Géza Buzás-Hábel, organizzatore del Pecs Pride che si è svolto in Ungheria il mese scorso, rischia un anno di carcere per aver organizzato un “raduno proibito” dalla legge. Si tratta del primo caso noto nell’Unione Europea in cui un difensore dei diritti umani viene perseguito penalmente per aver organizzato un Pride. Fino ad oggi casi simili erano stati riscontrati solo in Russia e Turchia.
Zan chiede all’UE di fermare l’Ungheria di Orban che vuole incarcerare l’organizzatore del Pecs Pride
Alessandro Zan, eurodeputato del Partito Democratico, ha portato il ‘caso’ di Géza Buzás-Hábel in Commissione e Consiglio Ue, in plenaria oggi a Strasburgo, chiedendo all’Unione Europea un intervento deciso, reale, concreto, per porre un freno all’omobitransfobia istituziona di Viktor Orban che criminalizza la comunità LGBTQIA+.
“Quante volte ancora in quest’aula dovremo denunciare le sistematiche violazioni dello Stato di diritto da parte del governo di Viktor Orbàn?”, ha chiesto Zan ai presenti in aula. “Non bastava il divieto al Budapest Pride, ora un cittadino europeo, Géza Buzás-Hábel, rischia il carcere per avere organizzato un Pride nella città di Pécs. Chiedo alla Commissione: come è possibile che nel 2025 l’Europa tolleri ancora una cosa del genere, come si può rimanere immobili mentre uno Stato membro comprime i diritti fondamentali, calpesta i valori europei e perseguita dei cittadini? Quante altre volte dovremo denunciare in quest’aula questa vergogna prima che la Commissione e il Consiglio agiscano?”.
Domande che rimbalzano da settimane da Paese UE a Paese UE, nell’assordante silenzio di una Commissione che continua a rimanere inerme dinanzi alle leggi repressive del governo ungherese.
“Gli amichetti di Orbàn in Europa come Meloni, Salvini e Fico strizzano l’occhio a questo modello illiberale”, ha continuato Zan. “Questa è una cosa grave perché questa compressione lenta e continua degli spazi democratici non può essere tollerata dall’Unione europea che si fonda sulla cività giuridica, sul concetto di democrazia liberale. I trattati e la carta dei diritti fondamentali non sono carta straccia, è tempo di attivare subito l’articolo 7, sospendere il diritto di voto dell’Ungheria e congelare i fondi europei. Sui diritti e i valori europei non si può fare nessun compromesso”.
Il “caso” Pecs Pride

Il Pride di Pecs, in Ungheria, si è svolto seppur ufficialmente vietato per legge grazie ad un escamotage dei promotori, che hanno registrato la parata come una manifestazione contro la sovrappopolazione dei cinghiali, formalmente denominata “Dimostrazione contro l’eccessiva riproduzione della fauna selvatica che mette in pericolo la sicurezza stradale”. Era già capitato anche a Budapest, con decine di migliaia di persone arrivate da tutta Europa (compresi noi di Gay.it) e gli occhi del mondo sull’Ungheria, con il sindaco indagato dopo aver promosso il Pride cittadino come “evento culturale comunale”.
Consapevole dei rischi, l’organizzatore ha comunque proceduto con l’evento, che è diventato il Pride più partecipato di sempre per Pecs. La polizia non ha disperso la folla e la marcia si è svolta pacificamente. Passate due settimane Géza Buzás-Hábel è stato convocato per un interrogatorio davanti alla polizia, come sospettato di aver organizzato un raduno proibito, reato punibile fino a un anno di carcere.
Intervistato da Magyar Hang, Buzás-Hábel, insegnante nonché difensore dei diritti umani, gay dichiarato, rom e profondamente radicato nella sua comunità, ha confessato come molte persone abbiano “espresso la loro solidarietà in merito. Ce n’erano alcuni a cui non avrei mai pensato, e in effetti, diversi miei conoscenti sostenitori del Fidesz mi hanno detto che anche per loro è troppo. Quando il Pride è stato vietato, molte persone si sono fatte avanti per aiutarci e sostenerci, molte di queste prima non erano attivisti. Ma c’è stato anche chi ha preferito farsi da parte. Ma nella maggior parte dei casi, ha mobilitato le persone. È strano che a volte cose che prima non avremmo dato per scontate diventino simboli di libertà, e ora credo che il Pride lo sia diventato. Il governo voleva ottenere l’esatto opposto, ma non ha funzionato. È importante che non riguardi solo le persone LGBTQ: se tolgono un diritto democratico fondamentale a una comunità, possono fare lo stesso a tutti gli altri“.
A ricordarselo dovrebbe essere anche la Commissione europea, come ribadito da Alessandro Zan a Strasburgo.
