Evan ha 38 anni. Da quattro, la terapia ormonale lo accompagna quotidianamente, e ogni nuova sfumatura del suo volto è un traguardo: la barba, cresciuta lentamente, gli ha permesso finalmente di riconoscersi nelle sue linee. Per lui, però, il suo paese natale non è più un luogo sicuro.
Il 17 settembre, la Georgia ha approvato la sua legge anti-LGBTQIA+. Invano il tentativo della presidente filoeuropeista Salome Zourabichvili di fermarla rifiutando di apporvi la sua firma: la riconferma ufficiale è arrivata a inizio mese. Una normativa che minaccia direttamente la vita di persone come Evan, ribaltando quei pochi diritti e sicurezze faticosamente conquistati nel paese candidato UE, ancora sotto la pesante influenza di Mosca.
Le elezioni parlamentari di oggi, 26 ottobre, decideranno le sorti della Georgia e delineeranno quale percorso sceglierà: verso l’UE o la Russia. Si teme la riconferma di Sogno Georgiano, partito di maggioranza e primo promotore della repressione verso le identità non conformi.
Georgia, la grande fuga verso l’UE
Il fatidico giorno dell’approvazione della legge anti-LGBTQIA+, la serenità di Evan ha ceduto di fronte all’urgenza di partire. “Non avrei mai pensato di dover lasciare il Paese così all’improvviso” dichiara in un’intervista all’Institute For War&Peace Reporting. Spiega, rassegnato, che una fuga così precipitosa lo costringerà a ripiegare su anni di terapia per evitare che il crollo mentale lo attenda dietro l’angolo. Ma per ora, l’obbiettivo è risparmiare quanto basta per un biglietto che gli garantisca l’esilio dopo le elezioni di oggi. C’è il rischio concreto che il partito nazionalista e conservatore Sogno Georgiano trovi la riconferma, ed Evan ha già chiesto aiuto a tutti su Facebook con una raccolta fondi per scappare.
C’è però chi non ha aspettato gli esiti delle parlamentari: Daniel Merebashvili, 24 anni, ha lasciato la Georgia un mese fa insieme ad altre sette persone transgender, tutti sullo stesso volo verso l’incertezza europea. Scegliere l’asilo politico non è stata un’opzione per Daniel, che trattiene un filo di speranza e immagina un ritorno, se il Paese avesse un risveglio politico capace di garantire una qualche sicurezza alla comunità LGBTQIA+. Ma quella speranza pare spegnersi. Preferisce non rivelare il Paese europeo che ora chiama casa, e per ora, si lasciato alle spalle una Georgia che non è più in grado di offrire alcuna protezione. “Non ho perso completamente la speranza” ha detto, “ma rimanere in Georgia è ormai impensabile”.
Per alcuni, la decisione di partire non è arrivata abbastanza in fretta. Kesaria Abramidze, figura iconica per la comunità transgender georgiana, celebre donna e volto noto sui media, è stata accoltellata a morte nella sua abitazione a un giorno dall’approvazione della draconica legge, orribile tragedia che secondo gli attivisti non può essere dissociato dalla retorica governativa.
La connessione è evidente per Beka Gabadadze, assistente sociale e attivista di Temida, una delle poche organizzazioni LGBTQIA+ nel paese: “Dopo l’approvazione della legge, abbiamo osservato un’impennata nei crimini d’odio. Gli aggressori si sentono legittimati, e non esitano a citare la nuova normativa come giustificazione per la violenza”.
Georgia, la legge anti-LGBTQIA+ le elezioni del 26 ottobre
È un giorno fatidico non solo per la comunità LGBTQIA+, ma per tutti coloro che in Georgia sognano il progresso e la serenità. Oggi, la scelta è dunque tra il proseguire cammino verso l’integrazione euro-atlantica o il ritorno all’influenza russa, due strade lontane che, però, convergono sulle vite delle minoranze. Ma le linee sono sfocate: mentre una parte consistente della popolazione georgiana sogna l’ingresso UE, un’altra trova conforto nei vecchi modelli proposti dal Cremlino, resi ancora più attraenti dalla sua strategia di influenza.
La legge anti-LGBTIQA+, fortemente voluta dal partito di governo e dal leader onorario Ivanishvili, oligarca con il peso politico di un re ombra, si fonda sull’ormai famigerata agenda dei “valori tradizionali” che in UE ha già investito non solo la Georgia, ma anche l’Ungheria, la Bulgaria… l’Italia.
È un colpo assestato a più livelli: ora, il matrimonio è valido solo per coppie “biologicamente” eterosessuali; le persone LGBTQIA+ non possono adottare, mentre le procedure di affermazione di genere vengono abolite, trattate come “manipolazioni mediche” punibili con pene severissime. Il solo parlare di identità di genere differente dal sesso biologico diviene terreno scivoloso, e gli eventi pubblici di sensibilizzazione, i Pride, diventano perseguibili.
Le associazioni di attivisti osservano con preoccupazione la repressione sempre più pervasiva e il clima di silenzio e paura che il governo sembra voler imporre. Paata Sabelashvili, noto attivista per i diritti LGBTQIA+ in Georgia, parla di una comunità “smantellata”.
“Siamo stati trasformati in simboli di decadenza morale” spiega “ridotti a bersagli di una propaganda che ci etichetta come una minaccia nazionale”. Il senso di insicurezza è palpabile: le persone queer stanno lasciando in massa la Georgia, e chi rimane si ritrova a vivere sotto una pressione costante, a volte insostenibile.
Georgia, escalation di violenza verso la comunità LGBTQIA+
Tra il 18 e il 30 settembre, Temida ha registrato sedici episodi di violenza, fenomeno in drammatica crescita rispetto ai soli tre casi registrati nelle due settimane precedenti. Quasi tutte le vittime erano donne transgender, e molte di loro riferiscono di essere state attaccate per strada, anche di giorno, anche in luoghi non isolati. Gli aggressori sembrano non temere più ritorsioni nel brandire la nuova legge come una carta bianca.
La legge, chiaramente ispirata al modello repressivo di Mosca, è stato però solo il colpo di grazia, come spiegano gli attivisti. È stata infatti preceduta, proprio come in Russia, dalla cosiddetta “legge sugli agenti stranieri”, introdotta in Georgia all’inizio dell’anno per limitare le attività delle ONG che ricevono finanziamenti internazionali. La normativa chiede ora loro di registrarsi come “agenti esteri” se oltre il 20% dei fondi proviene da fuori. Quasi a implicare una concreta minaccia alla sicurezza nazionale.
A specchio la legge “sulla protezione dei valori della famiglia”, approvata a settembre, e la conseguente censura di ogni forma di educazione riguardante l’identità di genere, ricalcate su quelle promulgate da Putin nel 2013. Joseph Borrell – rappresentante UE per gli affari esteri – parla di un approccio destinato a “minare i diritti umani fondamentali ed allontanare la Georgia dall’Unione Europea“.
Ma i risvolti sono ancora più inquietanti di quanto sembra. Attivisti e organizzazioni nazionali ed internazionali denunciano il rischio concreto anche e sopratutto per la salute stessa delle persone LGBTQIA+ nel paese: il divieto di accedere a cure di affermazione di genere è un affondo devastante per una comunità già fragile. “Se un medico tenta di aiutare una persona transgender, rischia fino a quattro anni di prigione” spiega Tamar Jakeli, direttore del Tbilisi Pride. “La legge criminalizza la nostra stessa esistenza”. Destinati a sparire anche i programmi educativi per la prevenzione di HIV e altre malattie.
Eka Chitanava, direttrice del Tolerance and Diversity Institute, definisce l’intera agenda del partito Sogno Georgiano come un’arma di distrazione di massa dai problemi reali del Paese: povertà, disoccupazione, emigrazione, sanità inefficiente. “Questa è omofobia politica” afferma “un governo in bancarotta morale crea nemici immaginari per sviare l’attenzione”.
Nel silenzio, la comunità LGBTQIA+ georgiana vive il suo isolamento, una condizione imposta e drammaticamente acuita. Ma la vera condanna è quella che sta infliggendo a sé stessa la Georgia, in un allontanamento forzato e, forse, definitivo dai valori di inclusività e giustizia sociale che per anni avevano rappresentato una via d’accesso sicura — seppur ardua — verso una società più aperta e una cittadinanza globale più giusta e solidale.
