Uno studente iraniano di 28 anni, iscritto al quarto anno di Medicina all’Università di Torino, è bloccato in Iran da mesi dopo che gli è stato negato il visto di reingresso in Italia. È gay e, secondo quanto riportato nel ricorso presentato al Tar del Lazio, il suo orientamento sessuale lo esporrebbe a rischi gravissimi nel Paese d’origine, dove le relazioni tra persone dello stesso sesso sono criminalizzate.
Il caso, emerso nelle scorse settimane sulla stampa nazionale e rilanciato da diverse testate, a partire da Domani, è ora al centro di un appello politico e civile che coinvolge parlamentari, eurodeputati e associazioni LGBTQIA+. È stata inoltre lanciata una petizione pubblica per chiedere al governo italiano di intervenire.

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Il caso dello studente gay bloccato in Iran: visto negato
Secondo quanto riportato da ANSA nelle passate settimane, il giovane era rientrato in Iran nell’estate 2024 per motivi di salute. Durante una vacanza nella sua città d’origine, Babol, sul Mar Caspio, gli è stata diagnosticata una rara malattia autoimmune che lo ha costretto a letto per mesi. Nella fase di convalescenza è stato convocato per il servizio militare obbligatorio, prolungando la permanenza fino a luglio 2025.
Nel frattempo, il permesso di soggiorno per motivi di studio è scaduto. A gennaio 2025, lo studente ha incaricato un amico di presentarsi in questura con delega e passaporto per chiedere il rinnovo. L’appuntamento è stato fissato per luglio. A giugno, però, l’escalation militare in Medio Oriente e la chiusura dello spazio aereo in Iran e nei Paesi limitrofi hanno complicato ulteriormente la situazione.
Lo scorso novembre, l’ambasciata italiana a Teheran ha negato il visto di reingresso. Nel ricorso al Tar del Lazio, i legali sostengono che il diniego sia stato motivato sulla base di un documento “inesistente”. Nel testo si legge inoltre che “il ricorrente è persona omosessuale, il cui orientamento sessuale in Iran, come è noto, è fonte di gravi ripercussioni, financo la pena di morte e che la situazione dell’Iran è tale da mettere in pericolo la vita dei suoi cittadini”.
La possibilità di tornare a Torino e completare gli studi dipenderà ora dalla decisione dei giudici amministrativi.
Iran e diritti LGBTQIA+: il contesto
La condizione legale delle persone LGBTQIA+ in Iran è tra le più dure al mondo. Il codice penale prevede che atti sessuali tra uomini, definiti come “lavat” o “tafkhiz”, possano comportare pene corporali o la condanna a morte. Per le relazioni tra donne sono previste pene severe e, in caso di recidiva, anche la pena capitale.
Non esistono tutele contro la discriminazione basata sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere, né riconoscimenti per le coppie dello stesso sesso. Negli ultimi anni, organizzazioni internazionali hanno documentato arresti arbitrari, processi sommari e condanne estreme in un clima di repressione diffusa.
Per un giovane dichiaratamente gay, o anche solo sospettato di esserlo, il rischio è dunque concreto.
L’appello politico: “Ogni minuto che passa potrebbe essere l’ultimo”
Il caso è stato portato all’attenzione del Parlamento. La senatrice di Alleanza Verdi e Sinistra Ilaria Cucchi ha depositato un’interrogazione scritta al ministro degli Esteri Antonio Tajani, chiedendo un intervento immediato.
Sui social, Cucchi ha scritto: “Basterebbe poco per riportarlo in Italia. Basterebbe non voltarsi dall’altra parte. Basterebbe la volontà politica. Premier Meloni, vicepremier Tajani, ministra Bernini. Ogni minuto che passa potrebbe essere l’ultimo. Quello che fa la differenza tra un condannato a morte oggi e un medico brillante domani”, sottolineando, “Non c’è più tempo da perdere”.
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Anche gli europarlamentari Alessandro Zan e Brando Benifei hanno sollecitato il governo a intervenire. L’appello è consentire il rientro dello studente in Italia per completare gli studi e vivere in sicurezza.
Le associazioni: dal Circolo Mieli a Patrick Zaki
Il Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli ha rilanciato pubblicamente l’appello del giovane, che avrebbe chiesto: “Lasciatemi tornare a studiare in Italia”, rivolgendosi alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, al ministro Tajani e alla ministra dell’Università Anna Maria Bernini.
Il presidente del CCO Mario Mieli, Mario Colamarino, ha dichiarato: “Non possiamo accettare che la vita e il futuro di una persona siano messi in pausa da una burocrazia lenta e cieca. L’Italia deve intervenire subito: difendere il diritto allo studio significa difendere la dignità, la libertà, la vita. N. ha il diritto di tornare a Torino, il più presto possibile”.
Come riferisce Simone Alliva su Domani, anche l’associazionismo nazionale si è mobilitato: dall’attivista egiziano Patrick Zaki al presidente di GayNet, Rosario Coco. “Chiediamo alle istituzioni italiane di intervenire per permettergli di tornare a studiare in Italia e vivere in sicurezza”, è uno degli appelli rilanciati pubblicamente.
La petizione: oltre 2.200 firme per il rientro
Parallelamente è stata lanciata una petizione pubblica dal titolo: “Italia: riportiamolo a casa! Studente gay bloccato in Iran”. In poche ore sono state raccolte oltre 2.200 firme, con un obiettivo fissato a 5.000.
Nel testo si legge: “Uno studente di medicina è bloccato in Iran e rischia la vita perché è gay. L’Italia deve agire subito e permettergli di tornare in sicurezza”. E ancora: “Non sta chiedendo un favore. Sta chiedendo un diritto: tornare in Italia, continuare gli studi, vivere in sicurezza”.
La lettera indirizzata alla presidente del Consiglio Meloni, al ministro Tajani e alla ministra Bernini sottolinea che “impedendo a questo studente di tornare in Italia, dove studia e risiede, le autorità italiane lo stanno consapevolmente lasciando esposto a questi pericoli”, sottolineando il grave clima di repressione in Iran.
“Questa situazione è in contrasto con gli impegni dell’Italia in materia di dignità umana, uguaglianza davanti alla legge e tutela dei diritti fondamentali”, si legge nel testo della petizione su All Out, “L’Italia ha sia l’autorità sia la responsabilità di intervenire. Consentire il rientro di questo studente significherebbe proteggere la sua sicurezza, garantire il suo diritto all’istruzione e riaffermare il ruolo dell’Italia come paese che non volta le spalle quando sono in gioco vite umane”.
La campagna è sostenuta da numerose realtà, tra cui Arcigay, Agedo, Famiglie Arcobaleno, GayCenter, Gaynet e altre organizzazioni impegnate sui diritti LGBTQIA+, rilanciato sui social dal partito Possibile.
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In attesa della decisione
Al momento, la possibilità di rientro dipende dall’esito del ricorso al Tar del Lazio e da eventuali iniziative diplomatiche. Il caso solleva questioni che intrecciano diritto allo studio, protezione internazionale, sicurezza personale e responsabilità politica.
Per lo studente iraniano, la prospettiva è concreta: tornare a Torino, riprendere il quarto anno di Medicina, completare il percorso universitario. Nel frattempo, resta in Iran, in un contesto in cui il suo orientamento sessuale rappresenta un fattore di rischio riconosciuto anche nei documenti legali depositati in Italia.

