Il Toscana Pride 2024, quest’anno tenutosi a Lucca sabato 7 settembre, è forse uno degli eventi che ha meglio saputo incarnare il clima sociale e politico a cornice dell’Onda Pride di quest’anno.
Una dichiarazione di resistenza e visibilità davanti all’ascesa di retoriche reazionarie che permeano la Città delle Cento Chiese, non esattamente abituata a convivere con un tale livello di partecipazione arcobaleno. Erano infatti apparsi inquietanti affissioni al grido di “Stop gay pride, Lucca non vi vuole”, La Rete dei Patrioti – movimento di chiaro stampo neofascista.
I numeri, tuttavia, parlano da soli: oltre 20.000 persone tra attivist*, famiglie, ma anche cittadin* comuni hanno sfilato lungo le mura della città, portando con sé non solo bandiere, ma anche richieste chiare e precise su diritti e dignità.
“La realizzazione della manifestazione è stata un percorso in salita, oggi possiamo tirare il fiato, orgogliosi di ciò che abbiamo realizzato – hanno spiegato dal palco gli organizzatori – abbiamo scritto una pagina di storia di questa città e abbiamo portato il Pride dove c’era bisogno di Pride, in una città dove è ancora molto difficile vivere alla luce del sole il proprio orientamento e la propria identità senza subire conseguenze”.
View this post on Instagram
Un corteo festoso, colorato e determinato, che è riuscito a smorzare – almeno in parte – le settimane di polemiche incessanti, pesanti e prive di fondamento mosse dall’ultradestra e dai gruppi cattolici integralisti, i quali hanno interpretato l’evento come una provocazione alla secolare tradizione religiosa su cui si fonda la città.
Non è infatti un mistero che l’amministrazione comunale abbia mantenuto un atteggiamento distaccato, quasi infastidito nei confronti del comitato organizzatore, limitandosi a tollerare l’evento senza dare il patrocinio.
Se da un lato figure come il presidente della Regione Toscana, Eugenio Giani, hanno espresso sostegno e vicinanza alla comunità LGBTQIA+, dall’altro il Comune ha quindi preferito non esporsi troppo, una scelta che non sorprende chi conosce bene la politica locale – nella giunta comunale a guida del centrodestra dal 2022, non mancano infatti anche infiltrazioni di Casa Pound.
Arrivando anche a stare in silenzio davanti agli attacchi di gruppi più estremisti, che non hanno perso occasione di gettare fango sulla manifestazione nelle scorse settimane.
Atteggiamento ostile che ha però sortito l’effetto opposto a quello desiderato, finendo per galvanizzare e attirare partecipanti anche da fuori città. Nonché esponenti politici locali determinati a mostrare il lato più accogliente di Lucca, come Francesco Raspini, capogruppo del PD in consiglio comunale, che ha dichiarato:
“È una festa bellissima, colorata, allegra, pacifica. Ci sono tante amministrazioni e spiace constatare l’assenza di chi oggi si professa moderato, il sindaco Mario Pardini. A Lucca c’è un potere che si professa mite ma che in realtà è arrogante e presto questo lo farà scivolare. Oggi ricordo Pietro Fazzi, sindaco che aveva una connotazione ben definita, e che però a differenza di Pardini aveva chiaro di essere il sindaco di tutti e non solo di quelli che simpatizzano per lui, che partecipò con la fascia a una manifestazione cittadina indetta per protestare contro la violenza contro la comunità LGBTQIA+”.
Il corteo ha attraversato le strade di Lucca fino a piazzale San Donato, dove la folla si è riversata in un momento di festa che non ha però mai perso di vista l’essenza politica della manifestazione.
Se c’è una cosa che gli organizzatori del Pride hanno voluto infatti chiarire fin da subito è che – nella sua essenza più profonda – il Pride non può limitarsi alle grandi città. Portare l’evento in contesti più piccoli e conservatori è un atto politico necessario: non si tratta di “sfidare” un territorio, ma di affermare che i diritti non sono negoziabili, neanche in luoghi dove la presenza della comunità queer è spesso marginalizzata o addirittura invisibile. In questo senso, Lucca è stata una scelta strategica.
Gruppi estremisti hanno accusato la manifestazione di esasperare le divisioni, ma questo non è altro che il solito refrain di chi non accetta il cambiamento e preferisce alimentare la paura di fronte a ciò che non comprende. Monia Marcacci, portavoce del Toscana Pride, è stata chiara nel rispondere a tali attacchi, ribadendo come il Pride non sia un palco per fare propaganda, ma uno spazio per rivendicare diritti che, in molti contesti, vengono ancora sistematicamente negati.
Il manifesto dell’edizione 2024, “Indomitə e Fierə”, realizzato da Giulia Sommariva, ha incarnato perfettamente lo spirito di questa resistenza: un insieme di identità variegate e disordinate, un vero caleidoscopio di corpi e vissuti, che rivendicano il diritto di esistere senza dover giustificare la propria presenza.
Messaggio che, per quanto potente e necessario, ha suscitato malumori tra i critici, accusando l’evento di volersi imporre come un atto provocatorio. Ma di fatto, la provocazione è stata la reazione di chi si è sentito minacciato da quella che, in fondo, è una semplice rivendicazione di esistenza, come quella delle Famiglie Arcobaleno, che durante la marcia hanno ribadito come “è l’amore che crea una famiglia“.
A rendere il Pride di Lucca ancor più potente è però stata la dedica alle vittime di discriminazioni e violenze, perché il Pride non è solo per chi può sfilare, ma soprattutto per chi non può.
Riflessione che colpisce soprattutto alla luce degli attacchi che continuano a colpire persone queer da Nord a Sud, alimentati da una retorica politica che legittima l’odio.
“Dedichiamo il corteo alle persone razzializzate e migranti, alle persone con disabilità che hanno sfilato insieme a noi, a tutte le persone marginalizzate, precarie, rimaste senza una casa o un lavoro. Infine, da qui, da Lucca, vorremmo che arrivasse fino a Gaza e al popolo palestinese e a tutte le vittime di guerre coloniali, il nostro grido di rabbia, la nostra denuncia che chiede giustizia ma anche il nostro abbraccio di cura. E a chi ci perseguita, al Governo Meloni e ai politici omolesbobitransfobici che sulla nostra pelle costruiscono il loro consenso noi diciamo: non ci avrete mai perché non era previsto che sopravvivessimo e, invece, siamo qui, da Stonewall a oggi. Indomiti e fieri”.
Torre del Lago, località che per la comunità LGBTQIA+ rappresenta da anni un rifugio sicuro, è stata infine palcoscenico finale di una giornata che ha ribadito l’importanza di esserci, di mostrare la propria presenza, anche e soprattutto in quei territori che restano impermeabili alle richieste di uguaglianza.






















