Nel mezzo delle tensioni tra Stati Uniti e Cina, la guerra commerciale diventa anche un terreno fertile per attacchi personali e retoriche queer-fobiche. Ne è un esempio l’ondata di trolling che ha recentemente investito J.D. Vance, vicepresidente dell’amministrazione Trump, divenuto bersaglio, insieme allo stesso Donald Trump, della Cina per il suo aspetto e, in particolare, per le voci – ormai smentite – sull’uso dell’eyeliner.
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L’origine dell’attacco è l’infelice uscita di Vance su Fox News, secondo cui “prendiamo in prestito denaro dai contadini cinesi per acquistare le cose che quei contadini cinesi producono”. Parole giudicate “ignoranti e irrispettose” dal ministro degli esteri cinese Lin Jian. Ma la risposta della rete è andata ben oltre il dibattito economico, spostandosi su un piano personale e – cosa ancora più grave – su una derisione del genere e dell’identità.
Sui social, alcuni troll hanno sfruttato l’intelligenza artificiale per ridicolizzare Vance alludendo al suo presunto uso del trucco, invocando addirittura il blocco dell’export di eyeliner verso gli Stati Uniti come “rappresaglia”: “Come rappresaglia precisa, cosa succederebbe se smettessimo di esportare matite per eyeliner negli Stati Uniti?”, domanda in tono provocatorio un utente. Nel video in questione, Trump applica a Vance l’eyeliner. Sullo sfondo, la scritta: “Matita Eyliner rustica (stile contadino). Made in China, qualità affidabile”. Ma non è l’unico circolante online.
Un utente ha suggerito che “il suo eyeliner sarà più costoso con i dazi”, mentre un altro ha pubblicato consigli estetici su come apparire più “autorevole e tagliente” senza sembrare “divertente”, semplicemente rimuovendo l’eyeliner dalle palpebre inferiori. Ed ancora, su X (ex Twitter), i video troll dalla Cina hanno scatenato un’ondata di commenti: “Ho un rispetto completamente nuovo per la creatività e il senso dell’umorismo del popolo cinese. Questa avvincente presa in giro della predilezione del montanaro Vance per l’eyeliner è più divertente e realistica di qualsiasi cosa prodotta qui negli Stati Uniti”. “I meme cinesi continuano a travolgere Vance e il suo eyeliner. Questo è ciò che ottieni quando trolli un paese di persone chiamandole contadini, ti ricambiano con la stessa moneta”, scrive un altro utente.
China relentlessly attacking JD Vance.
What an absolute mess this administration has caused for no reason at all.
— Spencer Hakimian (@SpencerHakimian) April 16, 2025
Cosa aveva detto JD Vance: la reazione della Cina
Il vicepresidente Vance, intervenuto su Fox News poche settimane fa, ha avuto molto da dire sugli effetti della globalizzazione. Ma è stata una frase ad attirare l’attenzione: “Prendiamo in prestito denaro dai contadini cinesi per comprare le cose che i contadini cinesi producono”.

Una frase a dir poco controversa. Il suo tentativo di difendere le politiche commerciali (dazi) di Trump sottolineando il debito degli Stati Uniti nei confronti della Cina ha rapidamente scatenato l’indignazione. L’insulto non è piaciuto e molti l’hanno visto come un disprezzo per il popolo cinese, riducendolo a un semplice stereotipo.
La risposta della Cina non si è fatta attendere e non è stata sottile. L’alto funzionario Xia Baolong, direttore dell’Ufficio del lavoro di Hong Kong e Macao, non ha usato mezzi termini. In un discorso infuocato, ha deciso di colpire duramente Vance, rispedendo al mittente le sue stesse parole. “Lasciate che quei contadini negli Stati Uniti si lamentino davanti ai 5.000 anni di civiltà cinese”.
Ad intervenire era stato anche il ministro degli esteri cinese Lin Jian, che ha definito le dichiarazioni di Vance “ignoranti e irrispettose”, affermando che era “sorprendente e patetico sentire parole così ignoranti e irrispettose da questo vicepresidente”.
L’espressione “contadini” era stata usata da Vance per criticare la Cina, ma ora è chiaramente diventata un’arma puntata contro gli Stati Uniti. Oltre al colpo verbale, la Cina ha ribattuto imponendo, dal 12 aprile scorso, tariffe del 125% sulle importazioni statunitensi, un chiaro avvertimento a Washington che fa seguito alle tariffe del 145% imposte da Trump sulle merci cinesi che, secondo Xia, la Cina considera parte di una strategia più ampia. Eppure, la parte più oscura si cela proprio dietro ai video troll realizzati con l’AI che ne sono seguiti.
Troll cinesi e l’ombra della queer-fobia
Dietro l’apparente ironia dei brevi filmati diventati virali online, si nasconde in realtà un riflesso inquietante: quello di una cultura digitale in cui il trucco – o l’ambiguità estetica – viene usato come insulto, come strumento per sminuire l’identità altrui, in un contesto in cui il maschile deve restare rigidamente conforme al modello tradizionale. Questo tipo di attacco, che sfrutta un’estetica queer come forma di derisione, non è solo omofobico: è profondamente autoritario. E racconta molto di un sistema ideologico in cui la collettività soffoca l’individuo e la differenza diventa colpa.

In un’epoca in cui il dibattito geopolitico rischia di diventare terreno fertile per vecchi fantasmi ideologici, è importante sottolineare: non c’è spazio per nostalgie collettiviste che schiacciano la libertà personale, culturale o sessuale. L’individuo – con le sue scelte, le sue espressioni, i suoi tratti unici – non può diventare il capro espiatorio di tensioni tra potenze mondiali.
Ed è compito di una cultura democratica e inclusiva, come quella che da anni promuoviamo su Gay.it, ricordare che nessuna guerra commerciale giustifica la normalizzazione dell’offesa. L’ironia si può accettare, ma solo quando non calpesta la dignità delle persone. E se l’eyeliner diventa motivo di scandalo, allora sì: forse abbiamo ancora molto da imparare.
