Torino, svastiche nere su adesivi arcobaleno al Campus Einaudi

L'intimidazione giunge proprio nel giorno di avvio del primo corso di queer studies in Italia, condotto dal professor Antonio Vercellone ospitato dall’ateneo.

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Torino ospiterà l'Europride 2027.
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Le svastiche compaiono sempre così: rapide, sgraziate, graffiate sui muri con pennarelli scadenti o bombolette che colano. Segni che sanno di urgenza e rancore, tracciati da chi non ha altro modo per lasciare il proprio marchio se non sporcando quello altrui.

Questa volta è successo nei bagni del Campus Einaudi di Torino, tra i corridoi della Scuola di Specializzazione per le Professioni Legali. Due croci uncinate disegnate sopra adesivi arcobaleno, nei servizi del secondo piano. A scoprirle e a denunciarne la presenza ieri, lunedì 17 febbraio, sono stati alcuni studenti. Gli stessi che, poco dopo, si sono impegnati a rimuoverle.

A rendere l’episodio ancora più sinistro è la coincidenza temporale: lo stesso giorno prendeva avvio, proprio al Campus Einaudi, il primo corso universitario italiano interamente dedicato agli studi queer e all’identità di genere. Un ciclo di lezioni interdisciplinari, tenuto dal professor Antonio Vercellone, docente di diritto privato, che ha raccolto 220 iscritti – segno evidente di un bisogno di formazione e dibattito che da troppo tempo si scontra con la diffidenza accademica.

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Quel corso, più di ogni altro, racconta la storia di un ateneo che prova ad andare avanti, mentre fuori, spesso, tutto sembra tornare indietro. Il Campus Einaudi non è solo l’architettura avveniristica firmata Norman Foster che si specchia sul Po: è anche il luogo dove, per la prima volta in Italia, le teorie queer e le questioni LGBTQIA+ sono entrate in aula non come tema marginale o iniziativa studentesca, ma come materia di studio riconosciuta, strutturata, legittimata dal sapere giuridico e sociale.

Ecco perché quelle svastiche non sono un dettaglio. Sono un messaggio. Sporco, diretto, inequivocabile. Segnalano che qualcuno, lì dentro, non ha gradito. Non ha tollerato l’idea che il sapere accademico possa intrecciarsi con i corpi e le vite di chi – ancora oggi – deve difendere la propria esistenza come fosse un’affermazione politica. Non ha sopportato che l’arcobaleno si attaccasse ai muri senza chiedere permesso.

Non è la prima volta che l’Università di Torino si trova a fare i conti con l’odio. Nel 2022, su un muro vicino a Palazzo Nuovo, era comparsa la scritta “No r*cchioni in università. Pochi anni prima, l’associazione studentesca Alter.POLIS era stata presa di mira con minacce e insulti. Ogni volta, la reazione è stata la stessa: nessun passo indietro. Gli spazi sono stati occupati ancora di più, le attività moltiplicate, le bandiere rimaste al loro posto.

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Non è un caso se proprio Torino ospiterà l’Europride del 2027, evento che riunirà in città decine di migliaia di persone da tutta Europa. La candidatura è stata il risultato di un tessuto associativo che da anni lavora per costruire una città capace di essere davvero per tutt*. Una città dove l’orgoglio LGBTQI+ non è un esercizio di stile, ma una resistenza quotidiana.

“Con l’Europride a Torino chiamiamo a raccolta tutta la scena internazionale sullo stato di emergenza dei diritti, non solo delle persone LGBTQIA+, che valica ormai i confini nazionali e perciò va affrontato a livello europeo e globale – commentava Luca Minici, coordinatore del Torino Pride – Lo sguardo internazionale dellə attivistə di tutta Europa e la forza mediatica dell’Europride sono uno strumento prezioso per il nostro territorio, che ci consentirà di catalizzare un’attenzione senza eguali sulle nostre cause e le nostre comunità. Torino è una città con una storia di militanza molto radicata, come lo è l’Italia intera: il paese reale è molto più avanti di chi ci governa e questo peserà molto nel nostro percorso di liberazione: l’Europride può essere la scintilla giusta per accendere un fuoco nuovo di rivendicazioni e diritti“.

È sempre così, del resto. Ogni progresso – anche il più piccolo – genera la reazione di chi non vuole accettare che il mondo cambi. Ogni bandiera piantata nel sapere, nella cultura, nella società, scatena il gesto scomposto di chi preferirebbe che tutto rimanesse fermo, chiuso, etero e normato. Quelle svastiche, oggi, non ci dicono nulla che non sapessimo già. Ci ricordano solo che la strada è quella giusta. E che la storia di Torino – la storia di questa università e di chi la vive – è fatta più di cancellature che di segni neri.

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