Per molt*, l’8 marzo si risolve in un mazzo di mimose e qualche post celebrativo. Ma chi ha sperimentato sulla propria pelle il volto più violento dell’egemonia eteropatriarcale sa che è ancora un terreno di scontro. Per alcune, una giornata di conquista; per altre, il promemoria di quanta strada resti ancora da fare.

Guardando il mondo attraverso la lente del transfemminismo intersezionale, nessuna battaglia è però a compartimento stagno: il patriarcato non è un monolite ma un sistema tentacolare, e il femminismo, se non è radicalmente inclusivo, non è femminismo.
Cosa vuol dire, allora, un 8 marzo realmente transfemminista? Lo abbiamo chiesto a chi ogni giorno porta avanti la lotta. Attiviste, voci di riferimento della comunità LGBTQIA+ e figure che tracciano i confini di un femminismo che non fa sconti, che non si adatta alle logiche di potere, che rifiuta le narrazioni addomesticate e si riprende lo spazio per crearne di nuove.
“Forse non sarà domani, ma so che arriverà” – scrive Ambrosia Fortuna – “E quando arriverà, non sarà un giorno di lotta. Sarà un giorno di sole”.
