In Turchia il 6 dicembre 2025, durante il summit Dijital Çağda Çocuk Medyası (I media dei bambini nell’era digitale) organizzato a Istanbul, Emine Erdoğan, moglie del neo-sultano presidente turco e promotrice instancabile di una retorica conservatrice che mira a definire “normale” solo ciò che il regime benedice, ha lanciato l’ennesimo attacco a persone LGBTİ+: “siamo sotto assedio”, ha detto denunciando una (presunta) “propaganda di eliminazione del genere” su social e media digitali. Con tono da allarme morale, ha equiparato l’esistenza di persone queer a una “minaccia globale” contro la famiglia “tradizionale”.
Non si tratta di opinioni isolate: in questi anni Recep Tayyip Erdoğan ha definito “perversi”, “contro natura” o addirittura “una degenerazione” le persone LGBTİ+. Nel 2023, in un discorso del suo partito, aveva dichiarato seccamente “non riconosciamo LGBT”. Il pacchetto di norme che prevede il carcere per le persone trans e per le coppie LGBTIQ+ è ad un passo dall’approvazione. Lo scorso luglio un sondaggio di Stato sottoposto ai cittadini promuoveva la stigmatizzazione delle persone LGBTIAQ+.
Quel che Emine ha recitato davanti ad audience internazionali, “proteggere i bambini”, “salvare la famiglia”, “difendere i valori”, suona come l’ennesimo atto di pura propaganda di Stato: un’arma feroce contro chiunque non entri nello schema eteronormativo e patriarcale. Il quadro valoriale di stampo repressivo era stato programmato da Erdoğan con l’istituzione del 2025 come Anno della Famiglia, quest’ultima intesa come formazione basata sulla “possibilità biologica di procreare di coppie formate da umani maschi e femmine“. Una direttiva del Ministero della Famiglia aveva bollato termini come identità di genere, orientamento sessuale e LGBTIAQ+ come “dannosi per la società“.
Intanto qualche giorno fa è stata pubblicata la relazione di Medya ve Hukuk Çalışmaları Derneği (MLSA), che per l’anno giudiziario 2024–2025 documenta quanto segue: 275 processi, 430 udienze, ben 1.696 indagati per reati legati a espressione, attivismo, giornalismo. Lo scorso agosto Enes Hocaoğulları, attivista LGBTIQ+, era stato arrestato per aver denunciato all’UE torture e spoliazioni forzate del regime.
Il 52,1 % degli imputati erano attivisti, molti perseguiti per il solo fatto di manifestare, criticare il potere, partecipare a proteste pacifiche o sostenere diritti umani. I capi d’accusa? Spesso “propaganda di organizzazione terroristica”, “violazione del pubblico ordine”, “partecipazione a manifestazioni non autorizzate (legge 2911)”.
Lo Stato fabbrica il reato della dissidenza, trasforma un post sui social o una foto in ‘prova di terrorismo’ e riempie le aule di tribunale con chiunque osi dissentire. Una macchina intimidatoria che ha poco a che vedere con la giustizia, e molto con il dominio e la supremazia della forza tipici di una autocrazia elettorale.
Mentre Emine Erdoğan recita la parte di angelo della famiglia, il regime di Recep Tayyip Erdoğan, con la mano di ferro della magistratura piegata al potere esecutivo, trasforma la Turchia in una prigione per le idee, per l’identità, per la libertà. Una repressione feroce distesa sotto la coltre della crescente influenza geopolitica per conformare pian piano il popolo: un popolo che non può parlare, protestare, amare chi vuole. Una popolazione di sudditi spaventati.
