Una Corte Suprema che sembra più un comitato elettorale che un organo di giustizia, plasmata da una maggioranza conservatrice che fa l’occhiolino all’integralismo religioso. E ora, come un deus ex machina della peggiore delle distopie, sarà chiamata a decidere il futuro dei diritti trans negli Stati Uniti.
È il paradosso americano del dopo elezioni: uno scenario terrificante che attivisti e organizzazioni per i diritti umani avevano previsto da tempo, sin dalla prima legislatura Trump, quando la magistratura iniziava a trasformarsi nel laboratorio politico dei repubblicani.
Un’istituzione che porta addosso le impronte digitali del suo creatore, il neoeletto presidente degli Stati Uniti, e che – dopo aver affossato il diritto costituzionale all’interruzione volontaria di gravidanza nel 2022 – dovrà ora pronunciarsi su una legge del Tennessee che vieta le cure di affermazione di genere per i minori transgender, parte dell’attacco indiscriminato alle identità non conformi condotto dagli stati a maggioranza rossa.
Il caso United States v. Skrmetti mette sul tavolo una questione tutt’altro che astratta, destinata a creare un precedente storico nel bene o nel male – anche se il secondo scenario è il più probabile: il Tennessee sta violando la Clausola di Uguale Protezione della Costituzione, discriminando in base al genere?
Per i querelanti – genitori di giovani transgender, l’American Civil Liberties Union (ACLU) e lo stesso governo federale – la risposta non lascia spazio a dubbi. Non è solo una legge, ma l’ennesimo, sfacciato attacco frontale alla comunità trans, abilmente camuffato da un pretesto che ormai conosciamo fin troppo bene: “la difesa del benessere dei minori”. Una strategia che di benevolo ha solo il nome, ma che in realtà è la maschera di una guerra culturale senza esclusione di colpi.
Stati Uniti, il caso United States v. Skrmetti
Al centro del dibattimento che deciderà le sorti dei percorsi affermativi negli stati uniti, la legge del Tennessee – promossa dal leader della maggioranza al Senato, il repubblicano Jack Johnson – che vieta ai medici di prescrivere bloccanti della pubertà o terapie ormonali ai minori transgender.
Una norma apparentemente chiara, se non fosse per una piccola, enorme contraddizione che conosciamo bene dopo il caso italiano: gli stessi farmaci sono perfettamente legali quando usati per trattare altre condizioni, come la pubertà precoce. Insomma, non è la natura dei farmaci a essere sotto accusa, ma il motivo per cui vengono somministrati.
E questo, secondo i querelanti, è il cuore del problema. Come ha argomentato con precisione chirurgica l’avvocata generale Elizabeth Prelogar, “la legge vieta trattamenti specifici solo quando non sono coerenti con il sesso assegnato alla nascita. È proprio questa incoerenza a renderla incostituzionale”.
Dall’altra parte del ring, il procuratore generale del Tennessee, Matthew Rice, difende la legge sostenendo che non si tratta di discriminazione di genere, ma di limitare lo scopo del trattamento per tutelare il benessere dei minori. Una linea che, per i giudici progressisti, suona più come una cortina di fumo per nascondere le vere intenzioni. La giudice Elena Kagan non ha usato mezzi termini: “Non si può dire che il sesso non sia al centro di questa normativa. Lo scopo dichiarato è esplicitamente quello di ‘promuovere un apprezzamento per il proprio sesso biologico.’ È impossibile ignorare il collegamento diretto con l’identità di genere”.
Ma, purtroppo, la logica non è il punto forte dell’ideologia repubblicana che oggi permea anche la maggioranza della Corte Suprema statunitense. E così, il più alto organo della magistratura potrebbe scegliere la strategica linea dell’ignavia. Con conseguenze catastrofiche.
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La Corte Suprema evade il dibattito
Il giudice capo John Roberts, fervente conservatore e anti-LGBTQIA+, ha infatti insistito sulla presunta necessità di lasciare la questione alle mani dei legislatori statali, poiché le cure di affermazione di genere sarebbero un territorio medico “complesso” e “controverso”. Con tono apparentemente pragmatico, Roberts ha sottolineato che la Corte dovrebbe mostrarsi “modesta” nel suo intervento. “Non siamo medici” ha dichiarato. “E la Costituzione lascia queste decisioni agli stati”.
Brett Kavanaugh, fedele alla stessa linea di pensiero, ha rafforzato l’idea che la Costituzione non fornisca risposte al dibattito, che definisce intrinsecamente medico e politico. “La Carta non prende posizione su come risolvere questo tipo di dispute” ha affermato, e che spetti al “processo democratico” stabilire cosa sia giusto o sbagliato.
Una prospettiva che, agli occhi degli osservatori più attenti, non è un semplice lavarsene le mani in difesa dell’autonomia legislativa dei singoli stati, bensì un “liberi tutti” per permettere ai territori a maggioranza repubblicana di gestire la questione trans in totale e non supervisionata autonomia.
Ma i giudici progressisti non sono rimasti in silenzio. A prendersi la responsabilità di ricordare alla corte il proprio ruolo di difensore dei diritti costituzionali, la giudice Ketanji Brown Jackson. “La legge traccia linee basate sul sesso” ha osservato durante il dibattimento. “Il nostro compito è esaminarle e decidere se siano giustificate. Non possiamo semplicemente affidarci alla buona fede dei legislatori”.
La tensione è palpabile. Da un lato, la prudenza istituzionale rischia di trasformarsi in complicità silenziosa. Dall’altro, la storia ricorda che non sempre le maggioranze democratiche scelgono ciò che è giusto. Una lezione che la Corte potrebbe presto trovarsi costretta a imparare, ancora una volta.
Stati Uniti, il futuro dei diritti trans in caso di sentenza favorevole al divieto
Se la Corte confermerà il divieto del Tennessee, le implicazioni saranno enormi. Una sentenza a favore della legge potrebbe incoraggiare altri stati a promulgare normative simili, eliminando di fatto qualsiasi tutela costituzionale per una consistente porzione di popolazione. Del resto, ormai, la metà degli stati americani pone limitazioni sui percorsi affermativi. Un verdetto favorevole rafforzerebbe questa tendenza, legittimando una strategia legislativa volta a marginalizzare ulteriormente la comunità trans.
Ma le conseguenze non si fermano qui. Una sentenza di questo tipo potrebbe anche ridefinire i limiti del controllo giudiziario sulle discriminazioni basate sul sesso, mettendo in discussione decenni di giurisprudenza sui diritti civili. Come ha osservato Chase Strangio, avvocato dell’ACLU: “Permettere al Tennessee di giustificare una legge basata sul sesso sostenendo che la biologia lo richiede minerebbe i fondamenti stessi della Clausola di Uguale Protezione”.
La comunità trans al centro di un attacco ideologico
Per la comunità trans americana, questa è solo l’ultima di una lunga serie di prove da affrontare in un ambiente politico e culturale sempre più ostile. La recente vittoria di Donald Trump alla presidenza, con il conseguente consolidamento della destra conservatrice, ha ulteriormente oscurato l’orizzonte di un futuro incerto, ma minaccioso.
Donald Trump ha già promesso di escludere le persone trans dall’esercito e dalle competizioni sportive, nonché di vietare a tappeto le terapie affermative per i minori – un preludio alla totale cancellazione dei diritti sanitari dell’intera comunità trans statunitense. Scenario che non risparmia neanche la prima rappresentante trans al Congresso, Sarah McBride, diffidata dall’utilizzare i bagni femminili del Campidoglio.
Eppure, la storia insegna che le conquiste in tema di diritti civili non sono mai state gentili concessioni del potere. Ogni passo avanti è stato strappato con determinazione, sudore e resistenza. È in quella stessa resistenza, costante e incrollabile, che la comunità trans – insieme ai suoi alleati – continua a trovare la propria forza.
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Perché, come ha ammonito la giudice Jackson, “La nostra responsabilità non è solo di applicare la legge, ma di garantire che i diritti fondamentali non siano calpestati dall’ideologia di chi detiene il potere”.
