Senegal, folla aggredisce turista sospettato di essere gay: “Non merita di vivere”

Il Senegal è uno dei Paesi in cui le leggi anti-LGBT costringono la comunità a nascondersi, governo e popolazione sono uniti contro l’omosessualità

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Una folla di 100 persone si è accanita su un turista – la cui provenienza non è ancora stata confermata, anche se le fonti indicano che si tratti di un americano – perché vestito con abiti considerati da omosessuale. È successo a Dakar, capitale del Senegal, lo scorso 17 maggio. L’uomo si trovava nel Paese per partecipare alla Biennale, l’evento di arte contemporanea, quando, passeggiando per la città, è stato improvvisamente aggredito.

Il video dell’aggressione è circolato velocemente in rete: all’uomo vengono strappati violentemente i vestiti mentre viene anche percosso alla testa. Il tutto mentre si sentono le voci della folla inveire contro l’omosessualità con frasi come “Non merita di vivere”, “Sporco omosessuale”, “Uccidiamolo prima che arrivi la polizia” e “L’omosessualità non sarà mai accettata in Senegal”.

La situazione nel Paese, ex colonia francese a maggioranza musulmana, per la comunità LGBTQ+ è a dir poco critica. La delicata situazione ha spinto la comunità a passare alla clandestinità, tenendo nascosta la propria identità e il proprio orientamento sessuale. L’omosessualità viene punita fino a cinque anni di reclusione e il recente inasprimento delle leggi ha dato vita a un’ondata omofoba senza precedenti. Non solo, infatti, il governo perseguita le persone queer, ma anche la maggior parte della popolazione è contro “l’agenda” LGBT, contro cui non sono mancate anche proteste e manifestazioni.

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Le proteste contro la comunità LGBTQ+ in Senegal

Solo lo scorso dicembre, infatti, dopo l’annuncio da parte del governo di voler raddoppiare la pena per questo reato, la popolazione si è trovata a chiedere una punizione ancora più forte. Media locali e internazionali hanno intervistato i protestanti, raccogliendo alcune dichiarazioni terrificanti. Una studentessa universitaria ha spiegato: «Vogliamo semplicemente che il governo criminalizzi l’omosessualità come criminalizza lo stupro, come criminalizza il furto di bestiame»; un’altra donna ha orgogliosamente affermato: «Vogliamo che vengano imprigionati, anche per sempre. Il Senegal è un Paese omofobo, e ne siamo fieri». Un altro uomo gridava a pieni polmoni che era pronto a uccidere qualsiasi omosessuale avesse incontrato.

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In Senegal la comunità LGBTQ+ è clandestina, costretta a nascondersi

Il precipitare della situazione ha spinto anche le Nazioni Unite e la Human Rights Watch ad esprimersi sulla faccenda, invitando il governo senegalese a rivalutare le sue posizioni, ma gli appelli non hanno trovato riscontro e i casi di attacchi, violenze, uccisioni e minacce sono ancora all’ordine del giorno. Un portavoce ha spiegato:

«I media e la società sono apertamente contro la comunità LGBT+ e i gruppi di vigilanti fanno regolarmente irruzione nelle case di coloro che sospettano essere gay»

Nei giorni successivi all’aggressione, sono scoppiate nuove proteste. L’odio per le persone LGBT si era anche recentemente riacceso dopo che il calciatore senegalese Idrissa Gueye si era rifiutato di giocare una partita del campionato francese quando ha saputo che avrebbe dovuto indossare un completo da gioco arcobaleno a sostegno dei diritti LGBTQ+. La decisione, come prevedibile, ha ottenuto il massimo appoggio in patria.

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Idrissa Gueye, calciatore senegalese

Il 23 maggio la polizia di Dakar ha annunciato di aver arrestato tre uomini, che sarebbero i diretti responsabili dell’aggressione. Non sono emerse però novità, né è stato reso noto se i tre sospettati verranno puniti dovessero le indagini incriminarli. Il Senegal resta però uno dei Paesi con le leggi anti-LGBT più accanite del mondo, in un clima di vera e propria persecuzione. Come è accaduto per il turista americano, basta solo il sospetto di essere gay per essere presi di mira.

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