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Cos’è davvero un 8 marzo transfemminista? Lo abbiamo chiesto alle attiviste italiane

8 Marzo transfemminista: a Gay.it le parole di Roberta Parigiani avvocata e portavoce del MIT, Ambrosia Fortuna artista, attrice e attivista, Levi Riso attrice e attivista, Greta La Medica attivista, Natasha Maesi presidente Arcigay, Alice Redaelli di CIG Arcigay Milano.

9 min. di lettura
8 Marzo transfemminista: abbiamo dato voce a Roberta Parigiani avvocata e portavoce del MIT, Ambrosia Fortuna artista, attrice e attivista, Levi Riso attrice e attivista, Greta La Medica attivista, Natasha Maesi presidente Arcigay, Alice Redaelli di CIG Arcigay Milano
8 Marzo transfemminista: abbiamo dato voce a Roberta Parigiani avvocata e portavoce del MIT, Ambrosia Fortuna artista, attrice e attivista, Levi Riso attrice e attivista, Greta La Medica attivista, Natasha Maesi presidente Arcigay, Alice Redaelli di CIG Arcigay Milano
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Dobbiamo fare delle nostre differenze un punto di forzaNatascia Maesi, presidente Arcigay Nazionale

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Natascia Maesi, presidente Arcigay Nazionale

Natascia Maesi riprende il messaggio della campagna della Rete Donne Transfemminista di Arcigay: “Solo opere transfemministe”. L’8 marzo, come ogni altro giorno dell’anno, deve tradursi in battaglie concrete: aborto libero e sicuro per tutt3, accesso alla procreazione medicalmente assistita e alla Gestazione per Altri, riconoscimento dei figli delle famiglie omogenitoriali, piena cittadinanza per le relazioni non basate sul matrimonio.

Non è una festa ma una giornata di lotta che vede dalla stessa parte le donne e le persone LGBTQIA+* oppresse dalla medesima violenza patriarcale. Donne e persone LGBTQIA+* sono il soggetto imprevisto, cioè “non previsto” e quindi ostracizzato dalla Storia, scritta da e per gli uomini cisgenere. Ma sono anche soggettività potenti, portatrici di queerness, che – scrive Michela Murgia – scelgono di abitare la soglia delle identità, quel margine che bell hooks definisce come luogo radicale di possibilità, spazio di resistenza da cui è possibile “produrre un discorso contro-egemonico presente non solo nelle parole ma anche nei modi di essere e di vivere”.

Cosa vuol dire questo in concreto? Che in questa giornata come in tutte le altre non servono omaggi ma fatti, “solo opere transfemministe” come abbiamo sostenuto in una campagna realizzata dalla Rete Donne Transfemminista di Arcigay. Lottiamo per il diritto di decidere sui nostri corpi razzializzati, disabili, grassi, vecchi che consideriamo sempre validi. Per l’aborto gratuito e sicuro per tutt3, per l’accesso libero alle tecniche di procreazione medicalmente assistita (PMA) e alla Gestazione per Altri (GPA). Pretendiamo il riconoscimento de3 figl3 alla nascita delle famiglie omogenitoriali e cittadinanza piena per le relazioni basate sull’assunzione di responsabilità reciproche e non solo sui legami coniugali o di sangue.

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Chiediamo con forza che le persone trans e non binarie – le principali vittime della violenza sistemica e strutturale che combattiamo – siano sostenute e non ostacolate nei loro percorsi di affermazione di genere. Vogliamo affermare la nostra esistenza anche attraverso l’uso del linguaggio di genere e del linguaggio ampio. Con le nostre vite mettiamo in discussione il sistema di produzione capitalista che si basa sullo sfruttamento e non sulla cura.

Infine, in un momento storico in cui si restringono gli spazi di libertà, un 8 marzo transfemminista deve raccogliere la sfida di tenere insieme la liberazione delle donne trans e quella delle donne cis e delle altre soggettività, come insegna Emi Koyama nel suo Manifesto. Non possiamo accettare una narrazione che ci vede contrapposte, una minaccia le une per le altre. Abbiamo il dovere di costruire alleanze femministe ampie, dobbiamo fare delle nostre differenze un punto di forza, una leva del cambiamento.

Un cambiamento di cui sono responsabili anche quegli uomini disposti a riconoscere e a rinunciare ai propri privilegi”.

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