Nel Texas delle leggi anti-aborto e del confine sigillato, dove la politica repubblicana trova da sempre terreno fertile e consenso compatto, un tribunale federale ha appena ribaltato la retorica dominante. Lunedì 24 marzo 2025, il giudice Lee H. Rosenthal – nominato a suo tempo da George H. W. Bush – ha bloccato il tentativo della Texas A&M University di vietare Draggielang – c spettacolo drag studentesco – riconoscendo che si tratta di una forma di espressione protetta dal Primo Emendamento.
La notizia arriva a pochi mesi da un’intervista concessa a Gay.it da un portavoce di Advocates for Trans Equality, che, all’indomani della nuova candidatura di Donald Trump, aveva avvertito: “Anche se probabilmente assisteremo a un incremento di attacchi legislativi, a livello sia statale che federale, dobbiamo tenere presente che le protezioni legali minime a favore della comunità trans sono solide. Vediamo stati conservatori che approvano leggi anti-trans, ma spesso queste vengono portate in tribunale e, non di rado, perdono”. Mai parole furono più lungimiranti.
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USA, il caso Draggieland
Tutto inizia a febbraio, quando il Consiglio di reggenza della Texas A&M University approva all’unanimità una risoluzione che vieta qualsiasi spettacolo drag nei suoi 11 campus, sostenendo che queste performance sono “incoerenti con i valori fondamentali dell’università” e rischiano di “contribuire a creare un ambiente ostile per le donne”.
La risoluzione usa un linguaggio allarmante, simile a quello degli ordini esecutivi emessi al day one della nuova amministrazione Trump contro la cosiddetta “ideologia di genere”. L’atto istituzionale, in altri tempi liquidabile come una mossa puramente ideologica, ha effetti immediati: l’edizione 2025 di Draggieland, lo spettacolo drag organizzato ogni anno da una studentessa queer e dal Texas A&M Queer Empowerment Council, viene annullata.
Gli studenti, tuttavia, non ci stanno. Si rivolgono alla FIRE (Foundation for Individual Rights and Expression), una delle organizzazioni statunitensi più attente alla libertà di parola in ambito universitario, che presenta un ricorso d’urgenza. E lunedì, il giudice Rosenthal lo accoglie. Nella sentenza, riconosce che il divieto viola il Primo Emendamento e che il Queer Empowerment Council ha concrete possibilità di dimostrare che la soppressione dello spettacolo è illegittima.
“Negli ultimi anni, l’impegno per la libertà di parola nei campus è stato sia impegnativo che contestato” scrive Rosenthal. “Ma la legge richiede il riconoscimento e l’applicazione dei diritti di parola e delle barriere che preservano e proteggono tutti i nostri preziosi diritti del Primo Emendamento”. Lo spettacolo, insomma, si farà. E il diritto di travestirsi per comunicare qualcosa — di sé, del mondo, della società — viene riconosciuto come legittima espressione teatrale e politica. La libertà, almeno in questo caso, ha avuto l’ultima parola.
Il caso non è isolato. Già nel 2023, FIRE aveva difeso un gruppo LGBTQ+ alla West Texas A&M University, dopo che il presidente dell’università, Walter Wendler, aveva annullato uno spettacolo drag definendolo “misoginia derisoria” e paragonandolo al blackface. Anche in quel caso si era arrivati alla Corte Suprema, che però aveva evitato di intervenire. La vittoria di Draggieland, dunque, è tanto più significativa perché interrompe un filone giurisprudenziale finora ambiguo, restituendo forza e chiarezza a un principio fondante: non esiste democrazia senza libertà d’espressione.
La strategia della paura: drag queen e censura come strumenti di consenso
Il caso del Texas è però solo l’ultimo caso di una lunga serie. Negli Stati Uniti, più di quindici Stati a guida repubblicana hanno cercato negli ultimi due anni di limitare — o vietare del tutto — le performance drag, in particolare in presenza di minori. Dal Tennessee alla Florida, dal Montana al North Dakota, i provvedimenti usano formule vaghe — “spettacolo per adulti”, “contenuto sessualmente esplicito”, “ambiente ostile per le donne” — per criminalizzare una forma d’arte che, a ben vedere, ha solo il torto di esistere fuori dai binari tradizionali del genere.
Dietro l’apparente intento di “proteggere i bambini”, si cela una strategia politica ben più cinica: usare la diversità come spauracchio per mobilitare l’elettorato più conservatore. È una tattica antica, già vista con l’omosessualità, il matrimonio egualitario, l’integrazione razziale. Oggi tocca alle drag queen incarnare il ruolo di minaccia simbolica, da combattere con leggi, censure, e campagne di disinformazione virali, sostenute da gruppi religiosi estremisti e piattaforme social compiacenti.
E in Europa, l’onda lunga della censura traveste la democrazia da crociata morale
E, come spesso accade, le peggiori mode americane attraversano l’Atlantico. Anche la demonizzazione delle drag queen — e più in generale dell’identità queer visibile e orgogliosa — ha dunque trovato sponde solide nel vecchio continente. Il caso più recente è quello di Dragtivism Jr., un progetto finanziato dal programma europeo Erasmus+ ideato da una rete di organizzazioni LGBTQIA+ europee e rivolto a giovani adulti dai 18 anni in su. Il progetto, ospitato in parte anche in Italia, prevedeva laboratori artistici con drag queen e attività di educazione informale sui temi dell’identità, del corpo e della cittadinanza attiva.
A far deflagrare la polemica, ancora una volta, è il nostro esecutivo, quando diversi esponenti di Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia hanno attaccato pubblicamente il progetto, definendolo “propaganda gender finanziata con i soldi dei contribuenti”. Ma l’ondata di indignazione si è presto spostata a Bruxelles: alcuni eurodeputati italiani del gruppo ECR (Conservatori e Riformisti Europei) hanno presentato un’interrogazione parlamentare alla Commissione Europea, chiedendo chiarimenti sull’utilizzo dei fondi Erasmus+ e proponendo di escludere dal programma progetti “ideologici” o “non conformi ai valori europei”.
La Commissione, dal canto suo, ha risposto difendendo il progetto: ha sottolineato che nessun minore era coinvolto, che le attività erano perfettamente legittime e che l’obiettivo era promuovere l’inclusione e la partecipazione attiva, in linea con i valori fondanti dell’Unione. Ma la narrazione di certa politica era ormai avviata: nella versione confezionata per l’elettorato, Dragtivism è diventato il simbolo di un’Europa “decadente” che usa fondi pubblici per “indottrinare i giovani”.
Non importava che si trattasse di arte, che i partecipanti fossero adulti consenzienti, che il progetto fosse stato approvato seguendo tutte le regole previste dai bandi comunitari. Il semplice fatto che prevedesse la presenza di drag queen è bastato a trasformarlo in bersaglio. Perché nella retorica delle destre reazionarie — oggi più coordinate che mai, dal Texas a Strasburgo — il drag non è un linguaggio, ma una minaccia: un corpo eccedente che sovverte l’ordine, un simbolo da censurare.
