Quanta libertà si riconoscono gli omosessuali?

Alcuni fatti di cronaca degli ultimi giorni coi loro relativi movimenti di ricezione, interpretazione e commento sui social, hanno portato a galla alcuni aspetti piuttosto interessanti ma pure inquietanti della coscienza media LGBT.

La mia tesi è piuttosto chiara: una parte della comunità LGBT e in particolare una parte dei maschi omosessuali (che son quelli che conosco meglio e si espongono di più) ha la tendenza ad autointerpretarsi attraverso gli occhi degli eterosessuali e neanche tanto con quelli dell’eterosessuale generico, ma proprio del nemico, dell’etero ostile. Come se fosse attivo al fondo della coscienza omosessuale una specie di mantra sottotesto in loop: loro-hanno-ragione-non-dobbiamo-fare-cazzate-dobbiamo-stare-schisci-non-dare-nell-occhio-darci-una-regolata-prendere-a fare -i-seri-così-da-essere-accettati. Insomma, il contenimento o addirittura la negazione della propria identità per poter esistere.

Di recente, dopo un mio articolo giocoso sulle ’emozioni dei gay’ ho captato malumori e incomprensioni: mi è arrivata l’accusa di alimentare la visione che gli eterosessuali hanno di noi, una visione stereotipata, funzionale alla discriminazione. Questo perché nell’articolo parlavo di grandi classici della costellazione emozionale “gay” come splendidismo o principessitudine. Ora, poniamo, e se anche questa visione fosse vera? Il problema è lo stereotipo o la discriminazione?

Uno stereotipo, di per sé, non legittima alcuna violenza. Perché non c’è scorrettezza morale, violazione di libertà altrui nelle nostra esistenze, anche se fossero afflitte da quegli stereotipi. Molte persone invece – questa è una delle amare lezioni in cui mi sono imbattuto – di fronte al dileggio perpetrato verso gli LGBT cercano di smarcarsi dall’identità queer, dicendo che non è vero, non siamo così.

Eppure vorrei ribadire invece che noi siamo così. Siamo certamente, in gran parte, anche così. Molti di noi sono effettivamente effemminati, molti di noi curano molto il loro aspetto, danno importante ai risvolti estetici dell’esistenza, all’arte, alla moda, alla musica e alle celebrities, molti di noi si trovano meglio con le donne, non giocano a calcio, non amano i motori, dedicano al sesso molte energie, almeno mentali. Non tutti certo, ma tanti, tantissimi sì.

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Sarebbe il caso che tutti noi provassimo a prendere consapevolezza dalla tendenza a giustificarci, che è poi un chiedere di poter esistere. Una richiesta silente, che non giunge mai esplicitamente alle labbra ma che possiamo facilmente immaginare: “va bene, va bene, siete più forti, ma permettetemi di esistere, d’altronde guardate, vedete, siamo normali, non siamo così tanto fastidiosi, siamo come voi”. E anzi peggio, diventa anche motivo di frattura interna. Di critica e addirittura odio contro le checche e le sfrante e le passive, contro i visibili, gli appariscenti ovvero contro chi se ne frega.

LGBT vs LGBT. Odio intestino. Fratricidio.

Un’implorazione fastidiosa verso la maggioranza, tra l’altro  inutile e superflua. Inutile, perché non cambierà nulla, prima o poi la diversità emergerà, perché sta lì, scritta nel nostro corpo e nella nostra storia. Quindi tanto vale rivendicarla dall’inizio e alla grande. Mettere da subito le cose in chiaro.

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Un altro momento recente di sgomento l’ho sperimentato quando ha iniziato a diffondersi la notizia che l’attentatore di Nizza avrebbe avuto amanti uomini. La reazione di alcuni è stata sorprendentemente irruente, tesa. Non bisogna parlarne, ci avete scritto in tanti. Non bisogna dare pane per i denti degli omofobi – esibendo il timore che si creasse nell’opinione pubblica l’equazione gay uguale terrorista. Una paura francamente delirante perché nessuno, se non qualche risibile integralista – e certo non possiamo calibrare le nostre scelte sui malati di mente – potrebbe voler sostenere cose del genere.

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Photo: Kit Butler by Steven Meisel for Vogue Italia Maggio 2016

Se l’omosessualità entra a far parte di queste vicende, si tratta al contrario di un’occasione importante per rilanciare la nostra proposizione. Perché offre l’occasione di ribadire che in una religione ostile all’autodeterminazione, si possono creare concentrati di tensione e odio per se stessi e gli altri che erompono in tragedie del genere. Com’è possibile che si arrivi invece a chiedere, come di fatto è successo, di mentire, occultare, tacere, quando invece sarebbe importante e urgente proprio infiltrarsi nella trama dei fatti e raccontare e mostrare come il male s’è condensato, aggregato? A quali condizioni, sotto l’azione di quali forze ha potuto produrre quello che è capitato.

Infine, un grande classico. Quanto è stancante e poco interessante la vox populi dei contestatori del Pride secondo cui bisogna finirla con gli eccessi, i boa, i tacchi, le parrucche. Sembra che chi contesta il Pride, lasciatemelo dire, sia estraneo proprio all’idea stessa di “pride”, di orgoglio. Come se per queste persone non ci fosse niente di bello nell’essere diversi, nel provocare, nello scuotere lo status quo. E fosse necessario a tutti i costi – per salvarsi – ricondursi alla norma, essere uguali.

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Ma attenzione: chi contesta il folklore e l’estetica degli eventi LGBT deve tenere conto che c’è un peso tradizione di cui bisogna tenere conto. E anche la comunità LGBT ha la sua tradizione, coi suoi diritti. Una tradizione di colori, pelle scoperta e piccole infrazioni. Di baci sfacciati da adolescenti mai cresciuti e musica alta. Una tradizione che proprio nel Gay Pride ha il suo culmine politico ed estetico. Piaccia o no, questa è l’eredità che ci hanno lasciato quelli che, prima di noi, hanno provato ad alzare la testa. Un’eredità che merita non solo rispetto, ma anzi celebrazione. E a proposito fatevi un giro su La Storia del Movimento LGBT che stiamo pubblicando su gay.it

Già, perché ognuno di noi LGBT ha nella vita i suoi riferimenti. Qualcuno è parrucchiere di provincia, qualcun altro gallerista o ricercatore universitario, ma tutti troviamo, o almeno dovremmo poter trovare, nel Pride uno spazio libero e accomunante. Si può andare al Pride nudi o col saio. La dimensione è inclusiva. Ma quelli col saio non dovrebbero lamentarsi della nudità degli altri, altrimenti viene il dubbio che la loro visione non sia organica alla comunità, quanto piuttosto mutuata da quella ben più restrittiva e giudicante degli eterosessuali infastiditi. Che giustamente sono infastiditi e non capiscono il senso di certi atteggiamenti: non li capiscono perché quegli atteggiamenti nascono proprio come reazione ai loro dictat, al loro dogmatismo culturale. Sono fatti apposta per infastidirli.

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In fondo cos’è l’identità gay e queer se no questo? Cos’è se non il rivendicare che ci sono tutta una serie di cose che possiamo fare anche se ci hanno insegnato che non è così? Libertà di costume e movimento sulla scena del mondo. Libertà di essere ragazzi con lo smalto e essere ragazze rasate, di cantare le canzoni in falsetto e di sculettare e fare le sceme, di mischiare le carte, confondere le idee.

Tante, troppe sono le situazioni in cui sembra che la comunità omosessuale tenda a guardarsi coi presunti occhi degli etero, occhi patriarcali, maschilisti, misogini. A pensare che gli uomini devono essere maschili, pena la perdita della dignità e le donne femminili, pena il declassamento a cessi inchiavabili. Davvero troppo spesso si assiste all’omofobia interiorizzata, all’odio verso le contaminazioni di genere, soprattutto verso il grande scandalo della femminilizzazione del maschile. La bestia nera della nostra società machista.

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C’è un certo rifiuto generalizzato verso la ‘differenza gay’, una tendenza a ridurre l’identità a un punto di intimità genitale da sbrigarsi nella penombra della camera da letto. Io credo fortemente che invece ci sia un’identità gay. O meglio una galassia di identità, ma con aspetti comuni, intrecciati che possono e devono essere raccontati e descritti, senza paura di dare nell’occhio. I gay sono, per molti aspetti, altro dagli etero e non certo solo per i loro rapporti sessuali.

Non è che il problema sia il fatto rendersi riconoscibili? È vero che se non si è diversi non si può essere riconosciuti e quindi si è più protetti.

Sarebbero davvero ora di fare questo scatto in avanti e smetterla di guardarci dietro per vedere se ci stanno dando fuoco alla coda. Sì quella di paglia: l’origine dell’espressione fa riferimento alla pratica medievale di umiliare gli sconfitti o i condannati attaccando loro una coda di paglia, con la quale dovevano sfilare per la città a rischio che qualcuno gliela incendiasse come gesto di ulteriore scherno.

Ai nostri nemici non dobbiamo nulla. Non ci devono concedere niente. Se a qualcuno così sembra è solo perché viviamo immersi in una serie di ingiustizie depositate, istituzionalizzate, a cui ci siamo abituati. Ma se è vero che spesso dobbiamo conviverci non vuol dire che dobbiamo accettarle o addirittura alimentarle. Dire le cose come stanno è un valore, a cui è importante provare a restare fedeli.

La nostra battaglia non è fatta per essere accettati dopo esser stati mutilati, addolciti, addomesticati. Del loro fastidio non dobbiamo occuparci. La nostra battaglia dovrebbe portarci a poter entrare così come siamo nell’arena della rappresentanza e della piena, paritaria cittadinanza. A questo dobbiamo puntare. Se le cose fino ad ora sono andate diversamente, pazienza. Non dobbiamo ambire a collocarci in uno sfondo già dato, vecchio, illiberale. Dobbiamo pensare a trasformare quello sfondo. 

Che di fatto significa dare spazio alla liberazione della cultura dalla natura, all’uso esclusivamente amoroso dei corpi, all’impossibilità di tracciare linee rette tra biologia, identità e ordine del cuore.

Jonathan Bazzi

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