizzata e punibile ai sensi dell’articolo 319 del Codice Penale. Le pene prevedono fino a cinque anni di detenzione per quelli che vengono definiti “atti contro natura“. Ogni tentativo di discussione pubblica sui diritti delle persone LGBTQIA+ è sistematicamente represso, spesso con la giustificazione della tutela dei valori religiosi e culturali. Secondo quanto riferisce Business Insider Africa, l’evento annullato rientrava in una più ampia iniziativa regionale per la sensibilizzazione sui diritti umani.

Nel 2023 una folla inferocita aveva partecipato al rogo per bruciare il corpo di una persona considerata “metà uomo e metà donna. Nel febbraio 2022, migliaia di senegalesi si erano radunati a Dakar per dare supporto alla proposta normativa di inasprire la legge che criminalizza le persone LGBTQIA+. I manifestanti avevano bruciato bandiere arcobaleno e condiviso slogan come “Il Senegal non accetterà mai l’omosessualità”, chiedendo pene più severe, fino a 10 anni di carcere, per atti “contro natura”. La proposta era stata poi respinta dai legislatori all’inizio del 2023, scatenando tuttavia un’ondata di arresti di persone LGBTIQ+, incarcerate al solo fine di sedare le proteste popolari contagiate da odio omobistransfobico.

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Una nuova proposta di inasprimento delle pene per le persone queer è giunta nel giugno 2024, quando il deputato Cheikh Abdou Bara Dolly Mbacké, rappresentante del partito di governo Libertà, Democrazia e Cambiamento, aveva proposto pene fino a quindici anni e una multa fino a cinque milioni di franchi CFA (circa 7.600 euro).

Il caso dell’evento LGBTQIA+ bloccato a Dakar rappresenta un ulteriore segnale della distanza crescente tra le istanze di diritti umani internazionali e la politica repressiva dei governi africani più conservatori, spesso fomentati dai think tank della destra suprematista occidentale e dall’influenza russa e cinese. In Uganda, a due anni dalla feroce legge anti-LGBTIAQ+, l’effetto propagandistico sulla società ha avuto impatti devastanti, con un’impennata di crimini d’odio omobitransfobico. Il clima non è diverso in Costa d’Avorio, Mali, Ghana, Burkina Faso (anche dopo il colpo di stato) e persino in Kenya, paese finora considerato al riparo da retoriche anti-queer.

Proprio in questi giorni la Francia ha lasciato l’ultima base militare in Senegal, chiudendo la sua presenza armata in Africa Occidentale dopo i precedenti ritiri da Mali, Niger e Burkina Faso. Diversamente da quelle espulsioni forzate, l’uscita da Dakar è frutto di un accordo bilaterale, mentre restano attivi i legami di cooperazione tra i due Paesi.

La rinuncia da parte delle istituzioni europee e delle Nazioni Unite a sostenere pubblicamente l’evento di Dakar con la proiezione del film e successivo dibattito su temi LGBTIQ+ lascia emergere le fragilità del multilateralismo davanti alle penetranti pressioni di Cina e Russia su gran parte del Continente e all’arretramento dell’Occidente, spesso inviso ai popoli africani a causa di secoli di colonizzazione feroce.

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